Portare nuovi abitanti in un piccolo paese può essere relativamente facile rispetto alla sfida che arriva dopo: creare le condizioni perché quelle persone possano rimanere. È probabilmente questa la domanda più difficile, e allo stesso tempo più concreta, che dovrebbero porsi le politiche contro lo spopolamento delle aree interne. Perché una casa economica può convincere qualcuno a trasferirsi, un contributo può alleggerire le prime spese e la bellezza di un territorio può alimentare il desiderio di cambiare vita, ma dopo l’entusiasmo iniziale restano questioni molto più quotidiane: il reddito, il lavoro, la scuola per i bambini, l’assistenza sanitaria, la connessione internet, i collegamenti, i servizi e la possibilità di costruire una prospettiva che duri nel tempo.
Dalla Spagna arriva un’esperienza che prova ad affrontare proprio questo passaggio. Si chiama Holapueblo, è nata alla fine del 2019. La sua particolarità non consiste semplicemente nel mettere in contatto piccoli Comuni e persone desiderose di trasferirsi, ma nel tentativo di collegare il trasferimento a un progetto economico e a un territorio nel quale quel progetto possa avere condizioni ragionevoli per svilupparsi. In altre parole, l’obiettivo non è trovare soltanto qualcuno disposto ad abitare in un paese, ma provare a costruire un incontro tra una persona, un’idea imprenditoriale e una comunità rurale.
Il meccanismo, spiegato senza tecnicismi, è abbastanza semplice. Chi vuole partecipare presenta il proprio progetto e viene accompagnato nella definizione dell’attività che intende realizzare. Il percorso comprende la ricerca del paese, la messa a punto dell’idea imprenditoriale e attività di mentoring. Per la sesta edizione Holapueblo ha annunciato che avrebbe sostenuto trenta progetti tra quelli ritenuti dotati delle migliori possibilità di svilupparsi nel contesto rurale. Non si tratta quindi di assegnare automaticamente una famiglia a un Comune, né di garantire un posto di lavoro a chi arriva: il programma cerca piuttosto di ridurre il rischio di un trasferimento improvvisato, aiutando le persone a verificare se il proprio progetto e il territorio scelto possano realmente essere compatibili.
Questa distinzione è importante. Nel dibattito sulle aree interne si parte frequentemente dalla disponibilità di case: ci sono immobili vuoti, proviamo ad attirare qualcuno. Holapueblo suggerisce invece un percorso diverso. Prima bisogna conoscere il progetto della persona e contemporaneamente capire che cosa possa offrire il territorio. Solo dopo ha senso verificare se le due esigenze possano incontrarsi.
È un metodo apparentemente elementare, ma introduce un cambiamento profondo. Se una persona vuole aprire un’attività, non basta sapere che nel paese esiste un locale inutilizzato: occorre verificare se il territorio presenti condizioni favorevoli, se quella professionalità sia richiesta, se esistano attività analoghe e se il progetto possa raggiungere un mercato sufficientemente ampio. Holapueblo accompagna proprio la valutazione della sostenibilità dei progetti e lavora con i Comuni per individuare risorse e aree di opportunità. Un’analisi ancora più approfondita della domanda locale, delle quantità acquistate dalle imprese e dei servizi oggi reperiti fuori dal territorio potrebbe rappresentare un ulteriore sviluppo del modello nelle aree interne italiane.
Un professionista che opera online avrà esigenze differenti, a partire da una connessione stabile. Chi vuole avviare un’attività di ristorazione dovrà valutare residenti, visitatori, concorrenza e stagionalità. Chi immagina un servizio rivolto agli anziani dovrà conoscere la struttura demografica della zona e ciò che già esiste. Il problema, dunque, non è soltanto trovare un posto nel quale vivere, ma individuare un territorio nel quale sia possibile costruire un’economia personale sufficientemente solida.
È proprio questo passaggio che rende l’esperienza spagnola interessante anche per l’Italia: il ripopolamento viene affrontato come un problema economico e sociale, non soltanto demografico.
I numeri pubblicati dai promotori consentono ormai di osservare il progetto su un periodo abbastanza lungo da andare oltre il racconto del singolo trasferimento. Secondo Redeia, al 26 marzo 2026, nelle prime cinque edizioni Holapueblo aveva seguito 208 famiglie e 211 Comuni, contribuendo al trasferimento nel mondo rurale di oltre 215 persone. L’85% continuava a vivere in quei territori. Dall’avvio dell’iniziativa erano state inoltre create 58 attività economiche e 44 risultavano ancora operative. Sono dati comunicati dagli stessi promotori del progetto e non rappresentano una valutazione indipendente dell’efficacia complessiva di Holapueblo, ma contengono comunque un indicatore particolarmente interessante: la permanenza.
