Il passaggio da “asilo” a “scuola della infanzia”. Le politiche del governo attuale su nidi e scuole dell’infanzia. I numeri in Italia, dati report Istat. L’obiettivo politico del 2026 è quello di fare uso dei fondi del PNRR per colmare il gap e portare tutta Italia almeno al 33% di copertura 0-3 entro l’anno in corso. Non basta creare posti, avvertono i pedagogisti. Bisogna formare ed evitare che i nidi diventino parcheggio assistenziale. La visione pedagogica del nido. I pedagogisti non sono contro il governo, sono contro l’idea che il nido diventi la “prima elementare dei piccoli”. Come per i collaboratori scolastici: il nome è cambiato da “asilo” a “nido d’infanzia”. Ora bisogna cambiare la sostanza, non solo l’etichetta.
Il passaggio da “asilo” a “nido d’infanzia”, richiama in un certo senso, lo stesso meccanismo del passaggio da “bidello” a “collaboratore scolastico”: cambia il nome perché cambia l’idea di cosa sia quel luogo. Il primo Regolamento ONMI del 1925 recitava: “l’asilo nido è un servizio della comunità per i figli dei lavoratori o per bambini di famiglie gravemente impedite di attendere alla loro cura” Il termine “asilo” sta a significare “luogo dove lasciare, rifugio, custodia”. Il termine “nido” è ovviamente destinato soltanto ai più piccoli. Nella quotidianità passata si rappresentava servizio assistenziale-sanitario, assolutamente non educativo. Serviva alle madri operaie che non potevano tenere i figli. Il bambino era in “simbiosi con la figura materna”: se la madre non c’era, lo Stato lo custodiva. Niente di più e niente di meno. Lo Stato nei fatti si sostituiva all’accoglienza e alla tutela materna. La Legge 1044/1971 determinò il cambiamento. Fu la prima norma significativa per l’infanzia in Italia. Si cominciò a parlare di diritto del bambino, di servizio pubblico di educazione e assistenza. Il bambino, dunque, non era più soltanto il figlio di una lavoratrice madre. Tutti i piccoli che rientravano nella fascia 0-3 avevano diritto al nido. In tal modo assumevano cittadinanza e non si rappresentavano più soltanto appendice della madre. Non più nidi aziendali o ONMI emergenziali. Lo Stato devolveva a favore dell’istituzione 0-3 diversi soldoni con fondo speciale. Il nido non era più custodia; il nido diventava luogo educativo. Nacque ufficialmente l’asilo pubblico dopo i vagiti del 1988 della “scuola materna statale” con la Legge 444/68. Nell’arco di tempo 2003-2015, con le riforme del Ministro Moratti e la politica della Nuova Scuola, “l’asilo nido” divenne “nido d’infanzia” e la “scuola materna” fu denominata “scuola dell’infanzia”. La mutata denominazione volle risarcire il pensiero di Agazzi: la vecchia “scuola materna” doveva essere ambiente familiare dove si impara, non deposito. Le denominazioni “materna” e “asilo” richiamavano la figura materna, la custodia. Le nuove denominazioni ricalcano, invece, l’entità di un luogo educativo avente un proprio spessore connotativo. Oggi si parla di sistema integrato 0-6 che raggruppa la scuola dell’infanzia (0-3) e la scuola (3-6), si distingue per unicità e orientamento scolastico, non più assistenzialistico. Viene spontaneo l’accostamento ai collaboratori scolastici. Nel 1974 entrava in scena, nel mondo lavorativo, il bidello-custode, figura di servizio; nel 1994 compariva il “Collaboratore”, parte integrata della comunità educativa. Il parallelismo regge se consideriamo l’Asilo nel 1925 come custodia dei figli di operaie; lo stesso “asilo” divenne “nido d’infanzia” dal 1971 al 2000, conquistando il diritto educativo del bambino. Insomma sia nel primo che nel secondo caso, la rispettiva denominazione arriva dopo che la società ha capito che quella figura/luogo vale di più. Prima cambia la realtà, poi il linguaggio la certifica. E quando il linguaggio non cambia, come con il “bidello” che resiste, è segno che la realtà fa ancora fatica a farsi riconoscere. Le politiche del governo attuale su “nidi d’infanzia 0-3” e “scuole dell’infanzia 3-6” viaggiano su 3 assi: soldi PNRR, nuove Indicazioni Nazionali, sistema 0-6.Con riferimento a PNRR e infrastrutture il “Piano asili nido 2025”, il Ministero dell’Istruzione e del Merito, ha lanciato un nuovo piano con DM 51 del 17 marzo 2025 e DM 101 del 23 maggio 2025. In previsione vi sono nuovi posti, arredi innovativi e un obiettivo dellUE che consiste nel raggiungimento del 33% di copertura 0-3 anni entro il 2026 (attualmente siamo al 28%, sotto la media europea). Le dinamiche del Governo per quanto riguarda l’opportunità di nuovi posti hanno attivato le manifestazioni di interesse da Comuni singoli e aggregati per costruire/riqualificare asili nido. Le graduatorie già furono pubblicate a giugno-luglio 2025.Inoltre, la politica del governo centrale si è mossa con l’avviso del 3 febbraio 2026, per dotare nidi e infanzia già finanziati dal PNRR di arredi didattici nuovi.