La prima promozione del territorio deve cominciare nelle scuole di ogni ordine e grado. Dai primi racconti ai progetti professionali, ragazze e ragazzi possono imparare a conoscere i propri paesi, diventare i loro primi ambasciatori e contribuire a costruire un turismo capace di generare lavoro durante tutto l’anno.
Ci sono luoghi che attraversiamo ogni giorno senza sapere quante storie custodiscano. Una strada che sale verso il paese, una chiesa davanti alla quale passiamo, un edificio chiuso, un sentiero tra i campi o nei boschi: a volte ci sembrano così familiari da non suscitare più domande. Poi qualcuno ci racconta chi ha costruito quel luogo, chi lo ha percorso, quali attività vi si svolgevano e quali comunità metteva in relazione. Allora il paesaggio cambia: non è più soltanto ciò che vediamo, ma diventa memoria, esperienza e identità.
Per i giovani del Cilento, del Vallo di Diano e degli Alburni, conoscere la propria terra può essere l’inizio di un legame nuovo. Non si può chiedere a ragazze e ragazzi di amare un luogo solo perché vi sono nati. L’amore non si può pretendere e non nasce dalla nostalgia. Può crescere quando si scoprono il valore dei paesi, le vicende delle comunità, le bellezze naturali, i mestieri e le possibilità che esistono ancora. La conoscenza può accendere la curiosità; la curiosità può diventare appartenenza; l’appartenenza, se incontra occasioni concrete, può trasformarsi in cura e desiderio di costruire.
Ma conoscenza e affetto, da soli, non bastano a contrastare lo spopolamento. Una persona può essere profondamente legata al proprio paese e doverlo lasciare perché non trova un lavoro, un servizio, un collegamento o una possibilità per avviare un’attività. Per questo ogni progetto dovrebbe partire da una domanda essenziale: quali opportunità può creare per chi vive qui? Il lavoro deve essere al centro degli investimenti. Cultura e turismo possono diventare strumenti di sviluppo quando contribuiscono a generare imprese, servizi e occupazione capaci di durare.
Non basta finanziare un evento, sistemare un edificio o inaugurare un percorso. Occorre sapere chi se ne occuperà dopo l’inaugurazione, chi garantirà la manutenzione, come verranno accolti i visitatori, quali attività saranno offerte e quale modello economico potrà sostenerle. Un progetto va giudicato anche dalla sua capacità di continuare nel tempo e di coinvolgere gli operatori locali. Se il lavoro termina insieme al finanziamento, si è sostenuta un’attività temporanea, non si è costruito un sistema.
La promozione della nostra storia dovrebbe cominciare nelle scuole di ogni ordine e grado, non con una gita isolata o una giornata celebrativa, ma con un percorso che accompagni gli studenti mentre crescono. I più piccoli possono imparare i nomi dei luoghi, ascoltare racconti, osservare piante e animali e scoprire ciò che si trova vicino alla scuola. Nella primaria, gli alunni possono esplorare il centro storico, disegnare mappe, raccogliere ricordi di famiglia e conoscere tradizioni e mestieri. Nella secondaria di primo grado possono approfondire la storia locale, il paesaggio, la biodiversità, i sentieri e il modo in cui si consultano le fonti. Nelle scuole superiori, tecniche e professionali, questi studi possono collegarsi alla ricerca, alla comunicazione, all’accoglienza, all’agricoltura, al turismo e alla progettazione d’impresa.
Ogni disciplina può contribuire. La storia e la geografia aiutano a capire come si siano formati i paesi e come siano cambiati i collegamenti tra le comunità. Le scienze permettono di osservare ambienti, corsi d’acqua, coltivazioni e biodiversità. L’italiano offre gli strumenti per raccogliere interviste e trasformarle in racconti; l’arte insegna a osservare monumenti e paesaggi; le competenze digitali consentono di preparare mappe, archivi e contenuti multimediali. Negli istituti tecnici e professionali, le conoscenze possono incontrare l’organizzazione dell’accoglienza, la gestione dei servizi, la comunicazione turistica e le competenze necessarie per avviare un’attività.
