Bisognerebbe tempestivamente comprendere l’uso strumentale digitale, ma specialmente capire come l’IA possa migliorare produttività, apprendimento, creatività e organizzazione. Come si potrà colmare il divario con l’Europa? Sicuramente col ricorso agli investimenti, all’educazione digitale e ai percorsi formativi accessibili a tutte le fasce d’età. Non possiamo ancora concepire l’IA come una entità futura; l’intelligenza artificiale fa già parte della nostra quotidianità, è quel presente che ancora ci sfugge dalle mani.
Nel 2026 la crescita attesa dall’Italia è penultima con lo 0,8%, meglio solo di quella dell’Irlanda (0,2%). Quest’anno l’Italia fa meglio (+0,4% nelle previsioni) solo di Finlandia (+0,1%) e Germania (+0,2%). Per l’Unione europea l’Italia è il fanalino di coda per la crescita. L’Italia, purtroppo, si muove lentamente anche in altri ambiti. Il nostro Paese, rispetto ai Paesi europei, per uso d’intelligenza artificiale, è la penultima in lista. Le scuole italiane rispecchiano questo ritardo. Secondo i dati ISTAT 2025, solo il 19,9% degli italiani tra 16 e 74 anni ha usato strumenti di IA generativa nell’ultimo trimestre. Questo ci destina al penultimo posto nell’UE, davanti solo alla Romania. La media europea è al 32,7%. Sembra esserci una resistenza strutturale nell’adozione di chatterbot e generatori di codice. Considerata la postazione in lista, conviene chiarire che la chat bot richiama il robot di conversazione, un software per simulare una conversazione con un essere umano. L’obiettivo è quello di fornire riscontri automatici che possano sembrare umani. Nella scuola, in verità, una sorta di moto artificiale si riscontra, ma resta sicuramente in ritardo. Questo è il quadro reale. Al momento non si rileva una legge specifica sull’IA a scuola, ma ci sono linee guida del Ministero dell’Istruzione e del Merito dal 2025. Il modello si basa su 4 pilastri: sicurezza, etica, governance e antropocentrismo. Si riscontra intanto una strumentazione concreta se ci riferiamo alla Piattaforma UNICA che offre risorse digitali e IA a insegnanti e studenti, la Partnership con Google, ci riferiamo a Gemini e alle esercitazioni guidate per gli ultimi 3 anni delle superiori. Si può, inoltre, parlare di strumentazione con riferimento al Progetto pilota: 15 classi in Lazio, Lombardia, Toscana e Calabria per la formazione autogestita. Di fatto stiamo attraversando una fase sperimentale, entro la quale l’INVALSI sta mappando e valutando i risultati. Manca, al momento, una diffusione sistemica. Si avverte un marcato divario generazionale e di istruzione; infatti, fra i 14-19 anni l’uso sale al 51,2% e le ragazze usano l’IA più dei ragazzi 53,3% vs 49,1%. Dopo i 25 anni tutto crolla. Quanti hanno grado culturale e scolastico basso, ovvero quanti hanno solo la licenza media approcciano con assoluta irrilevanza all’IA, ovvero in misura del 3,6%. Nell’ambito scolastico, in effetti, non si riscontra la presenza di una vera e propria diffusa strategia di adozione dell’IA. L’IA viene adottata per volontà individuale, del singolo docente e in ambiti di maggiore scolarizzazione. Le ragioni della nostra lentezza non sono esclusivamente tecnologiche, ma anche culturali e di alfabetizzazione digitale. La scuola italiana fatica a integrare l’IA nella didattica quotidiana, sia per mancanza di formazione dei docenti, sia per timori legati a privacy che alla distorsione della valutazione legata al pregiudizio. Gli studenti fanno, comunque, più uso fuori che dentro dell’intelligenza artificiale. E’ alto il rischio che l’IA entri, comunque, nel mondo scuola, senza quella necessaria consapevolezza linguistica e pedagogica di cui parlava la prof. Fragale in un recente nostro articolo. Se mal governata la stessa IA diventerebbe uno strumento che riproduce disuguaglianze invece di trasformarle. Oggi l’insegnante, nell’era digitale,oltre al semplicistico uso tecnologico, dovrebbe mostrare anche abilità di integrarli con efficacia nella didattica e nel rapporto relazionale fra studenti. L’UE sostiene con DigCompEdu, il riferimento europeo per le competenze digitali dei docenti, anche i Paesi tartaruga come il nostro. E’ uno strumento che fornisce utili indicazioni intorno al saper fare del docente nell’era digitale. Il modello si articola in sei aree chiave: dall’uso delle risorse digitali all’innovazione metodologica, fino allo sviluppo delle competenze digitali degli studenti. L’obiettivo è rendere la scuola più moderna, inclusiva e capace di rispondere alle sfide del presente. Il DigCompEdu è modello esemplare di formazione. Una vera e propria guida che conduce per mano la trasformazione digitale della scuola italiana. Nel concreto stabilisce le competenze digitali degli insegnanti; quelle competenze che dovrebbe possedere ogni prof. per insegnare in modo efficace nella scuola del futuro. Bisognerebbe tempestivamente comprendere l’uso strumentale digitale, ma specialmente, come accennato, capire come l’IA possa migliorare produttività, apprendimento, creatività e organizzazione. L’intelligenza artificiale nel contesto scolastico viene osservata come un’opportunità di personalizzazione dell’apprendimento e prezioso supporto didattico. La stessa IA è motivo di preoccupazioni per la pigrizia cognitiva e la riduzione del pensiero critico. L’IA è vista come un’opportunità se usata come strumento di supporto alla creatività e alla ricerca, ma come una minaccia se sostituisce il processo di pensiero, il “fare fatica” che è alla base dell’apprendimento scolastico. Come si potrà colmare il divario con l’Europa? Sicuramente col ricorso agli investimenti, all’educazione digitale e ai percorsi formativi accessibili a tutte le fasce d’età. Non possiamo ancora concepire l’IA come una entità futura; l’intelligenza artificiale fa già parte della nostra quotidianità, è quella parte del presente che intanto ancora ci sfugge dalle mani.



