Ci sono lavori che si fanno per necessità e altri che, con il tempo, diventano riti. La raccolta delle olive, per me, è diventata soprattutto questo: un viaggio nella memoria, capace ogni anno di riportare insieme persone, luoghi e generazioni.
Il mio primo impatto con la raccolta delle ulive avvenne da bambino.
Ma ricordo ancora meglio la prima volta in cui promisi a me stesso che, diventato adulto, non mi sarei mai più cimentato in quell’attività agricola.
Era il 31 dicembre del 1975.
Sotto il “ricatto” di mia madre Giuseppina mi presentai in località Chiova, a Piaggine.
Il terreno era ricoperto di neve.
Già questo sarebbe bastato.
Ma lo choc arrivò quando raggiunsi l’uliveto e vidi mia madre e due sue amiche piegate sotto una pianta, infreddolite e impegnate nella raccolta.
Sopra di loro, sempre in bilico, c’era compare Carmelo Flagello.
Potava l’ulivo e contemporaneamente scuoteva i rami che aveva risparmiato dalla potatura.
Il sistema era semplice, almeno a raccontarlo.

Il potatore tagliava, scuoteva e completava la raccolta fin dove le donne da terra non riuscivano ad arrivare.
Chi rimaneva sotto doveva invece raccogliere le olive, sfrondare i rami caduti, riempire i sacchi e, soprattutto, “inseguire” Carmelo nei suoi volteggi aerei da una parte all’altra della pianta.
Io resistetti fino al pomeriggio.
Poi lasciai i lavori.
Avevo un appuntamento molto più importante.
Mi aspettava Ginetta, per il nostro primo Capodanno insieme.
Anche se, per la verità, eravamo guardati a vista da zio Mario e da Maria Silvia, compagna di classe di Gina.
Quella promessa fatta sotto gli ulivi innevati, naturalmente, non l’ho mantenuta.
Poi arrivò la casa in località Fonte di Roccadaspide.
Con la casa c’erano, e ci sono ancora, anche una ventina di piante di ulivo.
E così ricominciai, più per necessità che per “virtù” …
Scuotere.
Raccogliere.
Riempire.
Portare le olive al frantoio.
Aspettare la molitura.
Mia madre e i genitori di Ginetta, Maria e Giuseppe, erano quasi sempre con noi.

Quello che inizialmente era soltanto un lavoro agricolo finì lentamente per trasformarsi in una tradizione di famiglia.
Ed è forse proprio questa la ragione per cui continuiamo ancora oggi.
Anche a Piaggine torniamo volentieri a ripetere il rito.
Non tanto per la produzione.
Molto di più per ricacciare in fondo al cuore le emozioni.
Perché nella raccolta e nella molitura delle olive c’è qualcosa di particolare.
Tra il momento in cui il frutto viene staccato dall’albero e quello in cui il suo olio arriva sulla tavola trascorre un tempo quasi infinitesimale.
Poche ore.
Raccogli.
Porti al frantoio.
Aspetti.
E poi, quasi improvvisamente, quell’oliva che fino a poco prima tenevi tra le dita diventa olio.
Verdognolo, profumato, appena uscito dalla macchina.
È difficile trovare molti altri prodotti della terra capaci di restituire con la stessa immediatezza il risultato del lavoro appena compiuto.
Ma la soddisfazione più grande non è neppure quella.
È vedere tutta la famiglia scendere in campo.
Ognuno trova qualcosa da fare.
Qualcuno scuote.
Qualcuno raccoglie.
Qualcuno sistema le reti.
Qualcun altro controlla i sacchi.
I più entusiasti sono Alessandro ed Elena.

Quando escono da scuola si catapultano nell’uliveto per prendere il proprio posto.
E allora ti accorgi che quella giornata non appartiene soltanto al presente.
Dentro lo stesso uliveto finiscono per ritrovarsi, idealmente, tutte le stagioni della vita.
Mia madre Giuseppina sotto gli alberi della “Chiova”.
Compare Carmelo in equilibrio sui rami.
Il ragazzo che pensava soltanto a raggiungere Ginetta per trascorrere insieme il primo Capodanno.
I nostri genitori che negli anni hanno continuato ad accompagnarci.
E oggi i ragazzi che arrivano di corsa appena usciti da scuola.
Cambiano le persone.
Cambiano gli strumenti.
Cambiano perfino i modi di raccogliere.
Gli ulivi, invece, sembrano avere una concezione differente del tempo.
Restano lì.
E ogni anno ci chiamano nuovamente a “raccolta”.
Per questo, stavolta, ho lasciato volentieri indietro altri impegni che potevano essere rimandati.
Perché ci sono cose urgenti che possono aspettare.
E ci sono cose apparentemente non urgenti che, se continui a rimandarle, rischi un giorno di non poterle più fare.
La raccolta delle olive, ormai, per me appartiene a queste ultime.
Non è soltanto raccogliere un frutto.
È raccogliere il tempo…
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