Questi progetti rendono l’apprendimento più concreto. Una lezione di storia può cominciare davanti a un monumento; una ricerca geografica può seguire un sentiero; un’attività di scrittura può partire dalle voci degli abitanti; una lezione di scienze può osservare un paesaggio agricolo o forestale. Il territorio diventa così un’aula aperta, dove gli studenti imparano a formulare domande, verificare le informazioni, collaborare e raccontare ciò che hanno scoperto.
Un esempio utile viene dal Trentino, dove il progetto Scuola e Montagna avvicina i giovani al territorio attraverso esperienze all’aperto e lo studio della cultura montana. Il percorso coinvolge diversi livelli scolastici e prevede anche momenti di formazione e coordinamento per il personale scolastico. Non si tratta di copiare un modello pensato per un’altra realtà, ma di raccoglierne un principio: la scuola porta gli studenti sul territorio e il territorio entra nella scuola, con esperienze graduali e collegate alle discipline.
Anche nel Cilento, nel Vallo di Diano e negli Alburni si potrebbe formare una rete di docenti referenti, coinvolgendo insegnanti di materie umanistiche, scientifiche, artistiche e tecniche. Insieme a guide, studiosi, archeologi, associazioni e istituzioni culturali, gli studenti potrebbero raccogliere memorie, consultare documenti e realizzare mappe, audioguide, podcast, video e brevi racconti. Si possono così costruire collaborazioni tra scuole e luoghi della cultura per sviluppare percorsi didattici e materiali educativi.
I ragazzi possono diventare i primi ambasciatori della propria terra: raccontarla ai compagni, alle famiglie, ai turisti e a chi è partito. Ma la loro attività scolastica non deve sostituire quella dei professionisti. Preparare un contenuto didattico è un’esperienza formativa; accompagnare i visitatori, gestire un museo, curare un sentiero e organizzare pacchetti turistici richiede competenze, responsabilità e lavoro retribuito. La scuola può far nascere interesse e far scoprire attitudini che, con la formazione giusta, diventeranno professioni.
Le vie storiche possono diventare aule a cielo aperto. Nel Vallo di Diano passava la strada romana tra Capua e Reggio, tradizionalmente identificata con la Via Popilia e ricordata dal Lapis Pollae, noto anche come Elogium. Le testimonianze di Polla possono offrire lo spunto per itinerari culturali dedicati agli spostamenti, agli insediamenti e ai rapporti fra i territori. Accanto alla viabilità romana esistono percorsi di altre epoche: tratturi pastorali, vie medievali e cammini religiosi. Ognuno va studiato nel proprio contesto, senza confondere periodi diversi o attribuire origini che non siano dimostrate.
A Roscigno, la Trazzera degli Stranieri è ricordata come un antico tratturo situato a valle dell’area archeologica di Monte Pruno, che doveva collegare la costa con l’interno. Sul pianoro di Monte Pruno sono documentati insediamenti enotri e lucani frequentati tra il VII e il III secolo avanti Cristo. Il rapporto tra viabilità, insediamenti e paesaggio offre una base concreta per far conoscere ai giovani il patrimonio locale e progettare attività didattiche e visite.
La ricerca deve essere rigorosa. Non ogni mulattiera è romana e non tutti i collegamenti ipotizzati sono già dimostrati. Occorre consultare studi archeologici, carte storiche e documenti d’archivio, effettuare rilievi sul terreno e raccogliere le memorie delle comunità. È importante indicare chiaramente ciò che è attestato e ciò che resta da verificare. Scuole, università, archeologi, storici e abitanti possono collaborare, trasformando la ricerca in un’occasione per comprendere meglio la propria comunità.
Si può cominciare dai tratti conosciuti tra Roscigno, Monte Pruno, Bellosguardo e i borghi vicini, studiando in seguito eventuali connessioni più ampie. Un progetto come il “Cammino dei Due Mari” può rappresentare una prospettiva condivisa, ma deve crescere per fasi: studio delle fonti, verifica dei tracciati e degli accessi, valutazioni sulla sicurezza, manutenzione e organizzazione dei servizi. Prima di promuovere un percorso occorre sapere dove passa, quanto è lungo, quali difficoltà presenta e quali luoghi collega.
