Il successo di un territorio non si misura soltanto dai turisti che arrivano, ma dalle persone che scelgono di restare.
Ogni estate il Cilento torna sulle prime pagine.
Arrivano le bandiere blu, le classifiche delle spiagge più belle, i dati sulle presenze turistiche, le sagre, i festival, gli eventi culturali e le campagne promozionali che raccontano un territorio capace di attrarre visitatori da tutta Italia e dall’estero.
Tutto vero.
Così come è vero che il Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni rappresenta una delle più importanti esperienze di tutela ambientale realizzate nel Mezzogiorno d’Italia.
Sarebbe ingeneroso non riconoscere i risultati raggiunti.
Il marchio UNESCO, il riconoscimento della Dieta Mediterranea, la tutela della biodiversità, la valorizzazione dei siti archeologici, delle aree marine protette, dei sentieri e del patrimonio naturalistico costituiscono conquiste reali che hanno contribuito a dare visibilità internazionale a un territorio straordinario.

Eppure, proprio perché i risultati esistono, oggi è possibile porsi una domanda meno celebrativa e più utile.
Quei risultati hanno migliorato la vita delle comunità che vivono all’interno dell’area protetta?
È una domanda che non riguarda soltanto l’attuale governance dell’Ente Parco né esclusivamente quelle che l’hanno preceduta, anche se una parte significativa della classe dirigente, amministrativa e politica che ha accompagnato la vita dell’ente è cresciuta ed è invecchiata insieme ad esso.
Riguarda un modello di sviluppo che, dopo oltre trent’anni di attività, merita una riflessione approfondita.
Mentre il racconto ufficiale continua a concentrarsi sui successi del territorio, esiste infatti una realtà meno appariscente che raramente conquista spazio nel dibattito pubblico.
È la realtà dei piccoli comuni che continuano a perdere abitanti.

Delle case che non trovano acquirenti.
Dei giovani che partono per studiare e spesso non tornano più.
Degli agricoltori e degli allevatori che continuano a fare i conti con i danni provocati dalla fauna selvatica, fenomeno che si intreccia con la progressiva diminuzione degli addetti all’agricoltura e alla pastorizia e con il conseguente abbandono di vaste porzioni di territorio.
Delle attività economiche che sopravvivono con fatica lontano dai grandi flussi turistici della costa.
Delle infrastrutture che continuano a rappresentare una delle principali fragilità dell’intero comprensorio.
Anche il tema della sentieristica meriterebbe una riflessione più approfondita.
Negli anni sono stati investiti milioni di euro per recuperare e valorizzare antichi percorsi.

Un lavoro importante.
Ma troppo spesso la manutenzione ordinaria viene demandata a comuni che non dispongono delle risorse economiche e umane necessarie per garantire la continuità degli interventi.
Lo stesso discorso vale per molti immobili acquisiti, recuperati o realizzati nel tempo grazie a finanziamenti pubblici.
Quale funzione svolgono oggi?
Quale impatto hanno prodotto e producono sul piano economico e sociale?
Quanto incidono realmente sulla qualità della vita delle comunità locali?
Sono domande che non possono essere considerate polemiche.

Sono semplicemente le domande che ogni cittadino dovrebbe poter porre a un ente nato per promuovere uno sviluppo armonico tra tutela ambientale e presenza umana.
Nel frattempo cresce il turismo.
Ed è una buona notizia.
Ma anche in questo caso occorre evitare facili entusiasmi.
Il numero delle presenze non coincide automaticamente con lo sviluppo.
Una spiaggia affollata ad agosto non significa necessariamente una comunità più forte.
Una sagra di successo non equivale a un’economia locale più solida.
Una bandiera blu non garantisce da sola migliori servizi, maggiore occupazione o un futuro per i giovani.
Il vero indicatore della salute di un territorio dovrebbe essere un altro.
Quante persone scelgono di vivere qui?
Non di visitarlo.
Non di fotografarlo.
Non di raccontarlo sui social.
Di viverci.

Di investirvi.
Di costruirvi una famiglia.
Di aprirvi un’attività.
Di immaginare qui il proprio futuro.
Forse il compito più importante del Parco nei prossimi anni sarà proprio questo: passare dalla stagione della tutela alla stagione della rigenerazione, senza rinnegare quanto di buono è stato costruito nella prima.
Attrarre nuovi residenti oltre che nuovi turisti.

Favorire il ritorno dei giovani.
Creare opportunità nelle aree interne.
Trasformare il patrimonio ambientale in una migliore e più ambita qualità della vita.
Forse il vero successo del Parco non sarà misurato dalla quantità di turisti che attraversano il territorio, ma dalla capacità del territorio stesso di tornare ad essere desiderabile per chi sceglie di viverci tutto l’anno.
Perché il Cilento possiede ancora ciò che gran parte dell’Europa sta cercando disperatamente: natura, silenzio, paesaggio, relazioni umane, identità e tempo.
Risorse che potrebbero rappresentare la vera ricchezza del futuro.
Il futuro del Cilento non si misurerà dal numero delle bandiere che sventolano sulle spiagge o dal numero delle sagre inserite nei calendari estivi.
Si misurerà dal numero di famiglie che sceglieranno di restare, di tornare o di trasferirsi qui.
Perché un territorio non è davvero vivo quando è visitato.
È vivo quando è abitato.





3 commenti
caro Bartolo, condivido perfettamente il tuo articolo, alla voce “favorire il ritorno dei giovani aggiungerei anche gli ANZIANI.”
Basta pensare che solo ad Hammamet in Tunisia siamo circa novemila italiani che defiscalizzando viviamo qui. Se il ns governo ci permette di defiscalizzare nei nostri paesi in via di spopolamento come il cilento, noi torniamo tutti nei nostri paesi di origine con tutti i vantaggi che puoi immaginare per il paese e senza alcun costo aggiuntivo per lo Stato. serve la buona volontà dei governanti .buona serata
L’inaugurazione dell’ennesimo Mcdonald tra Sapri e Villammare con tanto di cerimonia paesana e prete benedicente, non depone affatto bene a favore della tutela del patrimonio gastronomico del Cilento. Si tratta invece dell’imposizione di modelli culturali e di fruizione del tempo libero sfacciatamente americani. Per non parlare dei rapporti che Mcdonald ha avuto con Israele. Ancora una volta si accettano forme di colonizzazione a stelle e strisce pur di ottenere una decina di posti di lavoro per i giovani del posto.
Buongiorno settimanale,sono un cilentano che da c.ca 60 anni vive fuori ma che ritorna puntualmente tutti gli anni .
nella mia casa Cilentana ho figli nati e cresciuti sposati in Lombardia ma che tutti gli anni fanno le vacanze nella bella terra del Cilento , Però mi accorgo che per ogni anno che passa,sempre meno gente,e soprattutto giovani scappano!!! Via purtroppo se non ci sarà la volontà di cambiare atteggiamento da parte delle politiche nazionali, regionali ,non cambierà ,tanta pubblicità (facciamo stiamo facendo ) E non fanno una beata mi…gh.a le tasse alle stelle! Stipendio sempre più erosì.ricchi sempre più ricchi e quindi? Capisco che con tutta la buona volontà di RESTARE..o. RITorNaRe ……. Cordiali saluti