Per troppo tempo abbiamo pensato al turismo come a un passaggio veloce, a una visita di poche ore, a una fotografia scattata davanti a un panorama, a un pranzo consumato in fretta e a una macchina che riparte prima ancora che il territorio abbia avuto il tempo di raccontarsi davvero. Questo modello, che possiamo chiamare turismo mordi e fuggi, può portare movimento, può riempire per qualche ora una piazza, può dare l’impressione che qualcosa stia accadendo, ma difficilmente riesce a costruire economia stabile, lavoro duraturo, nuove imprese e possibilità concrete per i giovani che vorrebbero restare.
I nostri territori non possono più accontentarsi di essere attraversati. Devono essere vissuti. Devono diventare luoghi nei quali il visitatore non arriva soltanto per vedere qualcosa, ma resta per camminare, conoscere, dormire, mangiare, ascoltare, incontrare persone, acquistare prodotti locali, scoprire storie, attraversare paesaggi, entrare nei borghi, visitare aree archeologiche, percorrere sentieri, fermarsi nelle strutture ricettive e contribuire davvero alla vita economica delle comunità.
La direzione è chiara: dobbiamo superare il turismo veloce e costruire itinerari storici, naturalistici e culturali di più giorni, capaci di collegare borghi, siti archeologici, sentieri, musei, antiche vie, aree rurali, luoghi della memoria, aziende agricole, cantine, produzioni tipiche, punti panoramici e comunità locali. Non basta più dire che abbiamo bellezze straordinarie. Le bellezze, da sole, non creano lavoro se non vengono organizzate, raccontate, rese accessibili, messe in rete e trasformate in esperienze turistiche vere.
Il turismo dei cammini non è più soltanto una nicchia romantica riservata a pochi appassionati, ma rappresenta una componente sempre più significativa del turismo lento. Secondo le stime contenute nel dossier “Italia, Paese di Cammini”, nel 2025 almeno 300.046 persone hanno percorso i cammini italiani, generando complessivamente circa 2,48 milioni di pernottamenti. La spesa media giornaliera è stata stimata in 87,29 euro, con una spesa diretta di oltre 216 milioni di euro e un impatto economico complessivo valutato in almeno 336,4 milioni di euro sui territori.
Si tratta di stime e non di un censimento completo, ma il messaggio economico rimane molto forte: chi cammina non attraversa semplicemente un paesaggio. Pernotta, mangia, acquista prodotti locali, visita luoghi culturali e alimenta la domanda di accoglienza, accompagnamento, trasporto e altri servizi. In questo modo porta risorse economiche anche nei piccoli paesi, nei borghi e nelle aree interne che spesso rimangono ai margini dei grandi flussi del turismo tradizionale.
È proprio qui che si gioca la partita delle aree interne, del Cilento, del Vallo di Diano, degli Alburni e di tutti quei territori che non possono competere con il turismo di massa delle grandi città o delle località balneari più conosciute, ma possono offrire qualcosa di molto più profondo: autenticità, silenzio, storia, natura, accoglienza, cibo vero, comunità, memoria e paesaggi ancora capaci di emozionare. Il punto non è attirare migliaia di persone per poche ore, ma costruire percorsi capaci di trattenere visitatori per più giorni, perché è la permanenza che crea economia, non il semplice passaggio.
Un itinerario storico e di trekking di più giorni può diventare una vera infrastruttura economica. Ogni tappa può generare bisogno di accoglienza, ristorazione, accompagnamento, manutenzione dei sentieri, trasporto bagagli, navette, guide ambientali, guide turistiche, storytelling digitale, mappe, segnaletica, servizi fotografici, prodotti tipici, visite guidate, esperienze agricole, laboratori artigianali e pacchetti turistici. Attorno a un cammino ben progettato possono nascere cooperative, piccole imprese, attività giovanili, servizi per il turismo lento e nuove opportunità di lavoro che oggi mancano proprio perché manca una visione organizzata.
Il turismo sostenibile, secondo l’impostazione richiamata dalle Nazioni Unite e dall’Organizzazione Mondiale del Turismo, deve tenere conto degli impatti economici, sociali e ambientali presenti e futuri, rispondendo ai bisogni dei visitatori, delle imprese turistiche, dell’ambiente e delle comunità ospitanti. Non è quindi solo una questione ambientale, ma anche una questione di lavoro, cultura locale, prodotti del territorio e benessere delle popolazioni residenti.
Per questo il cammino deve diventare un progetto di sviluppo, non una semplice linea tracciata su una mappa. Serve studiare le tappe, verificare la sicurezza dei percorsi, recuperare la segnaletica, creare punti informativi, formare operatori locali, coinvolgere ristoratori e strutture ricettive, costruire pacchetti prenotabili, raccontare la storia dei luoghi, utilizzare il digitale, promuovere i percorsi in più lingue e collegare ogni esperienza a una rete territoriale più ampia.
