Roscigno Vecchia non è costruita per il turista distratto, per chi arriva nel Cilento interno, in provincia di Salerno, attraversa rapidamente la grande piazza, fotografa la fontana, guarda qualche facciata e riparte convinto di avere conosciuto il paese, perché questo luogo concede molto poco a chi ha fretta e, al contrario, restituisce moltissimo a chi accetta di rallentare, di osservare le differenze tra le abitazioni, di seguire con lo sguardo una scala, un portale, una stalla, una vecchia bottega o uno dei palazzotti che ancora dominano discretamente il tessuto del borgo.
Bisogna arrivarci senza aspettarsi una scenografia preparata per impressionare il visitatore, perché la forza di Roscigno Vecchia nasce esattamente dal contrario: ciò che vediamo non è stato costruito per raccontarci la civiltà contadina, ma apparteneva realmente alla vita di quella civiltà, e ancora oggi le pietre, gli spazi, le proporzioni degli edifici e la loro disposizione permettono di leggere una società che non esiste più nella forma di allora.
Il Catalogo Generale dei Beni Culturali descrive Piazza Giovanni Nicotera come il luogo nel quale gli abitanti si incontravano e dove si teneva il mercato degli animali e dei prodotti della terra; documenta inoltre la presenza della fontana, degli abbeveratoi e dei lavatoi pubblici, delle case con botteghe e stalle e, leggermente più distanti ma ancora visibili dalla piazza, dei «palazzotti dei signori», mentre oltre il centro partivano le mulattiere dirette verso i campi. È difficile trovare una descrizione più semplice e, nello stesso tempo, più efficace della società che viveva qui.
In pochi metri c’era quasi un mondo intero.
C’era chi vendeva, chi comprava, chi conduceva un animale, chi tornava dalla campagna, chi lavorava in una bottega, chi attraversava la piazza soltanto per raggiungere un’altra casa e chi si fermava perché, in un paese, fermarsi significava spesso sapere cosa fosse accaduto agli altri.
E poi c’era l’acqua.
La grande fontana che ancora oggi caratterizza la piazza, insieme ai lavatoi e agli abbeveratoi pubblici documentati dalle fonti ministeriali, apparteneva a un tempo nel quale l’acqua non era ancora quella presenza silenziosa e quasi invisibile che raggiunge le nostre abitazioni attraverso chilometri di tubazioni, ma costituiva una risorsa intorno alla quale si organizzavano una parte delle necessità quotidiane, la cura degli animali e numerose attività domestiche.
Non disponiamo, almeno nelle fonti finora individuate, di un documento che ci permetta di descrivere minuto per minuto chi andasse a quella specifica fontana con una brocca per portare acqua in ogni singola casa, e sarebbe scorretto trasformare una scena verosimile in una testimonianza certa; possiamo però guardare la presenza documentata della fontana, dei lavatoi e degli abbeveratoi e comprendere quanto profondamente l’acqua pubblica appartenesse alla quotidianità del borgo.
Ed è sufficiente fermarsi lì qualche minuto perché l’immaginazione, dichiaratamente immaginazione e non documento, provi a restituire ciò che il silenzio ha cancellato: il passaggio delle persone, il rumore degli animali, le voci provenienti dalle botteghe, qualcuno fermo presso l’acqua e qualcun altro che attraversa la piazza per tornare a casa.
Non occorre inventare molto, perché è l’organizzazione stessa del luogo a suggerire quanto intensa dovesse essere la vita intorno a quello spazio.
Le abitazioni contadine raccontano un’altra parte fondamentale di questa storia e le fonti locali ne conservano persino alcune caratteristiche costruttive, distinguendo le case contadine, articolate tradizionalmente secondo una successione funzionale di stalla, cucina e spazio destinato al riposo, dalle abitazioni artigiane e dalle case delle famiglie socialmente più elevate.
Questo significa che la casa del contadino non era soltanto il luogo nel quale ci si ritirava dopo avere lavorato, perché il lavoro entrava materialmente dentro l’abitazione, occupava il piano destinato agli animali, lasciava gli attrezzi negli spazi disponibili, riempiva i depositi con ciò che la stagione aveva consentito di raccogliere e continuava nella preparazione e nella conservazione degli alimenti.
La separazione moderna tra luogo di lavoro e luogo della vita privata, così naturale per molti di noi, avrebbe avuto poco senso in quella società, perché la casa, gli animali, la campagna e la famiglia appartenevano a un unico sistema e dipendevano gli uni dagli altri.