Accanto alle vie antiche, il territorio può raccontare la cultura contemporanea del viaggio lento attraverso La Via Silente. È un itinerario cicloturistico ad anello di circa 600 chilometri, articolato in 15 tappe, che attraversa il Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. La sua proposta invita a pedalare con lentezza, osservare il paesaggio e incontrare le comunità lungo il percorso.
La Via Silente non è un’antica strada romana: è un itinerario cicloturistico contemporaneo. Le due esperienze possono incontrarsi nella scoperta dei borghi e nella cura del paesaggio, mantenendo chiare le differenze storiche. Le strade antiche raccontano i modi in cui le comunità si spostavano nel passato; la Via Silente propone un modo attuale di attraversare quei luoghi.
La scuola può aiutare i giovani a comprendere anche questa cultura. Gli studenti possono studiare i paesi attraversati, raccontare le tradizioni locali, documentare i prodotti e preparare contenuti che aiutino i cicloturisti a scoprire ciò che si trova lungo il percorso. Possono anche interrogarsi sui servizi necessari: dove ci si può fermare, quali attività sono aperte, come si trasporta una bicicletta, dove si trova assistenza e quali collegamenti permettono di raggiungere il punto di partenza.
Un itinerario di questa estensione può offrire opportunità a strutture ricettive, ristoranti, guide, servizi di assistenza alle biciclette, trasporti, produttori e attività locali. Perché le ricadute raggiungano i paesi, occorre mettere in contatto i cicloturisti con le comunità e le imprese, incoraggiandoli a fermarsi e a conoscere le produzioni del territorio. La Via Silente può dialogare con il Cammino di San Nilo, che attraversa diversi borghi del Cilento e passa per Caselle in Pittari, e con itinerari storici e culturali. Collegare bicicletta, cammino e visite permette di proporre esperienze diverse a visitatori diversi.
Un sentiero diventa una risorsa quando conduce a un’esperienza organizzata: una guida preparata, un museo aperto, una visita archeologica, un pranzo con prodotti locali, una degustazione, un pernottamento e un servizio di trasporto per chi ne ha bisogno. Si possono proporre visite di una giornata per scuole e famiglie, soggiorni di due o tre giorni tra archeologia e borghi, oppure esperienze più lunghe che uniscano cammini, bicicletta, natura, vino, olio e cucina.
L’offerta dovrebbe funzionare in tutte le stagioni. In primavera e in autunno possono essere proposte escursioni, visite culturali e attività nei paesaggi rurali; d’estate si può invitare chi soggiorna sulla costa a scoprire l’interno; d’inverno musei, laboratori, tradizioni e gastronomia possono offrire nuove ragioni per partire. I dati nazionali mostrano che una parte rilevante delle presenze turistiche si concentra nei mesi estivi. Per i nostri comuni, questo rende utile lavorare a proposte che diano continuità ai servizi e distribuiscano meglio visite e attività nell’arco dell’anno.
Anche il vino e le produzioni locali possono entrare negli itinerari: visite in cantina, degustazioni, vendemmia, olio, castagne, cucina e incontri con chi lavora la terra. Un museo didattico multimediale del vino potrebbe collegare botanica, storia, tecnologie immersive, cantine e percorsi rurali, offrendo laboratori per scuole e famiglie. L’obiettivo è mettere in relazione patrimonio culturale, attività produttive e occasioni di acquisto, in modo che la visita possa portare benefici alle imprese locali.
Per trovare e prenotare queste esperienze serve un sistema comune. Una piattaforma territoriale potrebbe riunire itinerari, calendari, prezzi, disponibilità, guide, trasporti, strutture ricettive e attività delle imprese. Mappe consultabili anche senza connessione, codici QR e audioguide in più lingue possono aiutare i visitatori a orientarsi. L’intelligenza artificiale può suggerire percorsi e servizi se utilizza informazioni controllate e aggiornate da persone del territorio. La tecnologia può semplificare l’organizzazione del viaggio; la qualità dell’accoglienza dipende dalla competenza degli operatori.
