Leonardo Guzzo, scrittore e giornalista, possiede una rara sensibilità per la parola. Per Biblion edizioni ha co-curato le traduzioni italiane di due Premi Nobel: l’irlandese Seamus Heaney e la canadese Anne Carson, di cui ha tradotto l’attesissima prima edizione italiana di “Uomini fuori servizio”.
In questa intervista rilasciata ad Antonella Casaburi, Leonardo Guzzo esplora i segreti del tradurre e il legame tra le grandi voci contemporanee.
Partiamo dall’attualità più recente. L’Accademia Svedese ha assegnato il Premio Nobel per la Letteratura ad Anne Carson. Avendo co-curato per Biblion Edizioni la prima edizione italiana di Uomini fuori servizio, come ha accolto questa notizia? C’era nell’aria la sensazione che il valore rivoluzionario della sua scrittura sarebbe stato consacrato a Stoccolma?
Ho accolto la notizia del Nobel ad Anne Carson con grande piacere, ma non mi ha francamente stupito. Il suo nome era nell’aria già da diversi anni. La vittoria di quest’anno è la consacrazione di un percorso comunque eccezionale, a prescindere da qualsiasi riconoscimento.
Uomini fuori servizio (Men in the Off Hours) è un testo labirintico, sospeso tra saggio, lirica e mito classico. Qual è stata la sfida più complessa nel tradurre e curare questa specifica “polifonia di voci” per il pubblico italiano?
La polifonia del libro ha portato alla decisione di affidarla a più traduttori, che la esaltassero “suonando” ognuno il proprio strumento linguistico, nel modo che più gli è consono, pur nell’ovvio rispetto del testo originario. In generale tradurre Anne Carson significa, secondo me, trovare una giusta misura tra le varie energie e intonazioni che percorrono i suoi scritti. Il canto, l’ironia, l’inventiva, la solennità, l’asciuttezza.
Non è nuovo all’incontro con i Premi Nobel: per anni si è dedicato intensamente, in sinergia con Marco Sonzogni, all’opera dell’irlandese Seamus Heaney, traducendo Lavoro sul campo e il Libro VI dell’Eneide. Esiste, secondo lei, un punto di contatto tra la materialità poetica di Heaney e il classicismo frammentato della Carson?
Il punto di contatto sta proprio nel riferimento al mondo classico. Anne Carson è una grecista, Seamus Heaney scrisse in latino, alla moglie, l’ultimo messaggio della sua vita, poco prima di spegnersi in sala operatoria durante un intervento sul suo cuore malandato. “Noli timere”, non temere, diceva. Anne Carson ha tradotto in inglese Catullo e Saffo, Seamus Heaney il canto VI dell’Eneide e l’Antigone di Sofocle. Aver saputo cogliere la modernità della cultura classica sicuramente li accomuna. Ognuno dei due ha poi interpretato questa modernità nella forma più congeniale al suo vissuto e alle sue esigenze.
Entrambi questi autori hanno affrontato la traduzione dei classici (Carson dal greco antico, Heaney da Virgilio). In che modo il loro essere traduttori ha influenzato il suo modo di tradurre loro?
C’è una frase che Heaney dice accostandosi alla traduzione di Virgilio, quando spiega che lo fa come se traducesse una versione di latino al liceo. Io ho cercato di riprodurre questo spirito: il rigore di svolgere un compito, ma anche il piacere di risolvere un enigma e l’avventura di scoprire un’intonazione italiana alla voce di questi due grandi scrittori.
Nella sua produzione narrativa personale (Le radici del mare, Terre emerse, Beco) la lingua è fortemente evocativa, lirica e attenta al mito. Quando traduce autori di questo calibro, riesce a mantenere una “distanza di sicurezza” o la loro voce finisce inevitabilmente per contaminare la sua scrittura da romanziere?
C’è inevitabilmente, e lo dico con tutta l’umiltà possibile, uno scambio. Ho scelto di tradurre questi scrittori perché mi hanno parlato: hanno suggestionato il mio immaginario e il mio modo di scegliere e combinare le parole. Parlo della “polifonia” e delle prospettive incrociate attraverso cui ho cercato di raccontare il pilota Ayrton Senna nel mio romanzo “Beco”, parlo della visione mitica che sempre accompagna nei miei racconti la rappresentazione materiale del mare. In cambio ho provato a dare a Carson e Heaney qualche sfaccettatura della mia sensibilità, qualche intonazione della mia lingua. C’è sempre, nella traduzione, il momento di fare delle scelte, di stabilire un ordine di priorità: ecco, questo non può che dipendere dal gusto letterario e dalla consistenza umana di chi traduce.
Da giornalista culturale e scrittore, come vede lo stato della traduzione di poesia in Italia? Crede che editori coraggiosi come Biblion Edizioni stiano riuscendo a colmare un vuoto, restituendo centralità a testi che spesso vengono considerati “difficili” o di nicchia?
Credo che nel nostro Paese esista a volte una felice sinergia tra editori illuminati (come Biblion) e attenti conoscitori del panorama letterario internazionale (come l’amico Marco Sonzogni, promotore delle traduzioni di Carson e Heaney). Questo permette di portare nella nostra lingua lavori raffinati e meritevoli, non necessariamente noti alla grande massa dei lettori e talvolta neanche a quella più ristretta degli addetti ai lavori. In generale, però, penso che l’Italia abbia un po’ il vizio di guardarsi la punta dei piedi, di non allargare il respiro verso un orizzonte più internazionale, al di là degli slanci estemporanei e delle mode del momento. La varietà degli autori stranieri proposti e dei traduttori “autorizzati” a cimentarsi lascia ancora a desiderare. In ambito letterario – lo dico di nuovo con umiltà, ma anche con la coscienza di chi, da autore, si è affacciato oltre i nostri i confini nazionali – l’Italia ha ancora bisogno di sprovincializzarsi.




