EPISTOLA III- MMXXVI MANZONI L’INNOMINATO ED IO
EPIGRAFE
Ma Dio! Se c’è questo Dio, se è quello che dicono, cosa volete che faccia di me? Queste parole furon dette con un accento disperato; ma Federigo, con un tono solenne, come di placida ispirazione, rispose: “Cosa può far Dio di voi? cosa vuol farne? Un segno della sua potenza e della sua bontà: vuol cavar da voi una gloria che nessun altro gli potrebbe dare” perché “quando voi stesso sorgerete a condannare la vostra vita, ad accusar voi stesso, allora…. allora Dio sarà glorificato!
(A. Manzoni, “I Promessi Sposi” Cap. XXIII)
Scrissero gli antichi che “fedeli sono le ferite di ama e frequenti i baci di chi odia” e fu una ferita, maestro, quella che inattesa mi infliggesti in quella lontana sera d’estate, quando, riaprendosi per caso o per Provvidenza le pagine del tuo romanzo, il tuo Innominato mi restituì l’alba luminosa di un “giorno nuovo” che credevo smarrito per sempre.
Ma come era cominciato tutto questo.

Ricordo fu una sera d’estate, in cui il sole ci aveva tenuto prigionieri tutto il giorno, quando uscendo in giardino alla ricerca di un po’ refrigerio, andai a sedermi all’ombra di quel vecchio ulivo, dove tornando, nel suo abbraccio, mi sentivo accolto e rinfrancato.
Passarono le ore e intanto venne la notte e rientrando per il meritato riposo, come era mio costume, prima di andare a letto, passai per lo studio, dove ignaro, tu, maestro, mi stavi aspettando.
Come entrai nello studio già sulla porta notai subito sul mio scrittoio, vi passavano spesso in quei giorni di ferie i miei due nipotini, un gran disordine e volendo fare ordine tra i tanti fogli sparsi e qualche pennarello con forbice annessa, notai che c’era anche il tuo romanzo, strana cosa pensai, io quel tuo romanzo da quando avevo lasciato la scuola non lo avevo più rimosso e vederlo lì, ora, tra le cose dei miei nipotini, suscitò in me una certa meraviglia e curiosità (curiosità che avrei risolto il giorno dopo sapendo che l’avevano cercato, con l’aiuto della mamma, perché era tra i compiti assegnati per le vacanze) e volendo fare ordine, mi accorsi che era la famosa “copia omaggio” dalla lunga e liscia copertina verde cupo, che la casa editrice di Firenze aveva fatto recapitare, nei miei primi anni di insegnamento, a tutti i docenti di lettere e che io, ricordi, maestro, avevo fatto anche adottare.
Ma quando lo presi per riporlo ecco che distrattamente urtando contro un’anta aperta della mia piccola biblioteca mi scivolò dalle mani e, non so se fu per caso (ma esiste poi veramente il caso!) o la tua Provvidenza, maestro, ma vero fu che cadendo il libro si sfogliò, allora scesi dallo scaletto per raccoglierlo ma mentre che lo componevo, alcune pagine infatti durante la caduta si erano piegate, notai che a margine a matita ben segnate portavano delle “glosse” che, come era mio costume allora di docente, raccoglievo tra le più notevoli dei miei studenti, per cui incuriosito da tanto caso e forse spinto da quel quell’interrogativo senza risposta che già da molto tempo mi tormentava “per troppo tempo siamo stati ospiti della creazione ed ora al Creatore dobbiamo il dovere del domandare” mi avviai in silenzio, con il tuo libro tra le mani, verso la mia camera da letto, deciso a tornare, senza più ombre, su quel tuo romanzo che dal tempo oramai lontano non avevo più né letto né incontrato .
Un romanzo, ricordo, che per la prima volta incontrai quando, per merito di quei frati itineranti che nella mia fanciullezza pellegrinavano per i nostri piccoli paesi ad annunciare il Vangelo, molti della mia generazione ed io con loro, ci ritrovammo prima “novizi” e poi “probandi” in quell’austero collegio di mezza Italia dove, eri allora nei programmi, (oggi ”nuova legge” ti impone fuori dalla scuola) tutti noi studenti del ginnasio fummo obbligati a leggerti e che, abbandonando poi quel collegio, non più ti ritrovai, se non quando, trascorsa la Germania e venuto di Eboli il liceo e poi Napoli, mi venisti di nuovo incontro in quella mia docenza, in cui vittima e carnefice di quella lontana stagione studentesca anch’io accesi il rogo.