È, in realtà, il più grande investimento sui nidi dal 1971: miliardi PNRR per colmare il gap Nord-Sud. I Comuni però faticano con cofinanziamenti e tempi. L’11 giugno 2025 il MIM ha poi presentato la bozza delle “Nuove Indicazioni Nazionali” che entrano in vigore nell’a.s. 2026/27 per infanzia e primo ciclo. Con le nuove Indicazioni nazionali 2026, cosa cambierà per 0-6? Le principali novità interesseranno il curricolo verticale e per la prima volta si proverà a includere davvero i servizi 0-3, non solo 3-6. L’Alleanza per l’Infanzia chiede però di evitare “scolarizzazione precoce” e “disciplinarizzazione” dei campi di esperienza nei nidi. Non verrà più alimentata la possibilità di anticipo scolastico. Tanto il nido, quanto l’ infanzia non dovranno diventare “primaria anticipata”. In tal modo si vuole tutelare l’attività ludica, esperienziale e corporale. Si mira poi all’azione educativa all’empatia e al rispetto della donna. Verrà potenziata la scrittura. Sarà dato ampio spazio a calligrafia e corsivo anche per DSA, come strumento di pensiero riflessivo. STEM e cittadinanza digitale verranno potenziate fin dall’infanzia Il ruolo del docente assumerà la dimensione di guida culturale, non solo trasmettitore. La Commissione era guidata da Loredana Perla e Ernesto Galli della Loggia, critici delle Indicazioni 2012. Hanno lavorato 115 esperti, con 3 dirigenti e insegnanti per l’infanzia. Restano ancora aperte diverse richieste. L’Alleanza per l’Infanzia chiede al governo: poli infanzia 0-6: strutture uniche nido+infanzia, per continuità; armonizzare congedi parentali e nidi: fare in modo che il nido parta quando finisce il congedo di entrambi i genitori, per aiutare le madri a rientrare al lavoro; ripristino Commissione 0-6: organo di accademici e associazioni per garantire qualità, abolita e da ricostituire. Il Ministro dell’istruzione e del merito, Giuseppe Valditara, spinge su merito, rispetto, identità, no cellulari, no violenza verso i docenti. Sull’infanzia l’approccio è quello del “nuovo umanesimo”; Valditara vuole più Italia, più scrittura, più educazione civica. Meno approccio “pedagogista” degli anni 2000. Volendo formulare il sintesi il quadro delle politiche scolastiche in relazione al nostro argomento , nel periodo 2024.2026 occorre rilevare una triplice visione: soldi, regole, visione. Il PNRR si rappresenta necessario per costruire nidi, soprattutto al Sud con l’obiettivo del 33% copertura. Con riferimento alla normativa va detto che l’orientamento è quello delle Indicazioni 2026 con 0-3 dentro, ma con la battaglia aperta sulla necessità di “non scolarizzare il nido”. Una nuova visione, invece, si disegna col passaggio da servizio di conciliazione per madri lavoratrici a diritto educativo del bambino, ma con una impronta più identitaria e meno “europeista” rispetto al 2012. Secondo i pedagogisti, comunque, è quello della realizzazione di nidi parcheggio, senza alcuna qualità. La sfida è fare nidi e infanzia che educano, non solo che custodiscano.I dati Report Istat in Italia, 2021/2022 dei Nidi d’infanzia 0-3 e delle Scuole dell’infanzia 3-6, sono dgli ultimi dati consolidati disponibili. Si contano su tutto il territorio 13.518 strutture attive tra asili nido e servizi integrativi 0-3 anni. Dopo il Covid i nidi sono in leggera ripresa, i servizi integrativi calano ancora. In riferimento alla copertura nazionale: il 28% dei bambini 0-2 anni ha un posto disponibile. L’obiettivo UE/PNRR è il 33% entro il 2026. Siamo sotto, ma saliamo solo perché nascono meno bambini, non perché i posti esplodono. Significativi i dati dei divari territoriali: In pratica, se nasci a Perugia, hai 4 volte più probabilità di trovare posto al nido che se nasci a Napoli. Nella scuola dell’infanzia (3-6), ovvero le materne, la copertura è quasi universale, perché è gratuita e fa parte del sistema istruzione. I dati MIM dell’anno scolastico 2023/24 indicano che il 95% dei bambini 3-5 anni frequenta la scuola dell’infanzia, che risultano iscritti circa.1.5 milioni di bambini in 