Abbiamo imparato a produrre sempre di più e sempre più velocemente. Ora la vera sfida è non perdere il senso di ciò che scriviamo.
Che vita abbiamo vissuto.

Potremmo raccontarla per andare ancora più oltre; ma potremmo anche analizzarla per capire quali sono stati i passi giusti e quelli falsi che abbiamo compiuto.
Abbiamo passato anni a cercare strumenti capaci di farci fare tutto più facilmente.
Con il tempo, anch’io ho imparato a mettermi alla prova, “soffocando” l’istinto innato di un giovane che aveva vissuto gli anni dello studio per conseguire il diploma e poi la laurea profondendo il minimo indispensabile per procedere velocemente verso il salto definitivo dell’indipendenza economica.
A un certo punto decisi di andare oltre il “frammento” che era stato fino ad allora il mio mondo.
“Emigrai” al Nord, in provincia di Varese.
Quell’ambiente diverso da quello che mi aveva cresciuto fu, per me, salvifico.
Entrai finalmente nell’età adulta.
Il segnale fu la presa di coscienza di non poter continuare a barare con me stesso e, di conseguenza, diventò ineludibile un cambio di passo.
Il matrimonio con Ginetta fece il resto.
Da un lato la tranquillità affettiva, con il relativo obbligo di rinforzare la famiglia; dall’altro la consapevolezza di poter incidere sulle vite dei ragazzi che la scuola mi affidava in custodia per accompagnarli nella crescita.

Fu lì che cominciai a capire che scegliere non significa limitarsi.
Significa assumersi la responsabilità di dare una direzione alle proprie energie.
Scegliere costringe a pensare, scartare, riscrivere, correggere, ricominciare.
Costringe ad affrontare quella resistenza che, mentre sembra rallentare, in realtà ci obbliga a dare forma a ciò che vogliamo diventare.
Ed ora eccomi dentro quel futuro che il tempo ha modellato intorno a me.
Sa di famiglia, di lavoro, di impegno civile e sociale.
Sa di giornali, di incontri, di errori, di tentativi, di persone, di responsabilità.
Insomma, di tutto ciò che, a volte, mi precede e altre volte mi insegue.
Ed ecco che siamo all’oggi.
Oggi il problema non è più riuscire a produrre.
È riuscire a non produrre inutilmente.
Ma attenzione: questo non significa produrre meno.
Significa produrre con più consapevolezza.
Significa non permettere che la facilità degli strumenti trasformi la creatività in automatismo, la comunicazione in riempimento, la presenza in semplice occupazione dello spazio.
Abbiamo a disposizione mezzi potentissimi.

Possiamo scrivere, correggere, pubblicare, fotografare, montare, tradurre, impaginare, distribuire e moltiplicare contenuti in tempi che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati impossibili.
Ed è proprio qui che nasce il paradosso.
Più possiamo fare, più dobbiamo imparare a scegliere.
Più è facile produrre, più diventa importante capire perché produciamo.
Più cresce la quantità, più aumenta il bisogno di qualità, di profondità, di coerenza.
Il problema non è quindi la velocità.
È la perdita di direzione.
Non è l’abbondanza.
È l’incapacità di distinguere ciò che vale da ciò che occupa soltanto spazio.
Non è la tecnologia.
È l’uso che scegliamo di farne.
Per questo non credo che sia arrivato il momento di togliere in senso quantitativo.
Credo sia arrivato il momento di selezionare, ordinare, approfondire, sedimentare e restituire.
Non smettere di seminare.
Imparare anche a raccogliere.
Mettere a frutto il patrimonio di conoscenze che ci ha aiutato a raggiungere tanti traguardi, senza continuare ad inseguirne altri soltanto per soddisfare quella sete di andare sempre oltre che, a un certo punto, rischia di impedirci di vedere ciò che abbiamo già costruito.
Perché si può continuare a seminare per tutta la vita e non trovare mai il tempo di raccogliere.
Si può accumulare esperienza senza trasformarla in conoscenza.
Si può produrre moltissimo senza lasciare nulla che resti.
Ed è questo, forse, il rischio più grande del nostro tempo.
Non la scarsità dei contenuti.
La loro evaporazione.
È arrivato allora il momento di regolare i conti.
Non con il passato.
Con il futuro.
Mettere in campo un metodo più utile alla presa di coscienza collettiva e meno appariscente della rincorsa ai numeri di visualizzazione.
Un metodo che non misuri il valore soltanto in click, impression, follower, frequenza di pubblicazione o quantità di contenuti prodotti.
Perché il successo di un articolo non dovrebbe coincidere soltanto con quante persone lo hanno visto.
Dovrebbe misurarsi anche con quante persone ha aiutato a capire qualcosa.
Con quante domande ha generato.
Con quanto tempo è riuscito a restare nella mente di chi lo ha letto.
Con la capacità di mettere in relazione fatti che, presi singolarmente, sembravano non avere nulla in comune.
In fondo, si tratta di rendere esplicito ciò che, in parte, è già in corso.
È necessario dichiararlo prima di tutto a noi stessi.
E poi a chi ci legge.
Non pubblicare perché bisogna esserci.
Non scrivere perché il calendario editoriale impone di riempire una casella.
Non inseguire un trend soltanto perché esiste.
Non aggiungere rumore al rumore.
Ma nemmeno ritirarsi.
Al contrario.
Essere presenti con più forza proprio perché si è scelto di esserlo con più senso.
Continuare a produrre, ma trasformando la produzione in patrimonio.
Continuare a comunicare, ma facendo in modo che l’informazione non si esaurisca nell’istante in cui viene consumata.
Continuare a raccontare, ma provando a costruire memoria.
Formare informando.
Forse è questo il passaggio successivo.
Usare il giornalismo e la comunicazione non soltanto per raccontare ciò che accade, ma per aiutare chi legge a comprenderlo, collegarlo, conservarlo e, possibilmente, utilizzarlo.
Fare dell’informazione non un flusso che scorre e scompare, ma uno strumento capace di sedimentare conoscenza.
Non si tratta, quindi, di fare meno per stanchezza.
Si tratta di scegliere meglio per consapevolezza.
Non di rallentare per paura del futuro.
Ma di utilizzare meglio ciò che il futuro ci ha già messo tra le mani.
Perché andare oltre non significa necessariamente continuare a correre.
A volte significa capire quanto lontano siamo già arrivati.
Raccogliere ciò che abbiamo seminato.
Dargli un ordine.
E decidere come trasformarlo in qualcosa che possa servire anche a chi verrà dopo di noi.
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