Annina, la “barista”, ha accompagnato gli anni della mia adolescenza, dai dodici ai diciotto anni, fino agli esami di maturità magistrale.
Lei, Maria Anna Nigro, e suo marito Pasquale Butrico hanno vissuto gran parte della loro esistenza proprio di fronte alla mia casa, in via Gaetano Ricci, a Piaggine.
Pasquale, ex pastore, e Annina rilevarono il bar che si affacciava su piazza Umberto I e ne fecero molto più di un semplice esercizio commerciale.
Da quel bancone uscivano caffè, cappuccini, gelati, bibite e panini, ma soprattutto parole, sorrisi e attenzioni rivolte a chiunque varcasse quella porta.
Con il passare degli anni la piazza divenne il baricentro della vita politica, sociale ed economica del paese.
L’apertura dell’Istituto Magistrale, a metà degli anni Sessanta, cambiò però anche la vita del bar.
Ogni mattina, dai pullman provenienti da tutta l’Alta Valle del Calore, scendevano centinaia di studenti diretti verso il nuovo edificio scolastico costruito accanto al campo sportivo. Prima dell’inizio delle lezioni e al termine della giornata scolastica, il bar di Pasquale e Annina diventava una naturale estensione della scuola.
Lì si consumavano le colazioni frettolose, si commentavano le interrogazioni, si festeggiavano le promozioni, si cercava conforto dopo un brutto voto, si stringevano amicizie e nascevano i primi innamoramenti.
Annina imparò a conoscere quasi tutti quei ragazzi.
Di alcuni conosceva già le famiglie, degli studenti arrivati dai paesi vicini imparò presto a ricordare il nome, il carattere e perfino le preoccupazioni.
Per chi arrivava da fuori era spesso il primo volto amico incontrato appena sceso dal pullman e l’ultimo saluto prima di riprendere la strada di casa.
Con il suo parlare pacato, con la naturale disponibilità all’ascolto e con quella curiosità mai invadente, divenne una presenza familiare per intere generazioni di studenti del Magistrale.
Senza rendersene conto vide passare davanti al bancone migliaia di giovani che, dopo il diploma, sarebbero diventati insegnanti, professionisti, impiegati, amministratori e genitori. Molti di loro tornarono anni dopo, ormai adulti, e lei continuava a riconoscerli uno ad uno, chiamandoli ancora per nome.
Quando il bar passò alla famiglia Di Perna, Annina lasciò il bancone, ma non smise mai di essere il punto di riferimento del vicinato.
Dal balcone o seduta davanti al portone continuava ad osservare la vita scorrere lungo via Gaetano Ricci.
Con lei c’erano mia madre Giuseppina, Anna Rizzo, Grazia Cavallo e, per tanti anni, anche donna Chiarina. Erano loro la memoria vivente del quartiere.

Quando tornavo a Piaggine, bastava arrivare all’altezza della fontana perché qualcuno mi vedesse e Annina richiamasse l’attenzione delle altre:
«È arrivato Bartolo!»
Seguivano domande, racconti, ricordi e, puntualmente, il rimprovero affettuoso che concludeva ogni visita:
«Bartolo, ma già te ne vai?»
In quella domanda c’era tutto il suo modo di voler bene.
Con la morte di mia madre e oggi con quella di Annina, quel piccolo mondo si è fatto più silenzioso.
Ma chi ha frequentato il Magistrale difficilmente dimenticherà quella donna che, dietro il banco del bar, ha accompagnato con discrezione una parte importante della nostra giovinezza.
Non insegnava nelle aule della scuola.
Eppure, anche lei, a modo suo, è stata una presenza educativa.
Ha accolto, ascoltato, incoraggiato e visto crescere migliaia di ragazzi.

Per questo il suo ricordo appartiene non soltanto alla sua famiglia e al vicinato di via Gaetano Ricci, ma anche alla grande famiglia dell’Istituto Magistrale di Piaggine.
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