7.800 istituzioni scolastiche statali e paritarie. Il problema non si manifesta in termini quantitativi, ma qualitativi: sezioni primavera, anticipo a 2,5 anni, classi numerose, tempo pieno carente al Sud. L’obiettivo politico del 2026 è quello di fare uso dei fondi del PNRR per colmare il gap e portare tutta Italia almeno al 33% di copertura 0-3 entro l’anno in corso. Non basta creare posti, avvertono i pedagogisti. Bisogna formare ed evitare che i nidi diventino parcheggio assistenziale. Intanto, ancor prima della formazione degli educatori, si pone il problema della mancanza di 2.174 collaboratori scolastici in meno dal 2026/27.Altra preoccupazione dei pedagogisti italiani è che nidi d’infanzia e scuole dell’infanzia diventino “scuolette anticipate”. La loro posizione si snoda secondo una triplice ripartizione: criticano e dicono no alla “primarizzazione” dello 0-6. Un grave errore consiste nell’avere incluso il curricolo 0-3, rendendo una inopportuna ed erronea unitarietà curricolare. I pedagogisti contestano la scolarizzazione precoce, la perdita del gioco, la visione adulto centrica. Non è il nido il luogo dove si può parlare di “competenze”, “campi di esperienza disciplinati”, STEM e cittadinanza digitale. Il nido diventerebbe una primaria per piccoli. E’ necessario che vengano evitate “forme di scolarizzazione precoce e la disciplinarizzazione dei campi di esperienza”. Il nido non è il luogo delle performance, ma della scoperta del corpo, della relazione, del gioco libero. Non si concepisce la misurabilità dell’apprendimento a soli due anni. Inoltre soltanto la visione adultocentrica può cogliere la calligrafia, il corsivo, l’identità nazionale. Non certo il nido. Queste sono necessità adulte, non certo inclusive al curricolo 0-6. E’ l’età della scoperta, della meraviglia, della esplorazione. Non è l’età dell’essere Italiano. La Commissione 2025 era guidata da *Loredana Perla* e *Ernesto Galli della Loggia*, autori di _Insegnare l’Italia_, testo molto critico verso le Indicazioni 2012. Per molti pedagogisti di area Montessori, Reggio, Pizzigoni, questa è una virata ideologica: più “patria e calligrafia”, meno bambino al centro. Non si nascondono i timori. Il PNRR ci colma di quattrini. Bene. Il Piano asili nido stanzia miliardi. I Comuni prendono i quattrini senza personale formato 0-3 e adeguati spazi. Ecco allora abbiamo fatto contenitori, soltanto contenitori.Il 33% di copertura UE è un numero, non un progetto educativo. E’ anche questa la preoccupazione dei pedagogisti. L’Alleanza per l’Infanzia chiede il ripristino della Commissione 0-6 con accademici e associazioni. Oggi le scelte sono più politiche che pedagogiche. Senza presidio scientifico, il rischio ideologia aumenta. E’ necessario “armonizzare le politiche di conciliazione con quelle educative”, occorre cioè far partire il nido quando finisce il congedo. Ma se il nido diventa solo “servizio per far lavorare le madri”, torna al 1925: ONMI che custodisce figli di operaie. I pedagogisti vogliono che sia prima di tutto diritto del bambino, I Pedagogisti vogliono una vera continuità educativa, formazione specifica sulle neuroscienze per operare sulla fascia 0-3, valutazione del contesto, non del bambino. Al nido non si danno voti. I Pedagogisti chiedono gestione di qualità. Con i tagli ATA e i 2.174 collaboratori in meno dal 2026, chi garantisce la qualità? Come per i collaboratori scolastici: il nome è cambiato da “asilo” a “nido d’infanzia”. Ora bisogna cambiare la sostanza, non solo l’etichetta. Tanti nuovi asili nido sulla penisola non serviranno senza educatori. I “soldoni” del PNRRdevono dotare il Paese di oltre 150mila posti in più già da quest’anno. D’altra parte il Paese percorre una strada opposta ai bisogni. Vi è penuria di personale. Ecco il paradosso. E’ veramente scarso il numero di quanti vogliono lavorare nei nidi; è, di fatto, un lavoro scarsamente attrattivo, anche per le modeste retribuzioni. Lo Stato obbliga il personale all’acquisizione di una laurea. Altro che le suore del secolo scorso, oggi per essere maestro/a di asilo nido richiede una importante e seria formazione, se pure gli stipendi non superano un migliaio di euro mensili. A dire del CNEL nei prossimi anni serviranno ben 25mila nuovi educatori, una richiesta ingovernabile e scarsamente esaudibile da parte degli atenei italiani; questi, infatti, contano oggi scarsi ottomila laureati ogni anno in Scienze dell’Educazione. elgr



