VENTINOVESIMA DOMENICA PER ANNUM
Telle scorse domeniche Gesù ha denunciato l’ipocrisia e l’infedeltà degli anziani che temevano le insidie al loro ruolo di maestri e guide d’Israele; non volevano perdere la deferenza e la sottomissione del popolo ed erano invidiosi del giovane rabbi.
Consapevoli che risultava difficile tener testa ai suoi insegnamenti, non riuscivano a confutare il suo Vangelo e si preoccupavano per le folle che lo ascoltavano con crescente stupore, apprezzandone il messaggio.
Lo avrebbero volentieri imprigionato, ma a trattenerli era il timore della reazione del popolo, che riteneva Gesù un profeta.
Negli ultimi giorni prima della vergognosa condanna in croce, Gesù si scontra con coloro che saranno i suoi accusatori al processo. Matteo dedica due capitoli alle polemiche intercorse tra Lui e i suoi nemici.
Lo scontro con i farisei e gli erodiani è determinato dalla discussione circa il tributo a Cesare; con i sadducei il contrasto è sulla resurrezione; con i farisei anche sul comandamento più grande e sulla signoria del Messia rispetto a David.

Alla fine del contraddittorio risulta che a obbedire veramente alla Legge è Gesù, mai ribelle contestatore, ma pronto a chiarire la portata delle prescrizioni quando viene pervertita dal formalismo sterile e presuntuoso dei capi del popolo.
Per vendicarsi costoro ricorrono a un espediente per metterlo in difficoltà, d’intesa con i nemici erodiani, questa volta alleati per il comune odio nei suoi confronti.
Gli pongono un capzioso quesito nel quale s’intravede un coacervo di problemi religiosi, politici e di concreti interessi economici.
Gli ebrei non sopportavano la dominazione dei romani, ai quali dovevano consegnare molto denaro per tasse e balzelli; mentre la minoranza erodiana aveva interesse a enfatizzare gli aspetti politici per consolidare la propria posizione.
Gesù sembra senza scampo.
Rispondendo sì si sarebbe alienato il popolo, avrebbe rischiato il pugnale degli zeloti e la soddisfatta recriminazione dei farisei; un no lo avrebbe messo contro l’aquila romana perché accusato di essere un sobillatore del popolo e sovvertitore dell’ordine.
Ma Egli non elude la questione.
In tal modo fa emergere la cattiva fede di chi lo ha interrogato, segnata da gelosa ipocrisia malgrado il mielato sussiego delle parole:
«Sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio senza guardare in faccia a nessuno».
Queste espressioni, di fatto, sono una testimonianza di come Gesù viene percepito anche dai suoi nemici: veritiero, impegnato a insegnare la strada di Dio, per nulla intimorito perché non si fa condizionare da nessuno.
Gesù coglie la situazione e li apostrofa:
«Ipocriti, perché mi tentate?»
Innanzitutto li ridicolizza considerandoli dei commedianti e, come altre volte, dimostra che la loro esistenza è una continua recita.
L’evangelista, in poche battute, evidenzia con ironia la situazione racchiusa nella richiesta della moneta.
Infatti Gesù non ne possiede; rispetta la Legge e non usa denaro con l’immagine imperiale, al contrario degli avversari che, alla richiesta, prontamente ne mostrano una.
Dimenticano di essere nel recinto del Tempio e così mancano gravemente alla prescrizione di non usare altro conio se non quello degli ebrei, motivo per cui nel recinto operavano tanti cambiavalute.
Inoltre, i farisei portano nel luogo sacro una effigie umana, il volto dell’imperatore, gravissima offesa alla santità del Tempio.
Puri osservanti, come si qualificano, violano la norma per possedere denaro; infatti, l’uso della moneta implicava il formale riconoscimento della divinità imperiale in essa iscritto.
Al gesto fa seguito la famosa risposta:
«Restituite a Cesare quello che è suo e date a Dio quello che è di Dio».
Gesù volutamente usa due verbi per sottolineare la differente portata dell’azione; così afferma la netta separazione tra sfera religiosa e sfera politica, invita a rispettare le leggi, ma sopra all’autorità umana pone Dio perché i valori politici ed economici non possono prescindere da quelli religiosi, come non è accettabile l’invadenza della religione sulla politica.
Gesù raccomanda l’equilibrio di elementi posti in dinamica relazione, affermazione che oggi conserva evidente attualità.
Per il cristiano comporta il dovere di consolidare nella società i valori che derivano dalla fede, senza parteggiare per un regime, interferire e allearsi.
Intanto non bisogna dimenticare di rendere a Dio ciò che è di Dio: la terra e quanto contiene.
Perché a Cesare possono appartenere cose, mentre le persone sono del Signore e nessun potere terreno può condizionare la loro libertà di figli.
Gesù evita qualsiasi rischio di politicizzare Dio o di sacralizzare il potere politico.
L’uomo è invitato a dare a Dio se stesso interamente e obbedire a Lui; a Cesare deve invece restituire quanto gli appartiene, non il proprio cuore.
Con questa risposta Egli dimostra di non essere un messia politico e, contemporaneamente, invita i suoi seguaci a essere cittadini leali.
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