Il Comune documenta ancora oggi nel vecchio abitato case in pietra viva, balconcini in ferro, solai in legno, botteghe, granai, stalle e abbeveratoi, elementi che non vanno osservati come un semplice repertorio pittoresco, ma come parti di una struttura economica e familiare nella quale quasi ogni spazio possedeva un’utilità.
Dietro il pane c’era il grano e prima ancora del grano c’erano il terreno, la semina, il clima, l’attesa e il raccolto; dietro il vino c’erano la vigna e la vendemmia, dietro l’olio c’erano gli alberi e il lavoro della raccolta, e ciò che arrivava sulla tavola conservava un rapporto immediato con il luogo e con le persone che lo avevano prodotto.
È probabilmente questa una delle distanze più profonde tra noi e quella civiltà, perché oggi possiamo consumare un prodotto senza sapere chi lo abbia coltivato, in quale territorio sia nato e quanta strada abbia percorso, mentre nella società rurale la produzione, il lavoro e il consumo rimanevano molto più vicini tra loro.
Ma sarebbe un errore grave trasformare quel mondo in una favola nella quale tutti vivevano allo stesso modo.
Roscigno Vecchia racconta esattamente il contrario.
Accanto alle abitazioni contadine compaiono i «palazzotti dei signori», mentre la documentazione locale distingue anche le case delle famiglie nobili dalle abitazioni artigiane e contadine.
La società rurale aveva le proprie gerarchie, e le differenze economiche potevano diventare differenze architettoniche, perché chi disponeva di maggiori risorse poteva abitare spazi più ampi e costruiti secondo modalità differenti rispetto a chi organizzava la propria casa principalmente intorno alle necessità del lavoro e della sopravvivenza familiare.
Qui bisogna però fare attenzione a un’altra semplificazione.
Non possiamo affermare, senza avere prima ricostruito proprietà catastali, successioni e residenze delle singole famiglie, che tutti i proprietari dei terreni di Roscigno abitassero quei palazzi o, al contrario, che tutti vivessero lontano e si limitassero a riscuotere rendite.
La storia agraria del Mezzogiorno conosce certamente il fenomeno della proprietà assenteista, cioè proprietari e redditieri che potevano vivere lontano dalle campagne dalle quali provenivano parte dei loro redditi, amministrando proprietà attraverso affittuari, intermediari o altre figure, ma trasferire automaticamente questo modello a ogni proprietario di Roscigno significherebbe andare oltre ciò che oggi siamo in grado di dimostrare.
È quindi più corretto osservare il borgo e lasciare che siano gli edifici a dirci ciò che possiamo realmente sostenere: esistevano abitazioni contadine, esistevano botteghe e stalle, esistevano palazzotti dei signori e dunque esistevano condizioni sociali differenti, mentre per stabilire quali proprietari vivessero stabilmente a Roscigno e quali avessero residenza a Napoli, Salerno o in altri centri occorrerà affrontare una ricerca specifica sui documenti patrimoniali e anagrafici.
Questa prudenza non impoverisce il racconto.
Lo rende più vero.
Perché la civiltà contadina non ha bisogno di essere trasformata in leggenda per emozionare, e anzi acquista una forza molto maggiore quando riusciamo a mostrarne contemporaneamente la solidarietà e le disuguaglianze, il rapporto profondo con la terra e la fatica, la conoscenza delle stagioni e l’incertezza dei raccolti, la vicinanza tra le persone e le differenze esistenti tra chi disponeva di più risorse e chi costruiva ogni giornata intorno al proprio lavoro.
La nostalgia che un luogo come Roscigno Vecchia suscita dovrebbe nascere proprio da questa consapevolezza e non dall’idea che si vivesse meglio soltanto perché si viveva più semplicemente.
Non c’è nulla da rimpiangere nella povertà, nelle privazioni o nelle possibilità limitate che segnavano l’esistenza di tante famiglie rurali, mentre vale la pena interrogarsi su altre cose che quella società possedeva e che la modernità ha profondamente trasformato.
Il tempo, per esempio.
La vita era regolata molto più intensamente dalle stagioni e dalla luce, e numerose attività non potevano essere anticipate premendo un pulsante o ordinate da qualche luogo lontano, perché bisognava aspettare che la terra fosse pronta, che il frutto maturasse, che il tempo consentisse di lavorare e che una successione di gesti producesse finalmente il risultato sperato.
Anche gli oggetti avevano un altro rapporto con il tempo, perché venivano conservati, riparati e utilizzati a lungo, non per una scelta ideologica di sostenibilità, ma perché le risorse avevano un costo e sostituire continuamente ciò che si possedeva non era possibile.
E poi c’erano le relazioni.