Lo studio ENIT-Touring Club Italiano conferma l’interesse crescente verso il turismo escursionistico lento e mostra come i cammini, se organizzati con servizi, accoglienza, informazione, tracce digitali, materiali turistici, promozione e offerte locali, possano diventare una leva importante per distribuire meglio i flussi turistici, valorizzare territori meno coinvolti dal turismo tradizionale e creare nuove opportunità. Lo stesso studio ha individuato oltre 100 cammini per circa 30.000 chilometri complessivi e ha evidenziato il ruolo dei servizi, delle tracce GPX, dei siti dedicati, delle guide ufficiali, dei materiali informativi e dei pacchetti turistici nella costruzione di una vera offerta legata al camminare.
La differenza tra un territorio che aspetta e un territorio che costruisce sta proprio qui. Chi aspetta si limita a dire che il paese è bello, che la natura è meravigliosa, che la storia è importante e che prima o poi qualcuno se ne accorgerà. Chi costruisce, invece, prende quella bellezza e la organizza, trasforma un sentiero in una tappa, una tappa in un itinerario, un itinerario in un pacchetto, un pacchetto in lavoro, il lavoro in permanenza e la permanenza in futuro.
Dobbiamo avere il coraggio di dire che il turismo mordi e fuggi non basta più. Non basta portare persone per un evento isolato, non basta riempire una domenica, non basta far arrivare visitatori che guardano e ripartono senza lasciare un vero beneficio economico. Serve un turismo che entri nella vita dei paesi e la rafforzi, che aiuti le attività esistenti e ne faccia nascere di nuove, che permetta a un giovane di diventare guida, a una famiglia di aprire una piccola struttura ricettiva, a un agricoltore di vendere i propri prodotti, a un artigiano di raccontare il proprio mestiere, a un ristorante di lavorare anche fuori stagione, a un borgo antico di tornare a essere non solo memoria, ma occasione.
Gli itinerari storici di più giorni possono diventare una risposta concreta allo spopolamento, perché non si limitano a valorizzare i luoghi, ma creano motivi economici per restare. Un cammino che funziona non porta soltanto turisti: porta programmazione, manutenzione, collaborazione, formazione, investimenti, reputazione e fiducia. E la fiducia è una delle prime cose da ricostruire nei territori che hanno visto partire troppi giovani, chiudere troppe case, spegnersi troppe attività e indebolirsi troppe speranze.
Il nostro patrimonio storico, archeologico e naturalistico deve essere finalmente letto come una rete. Un borgo non deve restare isolato, un sentiero non deve restare abbandonato, un museo non deve restare scollegato, un’area archeologica non deve vivere solo di visite occasionali, una produzione tipica non deve essere venduta soltanto a chi capita per caso. Tutto deve dialogare: cammino, storia, natura, accoglienza, enogastronomia, artigianato, cultura, digitale e promozione. Solo così il territorio smette di essere una somma di luoghi separati e diventa una destinazione riconoscibile.
Anche i dati Istat confermano che il turismo italiano continua a muoversi e che le forme di accoglienza diffusa hanno un ruolo importante. Nel quarto trimestre 2025, rispetto allo stesso periodo del 2024, Istat ha registrato una crescita degli arrivi pari all’1,0% e delle presenze pari al 2,9%; la crescita delle presenze è risultata più marcata negli esercizi extra-alberghieri, con un aumento del 6,6%, rispetto agli alberghi, cresciuti dell’1,2%. Questo dato è significativo per le aree interne, perché dimostra che esiste spazio per forme di ospitalità diverse, più distribuite e più legate ai territori.
Ma per intercettare questa domanda non possiamo improvvisare. Servono piani pluriennali, non annunci. Serve una strategia territoriale, non iniziative isolate. Serve una cabina di regia che metta insieme Comuni, operatori turistici, associazioni, imprese agricole, strutture ricettive, guide, giovani, scuole, enti di formazione e cittadini. Serve soprattutto una convinzione: il turismo lento non è un passatempo, ma una possibile politica economica per i territori che vogliono combattere lo spopolamento creando lavoro.
Abbandonare il turismo mordi e fuggi non significa chiudere le porte a chi viene per poche ore. Significa, piuttosto, costruire le condizioni perché chi arriva abbia un motivo per restare di più, per tornare, per raccontare l’esperienza, per consigliare il territorio ad altri, per sentirsi parte di una storia. Il visitatore veloce può diventare viandante, il turista occasionale può diventare ospite, l’ospite può diventare ambasciatore del territorio.
Questo è il salto culturale che dobbiamo compiere. Non dobbiamo più chiederci soltanto quante persone arrivano, ma quanto restano, cosa vivono, quali servizi utilizzano, quali imprese sostengono, quali lavori contribuiscono a creare e quale immagine del territorio portano via con sé. La vera ricchezza turistica non nasce dal numero delle foto scattate, ma dal valore che resta nelle comunità.
I nostri territori hanno tutto per riuscirci: storia, paesaggi, borghi, montagne, sentieri, memoria, tradizioni, prodotti, spiritualità, archeologia e umanità. Quello che serve adesso è trasformare questo patrimonio in un progetto economico serio, moderno e coraggioso. I cammini storici e i trekking di più giorni possono diventare la spina dorsale di una nuova stagione di sviluppo, nella quale il turismo non sia più una visita rapida, ma un’esperienza profonda, capace di generare reddito, lavoro e dignità.
Perché il futuro non arriverà da solo. Bisogna tracciarlo, segnarlo, raccontarlo e percorrerlo passo dopo passo. Proprio come un cammino.