La sfida demografica rende urgente questo lavoro. I dati dell’OCSE indicano una perdita annuale di giovani dalla Campania verso altre parti d’Italia nel periodo 2008–2020 e prevedono un calo della popolazione regionale nei decenni successivi. Sono dati regionali, non riferiti soltanto ai nostri borghi, ma aiutano a capire perché non basti chiedere ai giovani di restare. Occorrono lavoro, formazione, servizi e la possibilità di avviare attività che abbiano prospettive concrete.
Riaprire musei e beni culturali oggi chiusi o accessibili soltanto in occasioni limitate può offrire nuove occasioni di conoscenza e lavoro. Un museo può essere un luogo vivo per le scuole, con visite guidate, laboratori, mostre, incontri con studiosi e attività collegate ai percorsi storici. Può diventare il punto di partenza per scoprire sentieri, la Via Silente, borghi, cantine, aziende agricole, botteghe artigiane e ristoranti.
Le imprese giovanili potrebbero presentare progetti per gestire visite, attività didattiche, accoglienza, prenotazioni e servizi turistici. Occorre però scegliere lo strumento giuridico adatto al bene e all’attività. Per alcune gestioni si possono valutare concessioni o forme di gestione indiretta; per collaborazioni più ampie tra amministrazioni e soggetti privati può essere considerato il partenariato speciale pubblico-privato. Obiettivi, durata, responsabilità, tutela, servizi, controlli e fruizione pubblica devono essere definiti con chiarezza. Una convenzione generica non sostituisce automaticamente la procedura appropriata.
Gli avvisi dovrebbero indicare criteri trasparenti: qualità culturale del progetto, sostenibilità economica, competenze, accessibilità, manutenzione e capacità di creare occupazione regolare. I giovani possono essere sostenuti con formazione e accompagnamento nella preparazione dei progetti. La gestione deve prevedere aperture effettive, personale qualificato e attività capaci di proseguire oltre la durata di un singolo finanziamento.
Le opportunità possono riguardare guide e accompagnatori, operatori museali, archeologi, addetti alle prenotazioni, manutentori dei sentieri, autisti, ristoratori, artigiani, produttori e servizi per i cicloturisti. Prima vengono la creazione delle imprese e del lavoro; il turismo è una delle strade per renderli possibili. Un finanziamento può aiutare ad avviare un progetto, ma il risultato va misurato dalla capacità dell’attività di continuare, generare reddito e mantenere servizi nel tempo.
Per collegare le energie serve una cabina di regia con Comuni, scuole, Parco, musei, università, associazioni e imprese. Dovrebbe coordinare la ricerca storica, la cura dei percorsi, la riapertura dei musei, la formazione dei giovani, la promozione e la vendita delle esperienze. Dovrebbe anche verificare i risultati: quanti beni sono davvero aperti, quante attività si possono prenotare fuori stagione, quante imprese partecipano, quanti visitatori si fermano nei paesi e quanti posti di lavoro vengono creati.
Conoscere la propria terra non significa soltanto ricordare il passato. Significa scoprire ciò che può ancora diventare e sentirsi coinvolti nella sua costruzione. La scuola può accendere questa consapevolezza; le vie storiche e la Via Silente possono farla vivere attraverso il viaggio; le istituzioni possono creare le condizioni per partecipare; le imprese possono trasformare patrimonio e conoscenza in servizi e occupazione.
Facciamo dei giovani i primi ambasciatori del Cilento, del Vallo di Diano e degli Alburni, ma diamo loro anche gli strumenti per diventare professionisti e imprenditori. Cominciamo dalle scuole di ogni ordine e grado, valorizziamo la Via Silente e i percorsi storici, riapriamo i musei e costruiamo un turismo capace di funzionare tutto l’anno. Così la conoscenza può diventare amore per la propria terra, l’amore può diventare partecipazione e la partecipazione può trasformarsi in lavoro, futuro e una ragione concreta per restare o tornare.