Una piazza nella quale si commerciavano animali e prodotti agricoli, una fontana pubblica, i lavatoi, gli abbeveratoi, le botteghe e strade percorse quotidianamente producevano inevitabilmente occasioni di presenza reciproca, perché molte attività necessarie obbligavano le persone a condividere fisicamente gli stessi luoghi.
Oggi possiamo avere migliaia di contatti e trascorrere una giornata senza incontrare realmente nessuno; allora si possedevano strumenti di comunicazione incomparabilmente più poveri, ma una parte importante delle informazioni viaggiava attraverso persone che si vedevano, si riconoscevano e si parlavano.
Non significa che fossero comunità prive di conflitti, gelosie o solitudini.
Significa semplicemente che la struttura materiale della vita produceva più occasioni inevitabili di possibili incontri.
Ed è forse questo uno dei pensieri che accompagna più a lungo chi attraversa Roscigno Vecchia con attenzione.
Davanti alle case contadine non si vede soltanto povertà architettonica, ma una particolare organizzazione dell’esistenza; davanti ai palazzotti signorili non si vede soltanto maggiore eleganza, ma la presenza di una diversa posizione sociale; davanti alle stalle non si vede soltanto uno spazio per gli animali, ma una componente dell’economia domestica; davanti ai granai non si vede un semplice deposito, ma la necessità di conservare nel tempo ciò che una stagione aveva concesso; davanti alla fontana non c’è soltanto l’acqua, ma uno dei punti intorno ai quali la vita materiale del borgo prendeva forma.
È per questo che Roscigno Vecchia non è costruita per il turista distratto.
Chi cerca soltanto un fondale suggestivo può attraversarla in pochi minuti e andare via con molte fotografie, ma chi prova a leggerla scopre progressivamente che la distanza tra una piccola abitazione e un palazzo, tra una stalla e una bottega, tra la piazza e la mulattiera diretta ai campi racconta molto più di quanto possa fare qualsiasi ricostruzione artificiale.
Qui l’architettura non accompagna semplicemente la storia.
È una delle sue fonti.
La distribuzione degli edifici mostra una comunità nella quale agricoltura, allevamento, commercio locale, mestieri, proprietà e rapporti sociali occupavano lo stesso spazio e si sfioravano quotidianamente, mentre il paese era direttamente collegato ai campi attraverso percorsi che non erano itinerari escursionistici, come potremmo considerarli oggi, ma strade di lavoro percorse perché dall’altra parte c’erano terre, animali e raccolti.
Forse è proprio questo che rende Roscigno Vecchia così capace di provocare una nostalgia particolare, una nostalgia che non chiede di tornare indietro ma invita a guardare indietro meglio, distinguendo ciò che è stato giusto superare da ciò che merita invece di essere ricordato.
Abbiamo guadagnato acqua in casa, riscaldamento, mobilità, istruzione, cure, tecnologia e una libertà personale che per molte delle persone vissute in quella società sarebbe stata difficilmente immaginabile, e nessuna riflessione seria dovrebbe mettere in discussione il valore di queste conquiste.
Ma davanti a quelle case possiamo anche domandarci se, nel diventare più veloci e più indipendenti, non abbiamo perso parte della capacità di attribuire tempo alle cose, di riconoscere il lavoro nascosto dietro ciò che consumiamo e di costruire relazioni attraverso la semplice frequentazione quotidiana degli stessi luoghi.
Quando alla fine si attraversa nuovamente la piazza e si lascia alle spalle la fontana, le case contadine, le vecchie botteghe, le stalle e i palazzotti dei signori, Roscigno Vecchia non appare più soltanto come un borgo rimasto fermo nel passato, ma come la parte ancora visibile di una società intera, con le sue distanze sociali e le sue vicinanze quotidiane, con la proprietà e il lavoro, con la fatica e il privilegio, con l’acqua, gli animali, i raccolti e quella fitta trama di gesti ordinari che raramente entra nei grandi libri di storia.
Ed è forse proprio nei gesti ordinari che si trova la parte più commovente della sua memoria, perché i grandi avvenimenti hanno quasi sempre una data e un documento che li ricordano, mentre la vita quotidiana di una donna che lavorava in casa e nei campi, di un uomo che tornava con gli attrezzi, di un artigiano nella sua bottega o di una famiglia raccolta nelle poche stanze di un’abitazione contadina rischierebbe di scomparire senza lasciare traccia, se le case di Roscigno Vecchia non fossero ancora lì a ricordarci che la storia è fatta anche, e forse soprattutto, delle vite di persone che non hanno mai pensato di stare facendo la storia.




