Eccoci qui con Charly Ventieri.
«Carmine Ventieri», precisa lui, detto in italiano.
Charlie è nato in Australia da genitori italiani. Intorno a lui c’è la famiglia, quella che in un’intervista non è mai solo “sfondo”, ma radice: Carmela, Pietro, Silvana e Gina.

E da qui parte la prima domanda, quella che somiglia a tutte le domande che la nostra gente si è sentita fare almeno una volta nella vita: com’è crescere figlio di italiani in Australia?
«È stato difficile», dice Charlie. «E ci voleva sempre un po’ di ironia».
Perché l’infanzia, racconta, è stata quella tipica di tanti italo-australiani: un quartiere dove gli italiani c’erano, sì, ma non bastava per evitare lo sguardo degli altri, le parole, le prese in giro.
Charlie non la chiama discriminazione. La chiama “sfottò”.
Ma è la stessa sostanza: sentirsi diverso, dover imparare presto a reggere l’urto.
«Prendevamo tutto… come si dice… questi sfottò. E a me non piaceva».
Poi però il tempo cambia le persone. E Charlie lo dice con parole semplici: col tempo si cresce, si impara, si costruiscono strumenti per non farsi schiacciare.
LA LINGUA COME CONFINE
C’è un punto che racconta più di mille analisi sociologiche: la lingua.
A casa si parlava italiano. Anche tra parenti e comunità l’italiano restava vivo.
Ma fuori, tra gli amici, la lingua diventava un confine.
«Per me, il peggio era che i parenti parlavano italiano, e noi parlavamo italiano pure. E quando c’era gente, amici… dicevano: “Parlate francese”».
Una frase che fa sorridere e ferisce insieme.
Perché dietro c’è l’idea antica e arrogante che tutto ciò che non capisci è “strano” e quindi va messo in ridicolo.
Charlie, come tanti, ha dovuto imparare a muoversi tra due mondi: uno intimo e familiare, uno pubblico e competitivo.
“IL LAVORO MIO È LA BOCCA MIA”
Gli chiedo: che scuola hai fatto? Fino a che età sei andato a scuola?
«Ho fatto college», risponde, e poi taglia corto: «La scuola non era per me».
Ma subito aggiunge la cosa più interessante. Perché non è un rifiuto dello studio: è una scelta di identità.
«Io… per me il lavoro mio è la bocca mia. Io parlo bene in inglese, pure in italiano. Io dicevo: non voglio lavorare forte, ma voglio lavorare con la bocca».
È una dichiarazione limpida.
Charlie non vuole il destino duro del braccio. Vuole il mestiere della parola: vendere, convincere, trattare, stare in mezzo alle persone.
E, in fondo, è la traiettoria di tanti figli di emigranti: trasformare la fatica dei padri in un lavoro diverso, meno fisico ma spesso più complesso.
DALLE FINANZIARIE AL CEMENTO
Da qui la domanda naturale: cosa hai scelto di fare?
Charlie racconta di aver iniziato nel settore dei prestiti e dei finanziamenti.
«Ho cominciato con la banca, per tre anni… prestavo soldi a gente… una finanziaria».
Poi la svolta.
La vita di chi sa parlare e sa stare al mondo raramente resta ferma nello stesso punto.

Charlie entra in un’attività concreta e industriale: il cemento.
«Ho uno stabilimento che produce cemento e poi lo vendi a chi viene, a chi fa case alte… tutte cose. Mi piace tutto. Ho lavorato con la bocca e mi è piaciuto».
È un passaggio che racconta una verità semplice: non è solo “che lavoro fai”, è come lo fai.
Charlie non vende soltanto cemento. Vende fiducia, rapporti, affidabilità.
UN’AZIENDA CONSOLIDATA
Gli chiedo quante persone lavorano con lui.
«Pigliamo tutta Melbourne… siamo busy… cento persone».
Cento persone non sono solo un numero.
Sono famiglie, turni, contratti, responsabilità.
È la misura di un’attività consolidata, una di quelle che dimostrano cosa può diventare una storia di emigrazione quando incontra tenacia e intelligenza pratica.
Poi la domanda inevitabile: sei sposato?
Charlie risponde con naturalezza e con quella vena ironica che lo accompagna da sempre.
«Ho tre figli… maschio 32 e la donna 27. Non sono sposato».
E aggiunge una riflessione che non è solo personale, ma generazionale.
«In Australia la generazione nuova non si vuole sposare. Loro gli piace abitare giorno per giorno… you know? Le cose sono cambiate. In tutto il mondo».
E qui, con un sorriso, si torna ai vecchi tempi.
«Noi quando eravamo giovani, i parenti dicevano: sposare, perché ti fai vecchio… ti fai vecchio…».
È il filo che unisce due epoche: la pressione sociale di ieri e la libertà fluida di oggi.
ITALIA: ROFRANO, NAPOLI, ROMA
Alla fine gli chiedo dell’Italia. Ci sei tornato?
«Due volte. Due volte. Siamo stati due anni fa… a Rofrano, Napoli, a Roma».
E poi aggiunge:
«Voglio ritornare quest’anno. Anche a Rofrano. Speriamo bene… Calabria, Sicilia e quell’altra parte».
L’Italia, per chi vive lontano, non è mai solo un posto.
È un richiamo.
Un insieme di nomi che diventano emozione.
Rofrano, Napoli, Roma… e poi il desiderio di allargare il giro, come a dire: voglio rivedere tutto, voglio rimettere insieme pezzi di me che stanno ancora lì.
«Ci vediamo a Rofrano e in Italia», gli dico.
«Speriamo uno zio viene anche e facciamo tutta la famiglia insieme».
È così che si chiude l’incontro: con una speranza semplice, che vale più di molte parole.
Perché la storia di Charlie Ventieri, in fondo, è quella di tanti: crescere tra due mondi, difendersi con l’ironia, costruirsi una strada e restare legati a un paese che continua a chiamarti, anche quando vivi dall’altra parte del mondo.
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