Il punto, infatti, non è soltanto sapere quante persone siano arrivate.
Bisogna sapere quante siano rimaste.
È una differenza fondamentale per qualsiasi strategia contro lo spopolamento. Il trasferimento della residenza può essere registrato in pochi giorni, mentre la capacità di mettere radici si misura negli anni. Un progetto realmente efficace dovrebbe quindi essere valutato non durante l’inaugurazione o al momento della consegna delle chiavi, ma dopo tre, cinque o dieci anni: quella famiglia vive ancora nel territorio? L’attività è ancora aperta? Produce reddito? Ha assunto qualcuno? I figli frequentano ancora la scuola locale? La presenza dei nuovi abitanti ha generato altra domanda per negozi, artigiani e servizi?
Holapueblo offre quindi un indicatore che sarebbe utile introdurre sistematicamente anche in Italia: il tasso di permanenza. Non soltanto quanti nuovi residenti siamo riusciti ad attrarre, ma quanti hanno trovato condizioni sufficientemente solide per non andarsene di nuovo.
Il progetto continua intanto ad allargarsi. Nel marzo 2026 Redeia comunicava l’iscrizione di 105 Comuni appartenenti a dodici comunità autonome alla sesta edizione, un numero definito dalla stessa organizzazione come record dall’avvio dell’iniziativa. I paesi coinvolti hanno meno di 5.000 abitanti e cercano persone interessate non soltanto a trasferirsi, ma ad avviare un’attività e radicarsi nel territorio. La stessa edizione ha introdotto anche sessioni di sostegno emotivo per facilitare l’adattamento alla vita nei piccoli centri, riconoscendo un elemento spesso sottovalutato: cambiare paese non significa semplicemente cambiare abitazione, ma modificare lavoro, relazioni, abitudini e rete sociale.
Un aggiornamento successivo pubblicato da AlmaNatura nel giugno 2026 restituisce una dimensione ancora più ampia dell’esperienza. Dalla nascita del progetto erano state raccolte 17.687 iscrizioni, accompagnate 213 famiglie imprenditrici attraverso programmi personalizzati di mentoring e coinvolti 217 Comuni di 33 province e dodici comunità autonome. AlmaNatura indicava inoltre 215 persone che avevano cambiato vita con il sostegno dell’iniziativa e 58 attività economiche avviate. I numeri vanno letti con attenzione, perché un’iscrizione non equivale a un trasferimento e una famiglia accompagnata non coincide necessariamente con una famiglia che si è poi stabilita definitivamente in un paese. Proprio questa distinzione rende però il dato sulla permanenza ancora più significativo.
L’esperienza ha fatto emergere anche un problema che potrebbe sembrare paradossale: in molti paesi che perdono popolazione esistono numerose abitazioni chiuse, ma chi vuole trasferirsi può comunque non trovare una casa disponibile.
Per comprendere meglio questa contraddizione, Holapueblo ha sostenuto una ricerca della Universitat Oberta de Catalunya dedicata all’abitazione rurale. Lo studio ha analizzato Belorado, Bot, Fuentes de León e Tragacete, utilizzando più di settanta indicatori sociodemografici, territoriali, economici, turistici e relativi al patrimonio abitativo. In alcuni dei Comuni osservati le abitazioni vuote superavano il 20% del patrimonio e il peso delle seconde residenze poteva raggiungere circa il 40%. Sono dati riferiti ai casi studiati e non possono essere estesi indistintamente alla Spagna rurale, ma permettono di comprendere il problema: una casa vuota non è necessariamente una casa disponibile.
Dietro una porta chiusa possono esserci più eredi, lavori di recupero necessari, proprietari che non intendono affittare, utilizzi stagionali o immobili che rimangono semplicemente fuori dal mercato. La ricerca sottolinea quindi l’importanza di aumentare l’offerta di abitazioni in affitto stabile, collegando il problema dell’alloggio non soltanto all’arrivo di nuovi residenti ma anche alla possibilità dei giovani già presenti di continuare a vivere nel territorio.
È una lezione particolarmente importante per le aree interne italiane. Prima di costruire nuove abitazioni sarebbe spesso più utile conoscere con precisione quelle che già esistono e comprendere quante possano realmente tornare sul mercato. Un censimento operativo dovrebbe distinguere le case immediatamente disponibili, quelle che richiedono interventi modesti, gli immobili pubblici inutilizzati, le abitazioni bloccate da problemi proprietari e quelle i cui titolari potrebbero essere disponibili ad affittare in presenza di maggiori garanzie.
