Alzi la mano chi non ha visto, nei piccoli comuni del Parco, il cartello che indica la presenza di una Bottega di Comunità. Il passo, almeno nelle intenzioni, è significativo. In territori segnati da spopolamento, isolamento e invecchiamento della popolazione, la sanità di prossimità non è un dettaglio: è una delle condizioni minime per continuare ad abitare i piccoli borghi, molti dei quali contano meno di mille abitanti.
Senza servizi sanitari accessibili, senza assistenza domiciliare, senza trasporti adeguati, anche il borgo più bello diventa difficile da vivere.
Ho assistito all’apertura della prima Bottega di Comunità nel Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, nell’ambito dei Distretti sanitari n. 69 e n. 70. Il 16 novembre 2024, a Valle dell’Angelo, è stata inaugurata la prima “bottega”, con una promessa importante: portare servizi sanitari nel comune più piccolo della Campania e in una delle aree più interne e fragili del Parco.
Il modello dichiarato è quello della nuova medicina territoriale: avvicinare la sanità ai cittadini, ridurre gli spostamenti, evitare ricoveri impropri, offrire prestazioni specialistiche anche nei luoghi più difficili da raggiungere.

A Valle dell’Angelo si prevede la presenza, a rotazione, di specialisti come cardiologo, diabetologo e neurologo, con il supporto della tecnologia per collegare il presidio locale alla Casa della Comunità, all’Ospedale di Comunità e ai distretti sanitari.
Ancora prima, presso l’ospedale di Roccadaspide, era stato inaugurato l’Ospedale di Comunità. Anche in quel caso il progetto era ambizioso, ma il suo funzionamento reale dipende da turnazioni, personale disponibile, medici di base che abbiano tempo, continuità assistenziale e raccordo con l’ospedale tradizionale, che si trova al piano inferiore.
Ed è qui che comincia il problema.
I locali possono essere perfettamente predisposti, gli ambulatori arredati, gli strumenti disponibili. Ma senza un’organizzazione chiara, senza il coinvolgimento stabile dei medici di famiglia, senza un sistema di trasporto dei pazienti, senza integrazione con i Piani di Zona e con l’assistenza sociosanitaria domiciliare, il rischio è che queste strutture restino sospese tra intenzione e realtà.
Il nodo non riguarda solo il Cilento. A livello nazionale il piano delle Case di Comunità e degli Ospedali di Comunità, finanziato con il PNRR, sta mostrando difficoltà evidenti: molte strutture rischiano di aprire senza personale sufficiente, mentre la carenza di medici e infermieri rende complicato trasformare nuovi spazi in veri servizi alla persona.
Dopotutto, è risaputo che mancano medici di base, medici ospedalieri, pediatri, geriatri. Si richiamano o si trattengono in servizio medici a fine carriera, mentre il sistema pubblico fatica a garantire risposte tempestive.

Intanto, chi può permetterselo trova spesso una via più rapida nel privato. Il paziente si reca in ospedale, riceve una prima valutazione, poi scopre tempi lunghi per la visita specialistica. A quel punto si apre la solita strada: aspettare nel pubblico oppure rivolgersi allo studio privato o alla struttura privata, dove non di rado opera lo stesso medico incontrato nel percorso pubblico.
Così si chiude una porta e se ne spalanca un’altra, ma la seconda ha una sola chiave: pagare.
In questo contesto, le Botteghe di Comunità rischiano di aggiungere traffico e intasamenti a un sistema già congestionato. Se per farle funzionare si chiede agli stessi medici di base di lasciare per qualche ora i propri studi per aprire la porta della “bottega” o dell’“ospedale di comunità”, il rischio è di spostare il problema senza risolverlo.
I piccoli comuni non si salvano con le inaugurazioni. Si rianimano con servizi che funzionano, con anziani e persone fragili che non devono affrontare viaggi estenuanti per una visita, con famiglie che trovano risposte, con cittadini che non si sentono abbandonati.

La Bottega di Comunità può essere un segnale importante. Ma deve smettere di essere una promessa e diventare pratica quotidiana.
Nelle aree interne, infatti, il tema non è aprire una porta. È fare in modo che dietro quella porta ci sia davvero qualcuno capace di ascoltare, curare e accompagnare.
Altrimenti anche la sanità di prossimità rischia di diventare l’ennesima formula buona per inaugurazioni, fotografie e comunicati, ma incapace di cambiare davvero la vita delle persone.
E allora il toponimo “Bottega di Comunità” potrebbe finire per diventare sinonimo di spreco. Perché, se il sistema non funzionerà, ad averci guadagnato saranno soltanto i venditori di arredi sanitari, i fornitori di strumentazione, i proprietari degli immobili, le imprese edili impegnate negli adeguamenti e, unico elemento positivo, i giovani assunti per l’accettazione delle prenotazioni e la gestione delle turnazioni.
Tutto il resto dipenderà dalla presenza effettiva dei medici, dalla capacità organizzativa dell’ASL, dal coordinamento con i servizi sociali e dalla possibilità reale di garantire prestazioni utili, continuative e accessibili.
Perché se i medici impiegheranno più tempo per arrivare in ogni angolo del Parco che per dispensare un servizio sanitario all’altezza dei bisogni, allora la Bottega non sarà un presidio di prossimità.
Sarà solo un’altra insegna accesa in un paese che continua a spegnersi.



