Liturgia della Parola: Atti 14,36-41; I Pietro 2,20b-25; Giovanni 10,1-10
La Liturgia di questa domenica propone invece una figura radicalmente diversa: il Pastore bello e buono, Cristo, che non domina ma guida, non sfrutta ma custodisce, non inganna ma dona la vita.
Il riferimento è il Salmo 23, dove Davide canta: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla”. Il re-pastore conosce le proprie debolezze, non si esalta, non si scoraggia, ma si affida alla misericordia di Dio. Ed è proprio questa fiducia che apre alla vera grandezza: riconoscere che il Signore non abbandona i fragili, ma dona il suo cuore ai miseri.

Il Pastore provvido non fa mancare nulla perché ogni giorno trasforma i limiti dell’uomo in occasione di conversione. In Cristo si manifesta così la gloria della Risurrezione e la forza del perdono divino.
La prima lettura richiama proprio questo: riconoscere Cristo come Signore significa ravvivare la coscienza del Battesimo e lasciarsi avvolgere dall’abbraccio della Trinità. Non si tratta di una religione astratta, ma di un rapporto vivo con il Risorto, compagno del nostro cammino quotidiano.
San Pietro, nella seconda lettura, approfondisce questa verità: Gesù è il Pastore delle nostre anime perché è insieme servo obbediente, agnello pasquale e capro espiatorio. Nella storia si possono trovare capi obbedienti o uomini disposti al sacrificio, ma nessuno può essere davvero Agnello pasquale, cioè colui che salva il popolo prendendo su di sé il peccato del mondo.
Nel Vangelo, Gesù si presenta come la porta e come il buon pastore. Questa immagine era immediatamente comprensibile ai suoi ascoltatori. La porta delle pecore richiamava l’ingresso del Tempio, luogo del sacrificio: Gesù si presenta così come il nuovo Tempio, il luogo vero dell’incontro con Dio.
Egli usa anche i verbi entrare e uscire, evocando l’Esodo: l’uscita dalla schiavitù e l’ingresso nella libertà. Cristo è il nuovo Mosè che apre il passaggio definitivo attraverso il deserto della morte verso la vita piena.
Il Pastore autentico non mortifica la libertà delle pecore. Al contrario, chiama per nome. Non impone, ma invita. Non umilia, ma rende consapevoli. La sua voce non schiaccia, ma orienta. Il rapporto con Lui è personale, salvifico, liberante.
Cristo-porta non cerca la propria esaltazione: orienta al Padre e offre la vera vita. Il suo Vangelo risponde alla fame di senso dell’uomo. Per questo entra nel recinto e conduce fuori: non per sostituire vecchie oppressioni con nuove catene, ma per avviare un processo di liberazione autentica.
La porta resta sempre aperta. Chi la attraversa trova la terra dove scorrono il latte della giustizia e il miele della vera libertà. Il Pastore cammina avanti: non ordina da lontano, ma precede. Convince con l’esempio, apre sentieri nuovi, accompagna senza abbandonare.
Anche oggi il mondo è pieno di falsi profeti che trasformano ideologie in religioni e cercano il consenso più che la verità. Ma nessun vero leader può agire per rafforzare il proprio potere. Chi lo fa diventa cattivo pastore, come i farisei del tempo di Gesù, interessati al dominio e non al bene del popolo.
Per questo il Vangelo afferma con forza: “Chi entra dalla porta è pastore”. Gesù rivendica questo ruolo non come privilegio, ma come servizio totale.
Le pecore riconoscono la sua voce perché essa risponde al desiderio più profondo del cuore umano: il bisogno di pienezza, di verità, di speranza. Egli chiama per nome, perché per Dio nessuno è una massa indistinta. Ognuno è persona, volto, storia, vocazione.
Essere chiamati per nome significa ricevere una missione. La vocazione è sempre un dono e una responsabilità. Il Pastore non rimprovera soltanto: precede, accompagna, sostiene.
La sequela conduce a un pascolo abbondante, come la manna nel deserto, come il pane distribuito ai cinquemila presso il lago. Il suo amore non si esaurisce: perdona settanta volte sette, perché è abbondante e fragrante come il profumo del nardo versato su Cristo.
Il buon Pastore non promette illusioni, ma vita vera. In un mondo pieno di voci che confondono, la sua resta l’unica capace di guidare senza schiacciare, di liberare senza abbandonare, di amare senza possedere.



