XXVI Domenica per annum – Ez 18,25-28; Fil 2,1-11; Mt 21,28-32
VENTISEIESIMA DOMENICA pER ANNUM: EZECHIELE 18,25-28; FILIPPESI 2,1-11; MT 21,28-32

Gesù riassume le caratteristiche dell’umanità nei due figli della parabola: uno ribelle, l’altro servile; non esiste un terzo che eventualmente possa rappresentare il figlio ideale, nel quale con coerenza si riscontra la corrispondenza tra il dire e il fare. Il primo figlio, impulsivo, sente il bisogno di misurarsi con le richieste del padre contestandole; l’altro, chiaramente immaturo, si accontenta di apparire ossequiente. Entrambi manifestano un’idea comune: esser convinti di avere a che fare con un padre-padrone; ma il primo si pente e comprende che la vigna, dove va a lavorare, non è solo il luogo della fatica, ma anche il terreno dal quale si ricava il vino da distribuire per la gioia della casa grazie alla propensione del padre a condividere tutto.
Nel commento Gesù accusa i farisei di non aver creduto a Giovanni perché refrattari all’azione di Dio. Costoro avrebbero dovuto insegnare al popolo come obbedire alla volontà del Signore, ma in realtà non credono; invece, quelli che si riteneva esclusi dalla promessa sono pronti a credere. I farisei non hanno scuse perché hanno «visto queste cose» e, nonostante ciò non si sono «nemmeno pentiti così da credergli»». Il Maestro introduce il tema del pentimento nella prospettiva dell’evangelista Matteo, un ex pubblicano particolarmente severo nei confronti delle autorità del Tempio, completamente refrattarie, mentre egli ha sperimentato la misericordia giovandosi della forza del perdono.
Chi fa la volontà del Padre? Chiede Gesù.
Chi è consapevole che la fioritura della vigna è compito anche di coloro che abitano nella casa da figli liberi e non da servi sottomessi. Ecco il motivo perché i pubblicani saranno migliori dei farisei. Costoro conoscevano gli antichi profeti, ma non hanno lavorato dove intendeva mandarli il padre, formalmente non disobbediscono, gente religiosa ma incapace di aprirsi alle nuove prospettive della salvezza perché soddisfatti della Legge.
Gesù parla al piccolo fariseo che è in noi: educazione, cultura, amici forse aiutano a non commettere gravi disobbedienze, situazione che può rivelarsi anche rischiosa mancanza di opportunità rispetto a chi, non partecipe di questa condizione, disobbedisce; ma – paradosso del cristianesimo – questo demerito si trasforma in occasione di pentimento che fa scoprire la vera Legge, quella dell’amore, come capita al ladrone pentito. Questi si sente dire: «Oggi in Paradiso», nonostante il male commesso. La disobbedienza è stata cancellata dalla misericordia, sostiene Gesù alla fine di questa pagina evangelica.
Allora dobbiamo porci la domanda: siamo cristiani di facciata o di sostanza? Solo credenti o anche credibili?
Siamo pronti a testimoniare con la nostra vita che in Dio non c’è condanna, ma rinnovata promessa di vita perché ha fiducia in noi, nonostante errori commessi e ritardi nell’incamminarci per la giusta via?
Dio continua a fidarsi di noi; non è un giudice severo, ma un Padre che genera stupore, libertà gioiosa, riscaldata dal vino della festa prodotto nella sua vigna.lr
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