Su questo terreno l’Italia potrebbe anche sviluppare una soluzione ulteriore, che non appartiene al programma Holapueblo ma potrebbe integrarne la logica: alloggi temporanei per sei o dodici mesi destinati a chi trasferisce la propria attività o ne avvia una nuova nelle aree interne. Il vantaggio sarebbe molto concreto. Nei primi mesi una persona deve già sostenere le spese del trasferimento, gli investimenti necessari all’impresa e spesso un periodo durante il quale il fatturato è ancora insufficiente. Ridurre temporaneamente il costo dell’abitazione potrebbe diminuire il rischio iniziale senza trasformare l’aiuto pubblico in un beneficio permanente.
Holapueblo ha sperimentato anche un’altra forma di intervento utile da osservare. AlmaNatura riferisce che attraverso i cosiddetti Proyectos Reactivadores sono stati recuperati otto spazi comunali inutilizzati in altrettanti paesi, con un investimento indicato in 7.500 euro per ciascuno spazio, trasformandoli in luoghi destinati a nuove attività economiche e sociali.
Anche questo apre una domanda molto concreta per l’Italia: quante ex scuole, piccoli edifici comunali, stazioni, locali commerciali e altre strutture pubbliche rimangono inutilizzati nei nostri paesi mentre si continuano a cercare nuovi spazi per incubatori, coworking, laboratori e servizi?
Non ogni edificio abbandonato può essere recuperato e non ogni recupero genera automaticamente economia, ma il metodo dovrebbe essere quello di partire dal patrimonio disponibile e chiedersi se possa diventare uno strumento di lavoro.
È da qui che l’esperienza spagnola potrebbe essere sviluppata ulteriormente nelle aree interne italiane.
Immaginiamo una rete di venti o trenta piccoli Comuni che, prima di pubblicare un nuovo bando per attirare residenti, effettui una ricognizione economica dell’intero territorio. Quali mestieri stanno scomparendo perché non esiste ricambio generazionale? Quali servizi vengono acquistati fuori zona? Quali attività commerciali sono state chiuse? Quali imprese cercano personale? Quali produzioni agricole vengono acquistate da ristoranti e strutture ricettive fuori dal territorio? Quali locali pubblici possono essere utilizzati? Quali professionalità potrebbero lavorare da remoto?
Da questa analisi potrebbe nascere una banca territoriale delle opportunità.
Non un semplice elenco di case a basso costo, ma una mappa aggiornata di possibilità economiche.
Un panificio chiude perché il titolare va in pensione e nessuno continua l’attività? Quella è un’informazione da mettere a disposizione di chi sta cercando un luogo nel quale aprire un forno.
Diverse strutture ricettive hanno bisogno dello stesso servizio di lavanderia? Prima di incentivare genericamente nuove imprese si potrebbe calcolare quanta domanda esiste realmente.
Un artigiano non trova qualcuno a cui trasferire la propria attività? Il ricambio generazionale può diventare parte di una politica di ripopolamento.
I ristoranti della zona acquistano ogni anno determinate quantità di ortaggi, formaggi o altri prodotti fuori dall’area? Prima di incoraggiare nuove produzioni si può verificare la domanda, quantificarla e capire quale parte possa essere soddisfatta localmente.
A quel punto cambierebbe perfino il linguaggio utilizzato per promuovere un territorio.
Non più soltanto: “Venite a vivere nel nostro borgo”.
Ma: “Qui abbiamo individuato queste opportunità economiche, disponiamo di questi locali, di queste abitazioni e di questi servizi. Cerchiamo persone con competenze e progetti compatibili con ciò che il territorio può offrire”.
Sembra una differenza linguistica. In realtà sarebbe una differenza di politica economica.
Significherebbe passare dalla ricerca generica di abitanti alla ricerca mirata di persone capaci di costruire attività sostenibili e, contemporaneamente, rispondere a bisogni già presenti.
Questo non significa pensare che l’unico futuro delle aree interne sia l’agricoltura. I progetti sostenuti da Holapueblo mostrano una realtà più articolata, nella quale trovano spazio servizi, ristorazione, attività tecnologiche, artigianato e altre forme di imprenditorialità rurale. La stessa possibilità di lavorare online modifica profondamente il rapporto tra luogo di residenza e mercato del lavoro: una persona può abitare in un Comune di poche centinaia di residenti e lavorare per clienti che si trovano nelle grandi città o all’estero.
