Quando mi è stato chiesto di ricordare gli anni legati al Magistrale, ho accolto l’invito con entusiasmo. Una cosa, però, è lasciare scorrere il film dei quattro anni vissuti a Piaggine, dove sono rimasta fino ai diciotto anni; un’altra è fermare e scegliere i fotogrammi capaci di restituire a chi legge almeno uno spaccato di quella vita.

Ho chiuso gli occhi e aperto le finestre della memoria. Mi sono affacciata su via Roma, oggi via dottor G. Ricci, e ho ripercorso i primi cento passi che separavano la mia casa, al numero 22, dalla tappa obbligata di piazza Vittorio Veneto, che per tutti noi era semplicemente “li Purcili”.
Ogni mattina, il vociare degli studenti scesi dagli autobus provenienti dai paesi vicini si confondeva con i rumori di una comunità che si rimetteva in moto. Tutto sembrava ripetersi allo stesso modo e, nello stesso tempo, mutava continuamente, come il mare al salire e al calare della marea.
Ragazze, ragazzi, commercianti, passanti e insegnanti formavano un unico corpo attraversato da un’energia destinata a durare per l’intera mattinata di lezioni.
Davanti al bar di zia Annina sostavano gruppi di studenti in attesa del momento giusto per incamminarsi verso la scuola. Poco più avanti, la bottega di zio Nicola faticava a smaltire la fila di chi doveva comprare il panino da consumare a metà mattinata.
Mi affaccio ancora, con la memoria, sull’uscio di quello che oggi viene chiamato il bar dei ragazzi, ma che allora era soprattutto il presidio dei docenti e degli altri adulti del paese.
Con lo sguardo cerco le mie amiche, pronte a percorrere insieme viale Europa, stretto tra l’edificio delle scuole elementari e il campo sportivo, anch’esso parte della storia viva di Piaggine.
Erano gli altri cento passi: quelli che separavano la ragazza di casa, che andava a scuola di ricamo da Anna, dalla scuola destinata ad aprirle il mondo.
Fino ad allora quel mondo era stato quasi uno sconosciuto, appena intravisto attraverso la storia, la geografia e le altre materie di studio.
Oltre il campo sportivo ci attendeva l’edificio del Magistrale, pronto ad accogliere centinaia di giovani che avanzavano verso la meta come un fiume placido.
Le sue grandi vetrate continuano ancora oggi a raccontare, a ciascuno di noi, ciò che vi abbiamo vissuto.
Provo a guardare oltre quei muri, oggi abbandonati e orfani di tante vite, per capire che cosa abbia portato con me degli anni trascorsi lì, dal 1976 al 1980.
Sicuramente le amicizie, ancora presenti nella mia vita: Franca, Antonella, Stella. E poi i volti dei professori, le lezioni, le attese, i timori, le scoperte.
Rivedo soprattutto il professor Sofia, arrivato quando frequentavo il terzo anno. Ha segnato le mie successive scelte di studio, ma soprattutto mi ha fatto comprendere il valore della storia: il legame profondo tra la memoria del passato, necessaria per interpretare il presente, e la responsabilità con cui dobbiamo costruire il futuro.

È forse questo il dono più importante che il Magistrale mi ha lasciato: la consapevolezza che nessun luogo è soltanto un edificio e che nessuna scuola finisce davvero quando chiudono le sue porte.
Continua nelle persone che ha formato, nelle relazioni che ha generato e nelle scelte che ha reso possibili.
Il mio volo della memoria si ferma qui. Andare oltre significherebbe forse profanare un tempio che continua a custodire, tra le sue mura, migliaia di confidenze, speranze, paure e segreti che neppure chi li ha vissuti desidera sempre riportare alla luce.
Mi basta tornare, ancora una volta, a quei duecento passi.
Pochi metri dentro Piaggine, eppure la distanza necessaria per entrare nel mondo.
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