Nell’autunno del 2025, consigliato non si sa da chi, l’ordinario del luogo ha deciso di rendere esecutiva una discutibile disposizione della CEI, consolidatasi di fatto come prassi relativa alla jubilatio dei sacerdoti che hanno superato i 75 anni di età.
Nell’elenco dei presbiteri diocesani, stilato il 9 settembre 2025, figuravano sedici sacerdoti giubilati. Per quindici di loro è stata riportata la dicitura “in quiescenza”; per uno soltanto, invece, quella di “senza incarico”.

L’interpretazione autentica del provvedimento non è mai stata fornita dall’abile esegeta delle pandette. Probabilmente in diocesi si esita, o si è indotti a esitare, nel dare alla formula il suo significato effettivo.
La prassi si rivela certamente scazonte rispetto alle più elementari regole del galateo e la dicitura “senza incarico” suscita inevitabilmente perplessità e interrogativi. Senza incarico per palese incapacità? Per avere commesso qualche irregolarità? Oppure per una decisione assunta ad nutum, senza ritenere necessario fornire alcuna spiegazione?
Essere incardinato nella diocesi, non risultare in quiescenza e, nello stesso tempo, essere lasciato senza incarico sono condizioni che sembrano stridere con i sacri canoni.
Tuttavia, di fronte alla fine della cristianità paventata da qualche porporato, i problemi saranno certamente ben altri e più complessi. Cosa può contare la condizione di un vecchio prete, servo inutile precipitato quasi nello stato di un vitando, agli occhi di una Curia prodiga di sollecitazioni parolaie?
Qualche contraddizione si avverte, comunque, rispetto all’intento del convegno “Da cuore a cuore: il presbiterio tra fragilità e slanci”, promosso dalla Conferenza episcopale campana, pletorica assemblea dei vescovi della regione.
È passato quasi un anno e all’interessato non sono state ancora chiarite le motivazioni della decisione, rendendo di fatto ancora più acidulo il clima di un’ipocrita fratellanza sacerdotale.
Una spiegazione sarebbe auspicabile anche perché, conoscendo la caritatevole lingua di tanti confratelli, quella nota può facilmente dare adito a commenti del tipo:
«Ma che cosa avrà combinato per essere sottoposto a un provvedimento del genere?».
Conforta soltanto la stima dei parrocchiani, con i quali rimane saldo un rapporto di amicizia costruito negli anni.
Nonostante tutto, facendo di necessità virtù, conviene cogliere anche l’aspetto positivo della condizione nella quale si è precipitati. Essere senza incarico libera da cogenti condizionamenti e permette di dedicarsi ad altre attività: leggere, scrivere e intessere dialoghi a distanza.
È quanto si intende fare con l’amico direttore di un periodico, mentre, durante un’estate così assolata, si cerca refrigerio sul monte Gelbison, che incombe solenne sulla vallata nella quale si risiede.
Piace immergersi nelle sensazioni che quel monte ispira.
È un dialogo del quale si fa esperienza diretta durante le vacanze estive quando, come passatempo preferito, ci si adagia su una poltrona pieghevole ai limiti del bagnasciuga di Casal Velino.
Con le spalle rivolte al mare, quasi a voler dimenticare la quotidianità di un anno di lavoro e di viaggi, diventa irresistibile fissare la collina di Velia che, verso mezzogiorno, appare ancora più luminosa nella solarità del suo mito.
Da quella posizione, sulla sinistra, s’intravede il monte della Stella; sullo sfondo si erge il monte del dio, circondato dalla corona delle colline.
Lì le nenie dei monaci basiliani, custodi di vivide liturgie, fecero da contrappunto all’impegno concreto profuso nel miglioramento delle coltivazioni e della vita agricola.
Dopo pochi minuti, tra la brezza confusa con il timbro vocale delle sirene e il torpore provocato dall’abbraccio dei raggi solari, si è indotti a chiudere gli occhi.
Appaiono allora pastori al lavoro, paesi arroccati sui cucuzzoli, luoghi di fuga ma anche occasioni di incontro e di scambio, dalle quali è nata una sostanziale affinità culturale, malgrado il susseguirsi di vallate, monti, pianori e colline.
L’affastellarsi delle immagini si trasforma nel proscenio di un teatro sul quale si rappresenta, ancora una volta, il mito della classicità.
È una poesia onirica che trasforma i ruderi in un formicaio di vita vissuta: marinai di ritorno o in partenza, impegnati nel rito di ringraziamento alla divinità; anziani che passeggiano nell’agorà, circondati da giovani desiderosi di apprendere.
Al di là del tempo e dello spazio, nel panta rei di una quotidianità che muta con ritmi sempre più incalzanti, è ancora possibile rivivere in simbiosi con una civiltà ineffabile e rassicurante, simbolo della certezza dell’essere:
il dono del Cilento all’umanità.
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