Dal caso “Cilento Selvaggio” una riflessione su oltre trent’anni di investimenti, riconoscimenti e sviluppo del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni.
In questi giorni il dibattito si è acceso attorno a “Cilento Selvaggio”, il festival dedicato al mondo venatorio in programma a Roscigno. C’è chi ne difende le finalità, richiamando la tutela delle comunità rurali e il contenimento degli ungulati. C’è chi, invece, considera incompatibile una manifestazione di questo tipo con la missione del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni (PNCVDA). Nel frattempo, il Presidente dell’Ente ha chiarito che il patrocinio non è stato ancora concesso e che ogni decisione sarà assunta soltanto dopo aver esaminato il programma definitivo della manifestazione e verificato la sua piena conformità alle finalità istituzionali del Parco.

È una discussione legittima.
Ma forse la vera domanda è un’altra. A formularla, in fondo, è lo stesso Presidente del Parco, Giuseppe Coccorullo, quando si chiede: «Come far convivere l’uomo nel rispetto di un territorio straordinario combattendo, al contempo, l’isolamento e lo spopolamento dei nostri paesi?»
Per cui, davvero il tema è soltanto stabilire se un Parco possa concedere il patrocinio a un’iniziativa che richiama il mondo della gestione faunistica? Oppure questa vicenda rappresenta l’occasione per fermarsi e riflettere sul ruolo che il PNCVDA ha avuto in oltre trent’anni di storia?
Negli ultimi cinquant’anni il progressivo spostamento della popolazione verso la costa ha modificato profondamente l’equilibrio del territorio. Lo sviluppo dei centri costieri ha favorito un costante trasferimento di residenti dalle aree montane e collinari, alimentando un processo di spopolamento che ancora oggi rappresenta una delle principali sfide per il Cilento, il Vallo di Diano e gli Alburni.
Il Parco non è soltanto tutela ambientale. In questi decenni è stato anche uno straordinario motore di investimenti pubblici. Attraverso fondi statali, regionali ed europei, programmi comunitari e progetti speciali, il territorio ha beneficiato di risorse che pochi altri sistemi territoriali delle aree interne possono vantare.
A questo si aggiunge un patrimonio di riconoscimenti di valore internazionale: il sito UNESCO, la Dieta Mediterranea, la Riserva della Biosfera, il Geoparco, le aree marine protette e l’intero sistema della biodiversità che rende questo territorio uno dei più importanti d’Europa.
La stessa riflessione vale oggi anche per la gestione della fauna selvatica. Se il contenimento degli ungulati può trasformarsi in una risorsa attraverso una filiera legale, sostenibile e capace di generare opportunità per il territorio, come sostiene il Presidente del Parco, allora la domanda si allarga inevitabilmente: quante delle opportunità create in oltre trent’anni sono riuscite davvero a tradursi in sviluppo stabile e duraturo?
La domanda, allora, cambia completamente.
Che cosa hanno prodotto, nel loro insieme, tutte queste opportunità?
Chi ne ha beneficiato maggiormente?
Quali territori hanno saputo trasformare risorse, riconoscimenti e visibilità in sviluppo, occupazione, servizi e qualità della vita?
E quali, invece, sono rimasti ai margini?
La prima stagione del Parco è stata, senza dubbio, quella degli investimenti. Musei, centri visita, sentieri, opere di recupero e strutture dedicate alla valorizzazione del patrimonio naturale e culturale hanno cambiato il volto di molti borghi.
Ma ogni investimento, per continuare a produrre valore, ha bisogno di una gestione.

Ed è proprio qui che forse si apre la riflessione più importante.
Prendiamo il caso della rete dei musei delle aree interne. Molti furono realizzati con lungimiranza negli anni Novanta e nei primi anni Duemila. Oggi, però, salvo poche eccezioni, sono aperti soltanto su richiesta oppure restano chiusi per lunghi periodi. Non perché l’investimento iniziale sia stato inutile, ma perché la gestione è stata affidata quasi esclusivamente ai singoli Comuni, spesso piccoli enti con risorse economiche e personale sempre più ridotti.
Era inevitabile?
Esistevano modelli alternativi di gestione condivisa?
Si poteva costruire una rete capace di sostenersi nel tempo?
Sono domande che meritano risposte, probabilmente anche attraverso un confronto con gli altri Parchi Nazionali italiani.
Così come merita una riflessione il diverso impatto che il Parco sembra aver avuto sui vari territori. Ci sono realtà che hanno saputo intercettare opportunità, creare attrattività, consolidare il turismo e valorizzare le proprie risorse. Altre continuano a fare i conti con spopolamento, perdita di servizi e crescente marginalità.

Non si tratta di cercare colpevoli.
Si tratta di capire se un patrimonio così ricco di finanziamenti, riconoscimenti e visibilità abbia prodotto uno sviluppo equilibrato oppure se, nel tempo, si siano create nuove differenze tra territori forti e territori più fragili.
Forse la domanda non è neppure quante risorse siano arrivate, ma come siano state trasformate in opportunità durature. Chi ha saputo coglierle? Chi è rimasto indietro? E perché?
Per questo “Cilento Selvaggio” potrebbe rappresentare un’occasione preziosa.
Non tanto per discutere della manifestazione in sé, destinata a esaurirsi nel giro di pochi giorni, quanto per verificare se questo confronto saprà trasformarsi in un’occasione di crescita e di rilancio per l’intero territorio.

Le polemiche passano.
Le istituzioni restano.
E dopo oltre trent’anni è forse arrivato il momento di misurare il Parco non soltanto per i vincoli che ha imposto o per le polemiche che periodicamente lo coinvolgono, ma per gli effetti concreti che ha prodotto.
Il Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni ha cambiato il destino delle comunità che vivono al suo interno? Le ingenti risorse investite, i riconoscimenti internazionali conquistati e le opportunità offerte sono riusciti a ridurre gli squilibri territoriali e a contrastare lo spopolamento delle aree interne? Oppure esistono territori che hanno saputo trasformare quelle opportunità in sviluppo e altri che, pur facendo parte dello stesso Parco, sono rimasti ai margini?
Sono domande che non cercano colpevoli.
Cercano risposte.
E forse proprio il confronto nato attorno a “Cilento Selvaggio” può rappresentare l’occasione per un necessario colpo di reni: non per rinnegare il lavoro svolto in oltre trent’anni, ma per interrogarsi su come renderlo ancora più efficace, più condiviso e più vicino alle esigenze delle comunità che il Parco è chiamato a tutelare e valorizzare.