E molti libri allora caddero e sulla piazza tanti furono dati alle fiamme e bruciarono e tra questi, Maestro, arse particolarmente il tuo, chè troppo distante era allora da quel nostro mondo infuocato quel tuo “romanzetto ove si tratta di Promessi Sposi”.
E così molti anni passarono e tanti altri libri vennero ma non mai più il tuo, fino a quando, morto oramai quel lontano docente che nella sua (hybris) superbia aveva osato di giudicarti affrettando (mea culpa) dei suoi studenti il passo, non venisti quella sera d’estate in cui i miei nipotini scompigliando il mio scrittoio ti riconsegnarono a me.
Erano, ricordo, le pagine famose di quella tormentata notte in cui il tuo Innominato “per rendersi conto, d’un sol fatto si trovò ingolfato nell’esame di tutta la sua vita” ed andando poi “indietro, indietro, d’anno in anno, di impegno in impegno, di sangue in sangue, di scelleratezza in scelleratezza” scoprendo che l’orrore di quella vita di sangue e di scelleratezza era la sua “si alzò in furia” dal letto e gettate con “furia le mani alla parete…afferrò una pistola” e stava per usarla “quando gli balenò in mente un altro pensiero. Se quell’altra vita di cui mi hanno parlato quand’ero ragazzo, di cui parlano sempre, come se fosse cosa sicura” dovesse veramente esistere che ne sarebbe stato della sua anima e spaventato da un “tal rischio, gli venne addosso una disperazione ancora più nera, più grave, dalla quale non si poteva fuggire, neppure con la morte ” e allora “lasciò cadere l’arma” e … “d’un tratto gli tornarono in mente le parole (di Lucia) che aveva sentito e risentite poche ore prima: Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia e…fu quello un momento di sollievo” e pensò che forse anche per lui poteva esserci un destino diverso.
E mentre si dimenava nel “voto penoso dell’avvenire” dei giorni e delle notti che sarebbero venute a tormentarlo si propone “d’abbandonare il castello, e d’andarsene via in paesi lontani”, quando “ecco che stando così immoto a sedere sentì arrivarsi all’orecchio come un’onda di suono non ben espresso, ma che pure aveva non so che d’allegro” per cui affacciatosi alla finestra e vedendo tanta gente che si affrettava ad andare tutta dalla stessa parte “data voce ad un bravo fidato gli domandò quale fosse la cagione di quel movimento” e avuto risposta che l’arcivescovo di Milano il cardinal Federigo Borromeo era arrivato in paese “e che ci sarebbe stato tutto quel giorno” chiedendosi cosa quell’uomo avesse “per rendere tanta gente allegra” decide di andargli a parlare “anderò ,anderò” e “fatta così in confuso questa risoluzione, finì in fretta per vestirsi … prese il cappello” dopo aver fatto nuovamente visita a Lucia “uscì dal castello e presa la scesa, di corsa” e una volta arrivato in paese chiese di sapere “dove fosse il cardinale che voleva parlargli”.
Quello che accadde poi dopo tutti lo sanno, le accorate parole del Cardinale, che lasciando “le novantanove pecorelle” che erano al “sicuro sul monte” andò alla ricerca di quella smarrita, colpirono tanto il tuo Innominato che quando poi il Cardinale gli stese le braccia al collo per abbracciarlo lui alla prima tentò di sottrarsi ma poi “vinto dall’impeto di carità, abbracciò anch’Egli il Cardinale e abbandonò sull’omero di lui il suo volto tremante” e mentre che inattese copiose cadevano “le sue lacrime sulla porpora incontaminata di Federigo”, tanto fu il ribrezzo per quella sua trascorsa vita sciagurata che “sciogliendosi da quell’abbraccio, si coprì di nuovo gli occhi con una mano, e, alzando insieme la faccia, esclamò: Dio è veramente grande! Dio è veramente buono!” e toccato dal profondo provò “un refrigerio, una gioia, sì una gioia”, quale non aveva provato mai prima e mutato il suo animo da quel giorno in poi corse a fare solo del bene.