La domanda, quindi, non dovrebbe essere soltanto: quali lavori possiamo riportare nei piccoli paesi?
Potrebbe diventare: quali lavori possono essere svolti partendo da un piccolo paese?
È una prospettiva diversa, perché libera lo sviluppo locale dal limite rappresentato dalla dimensione del mercato comunale. Un’impresa di manutenzione può lavorare in venti paesi, una guida può operare su un’intera area naturalistica, un professionista digitale può avere clienti in tutta Europa, una produzione agroalimentare può vendere online e una rete di produttori può rifornire strutture ricettive distribuite su un territorio molto più ampio.
Per questo un modello ispirato a Holapueblo avrebbe probabilmente maggiore efficacia se organizzato su scala sovracomunale. I confini amministrativi dei piccoli Comuni raramente coincidono con i confini dell’economia reale. Una famiglia può abitare in un paese, lavorare in quello vicino, portare i bambini a scuola in un terzo e utilizzare servizi presenti in un quarto. Ciò che conta è la capacità dell’intero territorio di funzionare come sistema.
Una rete di Comuni potrebbe quindi condividere informazioni sulle abitazioni, locali disponibili, imprese senza successione, servizi mancanti e professionalità richieste, affidando a un unico soggetto territoriale il compito di accompagnare le persone interessate. GAL, Camere di commercio, università, associazioni di categoria, imprese e professionisti potrebbero contribuire alla valutazione dei progetti e soprattutto alla costruzione di un percorso che continui anche dopo il trasferimento.
Perché è proprio il dopo che decide se una politica di ripopolamento funziona.
Non è sufficiente contare le candidature ricevute.
Non basta comunicare il numero dei contributi assegnati.
E nemmeno il trasferimento della residenza rappresenta, da solo, un risultato definitivo.
Bisogna tornare dopo qualche anno e verificare.
La famiglia vive ancora nel paese?
L’impresa esiste ancora?
Il reddito è sufficiente?
Sono stati creati posti di lavoro?
La casa è ancora abitata?
Sono nati rapporti economici con altre attività locali?
I bambini frequentano le scuole del territorio?
È questo il punto sul quale Holapueblo offre forse la lezione più interessante. Il dato dell’85% di permanenza comunicato da Redeia non dimostra da solo che il modello possa risolvere lo spopolamento rurale spagnolo, né consente di trasferirlo automaticamente in Italia. È però un modo diverso di guardare al problema: non fermarsi a contare gli arrivi, ma osservare la capacità di trasformarli in permanenza.
Lo spopolamento, del resto, non è soltanto diminuzione della popolazione. Quando un paese perde abitanti perde anche clienti, contribuenti, lavoratori, studenti, imprese, competenze, servizi e capacità di mantenere il territorio. Per questo il processo inverso non può limitarsi ad aggiungere qualche residente all’anagrafe. Deve ricostruire una parte dell’economia e della vita sociale che sono state perse.
Holapueblo non è una formula magica e i numeri raggiunti restano piccoli rispetto alle dimensioni della crisi demografica che interessa vaste aree della Spagna. Presentarlo come la soluzione allo spopolamento sarebbe quindi eccessivo. Ma il metodo merita attenzione perché sposta la domanda.
Non più soltanto: come facciamo a portare qualcuno qui?
Ma: quali condizioni dobbiamo costruire perché, una volta arrivato, possa lavorare e scegliere di restare?
È una differenza enorme.
Una casa può favorire l’arrivo.
Un contributo può rendere possibile la partenza.
La bellezza del territorio può alimentare una scelta.
Ma sono il reddito, il lavoro, i servizi, le relazioni e una prospettiva credibile a trasformare quella scelta in una vita stabile.
Ed è probabilmente su questo terreno che dovrà giocarsi la prossima generazione delle politiche per le aree interne: meno interventi isolati, maggiore conoscenza dei bisogni economici, più capacità di far incontrare persone e opportunità, sostegno nella fase iniziale e soprattutto verifiche negli anni successivi.
Perché un paese non ricomincia a vivere semplicemente quando qualcuno vi trasferisce la residenza.
Ricomincia davvero a vivere quando chi arriva trova un motivo concreto per non dover ripartire.





1 commento
ad onore delle cronache dove sia il Cilento dopo il Parco e nella sua origine di studio, ricerca e valorizzazione … vedi lo speciale di UNICO sul Parco … e la planimetria di CILENTO REGIONAL PARK …. questa la sintesi olistica di contesto e Visione … attualizzata con l’attuale perimetrazione fatta di straordinaria DIVERSITA’ … di scoperta con nuovi occhi …