Un miracolo o solo un caso, resterà un mistero, certo che quelle pagine tornando poi “nel segreto raccoglimento solo” mutarono il mio “superbo” giudizio e leggendo e rileggendo “trascorse le nuvole… inebriato dalle soavi parole di Federico”, come già il tuo Innominato, anch’io da quella sera cominciai a cambiare riscoprendomi nei giorni a venire “come rifatto e ringiovanito nella nuova vita” ed ebbi forte la sensazione “come quei che con lena affannata, uscito fuor del pelago a la riva, si volge a l’acqua perigliosa e guata, così l’animo mio, ch’ancor fuggiva, si volse a retro a rimirar lo passo che non lasciò già mai persona viva” che anch’io ero uscito dal un “pelago periglioso” al quale rivolgendomi indietro a “rimirarlo” solo ora mi accorgevo e comprendevo che quella “promessa” che da fanciullo in quel lontano collegio di mezza Italia non seppi onorare, ora per te, Maestro, tornava perché avanti io riconoscendo quel mio tempo in cui il giorno si chiudeva in un orizzonte finito, potessi onorarla e dare a Dio ed alla tua Provvidenza il posto che gli spettava ed esclamare, come già quel santo di Ippona, “tardi ti amai, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti amai! Ed ecco che tu eri dentro di me, e io stavo fuori…ma Tu mi hai chiamato, hai gridato, hai infranto la mia sordità; hai brillato, hai rischiarato, e hai dissipato la mia cecità; hai diffuso il tuo profumo, io l’ho respirato e ora anelo a te; ti ho gustato e ora ho fame e sete di te”, perché si può, Maestro, non onorare una promessa, tradire un giuramento ma non sempre si riesce a respingere o a spegnere le domande che essa custodiva.
E non so dire se fu il caso o la Provvidenza a riaprire quel tuo libro su quelle pagine, so di certo, tuttavia, che da quella sera quella “ferita” che allora in quella lontana sera d’estate mi apristi nel petto, oggi più non sanguina ma fattasi certezza e “significatione” di un Dio che sa attendere i suoi figli, più del mio tempo non mi urge un giorno nuovo nè più mi allettano le sue lusinghe che anzi giunto sul “finire della mia vita” sereno attendo mi avviandomi per quei “floridi sentier della speranza” che già ad un altro tuo Grande, furono conforto e con fiducia avanzo verso quei “campi eterni, al premio che i desideri avanza, dov’è silenzio e tenebre la gloria che passò” dove “ogni uguaglianza e ogni disuguaglianza andrà perduta” sicuro che quell’ “augurio di più sereno dì” verrà presto ad abbracciare il mio spirito perché “potranno spostarsi i monti e vacillare le colline, ma il mio amore non si allontanerà da te, né vacillerà la mia alleanza di pace, dice il Signore che compassione di te”.
E se, Maestro, con il Primo ed il Terzo, seduto sul mio comodino, ogni sera mi fai compagnia dolcemente consegnandomi con il tuo romanzo alla notte, è perché, oramai, sei parte dei miei giorni e tanto di questo mio antico, scarno fuoco scrittorio continui ad alimentare la fiamma, che quando qualche anno fa ricorrendo della tua morte il centocinquantesimo anniversario, non mancai, (oggi custoditi nella tua Casa Museo di Milano) di dedicarti i miei “100 e più Epigrammi”: pegno della mia gratitudine per un genio che con il suo tuo romanzo aveva saputo cambiarmi la vita, perché ci sono libri che si leggono altri che si promuovono ed altri ancora che ti restano dentro ed il tuo, Maestro, è stato uno di questi.
Ed ora che questa mia Epistola, sta per venire “leggera e piana” a te, nulla ti chiedo, Maestro, se non, quando placandosi del giorno le “torme delle cure” ed in silenzio di “sora nostra Morte corporale, da’ la quale nullo homo vivente pò skappare” si appresserà il passo e forte dell’eterno si leverà l’attesa, resta accanto a me e sostienimi chè stringendosi sempre di più intorno a me l’assedio del “relativismo egocentrico”, possa io, come te, continuare forte a custodire quel Dio che un giorno “tergerà ogni lacrima dai loro occhi; e non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate” e che in quel freddo mattino di gennaio, sulle scalinate di quella tua amata chiesa di San Fedele, ti rapì accogliendoti nelle sue braccia, perché, come tu scrivevi, Maestro: “Dio non turba mai la gioia de’ suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande!”
Et hoc nobis sufficit!
“Fa freddo nello scriptorium, il pollice mi duole” lascio mia questa Epistola non so per chi, non so più intorno a che cosa: “in umbra vana adnuit Deus”
Questo il mio epigramma:
Ed ora che ti ho ritrovato, come già il Santo, anch’io grido, maestro, tardi ti ho amato.
Di Pietro Lombardo il suo epigramma:
Del secolo lontano narrasti il male dentro il tuo presente, iniquità, soprusi e la fede della gente.
Questo, maestro, nell’ottobre in cammino, l’amore ed il mio mattino … il fiore che ti porto!
Chiusa nelle ore matutine del giorno di San Firmino dell’anno del Signore 2026
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