Franco Alfieri è tornato in libertà.
È una notizia. Ma non è la fine della storia.
Davanti a lui resta ancora il tratto più lungo del percorso: quello processuale. Saranno i giudici, nei tempi e nei modi previsti dalla legge, a stabilire se le accuse mosse nei suoi confronti troveranno conferma oppure no. Fino ad allora, come per ogni cittadino, vale un principio che troppo spesso rischia di essere dimenticato nel dibattito pubblico: ogni imputato è innocente fino a una sentenza definitiva di condanna.

In questi mesi si è scritto molto. C’è chi ha già emesso una condanna, chi una piena assoluzione. Ma il processo non si celebra nelle piazze, sui social o nelle pagine dei giornali. Si celebra nelle aule di giustizia.
Per questo vale la pena fermarsi un momento e provare a guardare questa vicenda da una prospettiva diversa.
Immaginiamo, per un istante, di essere noi al posto dell’imputato. Non Franco Alfieri. Noi.
Immaginiamo di essere raggiunti da un’inchiesta che mette improvvisamente in discussione la nostra vita, il nostro lavoro, i rapporti familiari, le amicizie, la reputazione costruita in anni di attività pubblica o privata.
Immaginiamo di leggere il nostro nome sui giornali ogni mattina.
Di sapere che, comunque vada, una parte del giudizio dell’opinione pubblica è già stata pronunciata.
Di attendere per mesi, forse per anni, una sentenza che potrà confermare le accuse oppure smontarle una dopo l’altra.
È una condizione difficile.
Non significa essere innocenti.
Non significa essere colpevoli.
Significa essere imputati.
Ed è una differenza sostanziale.
Lo Stato di diritto vive proprio di questa distinzione. Perché il processo serve a trasformare un’accusa in una verità giudiziaria oppure a dimostrare che quella verità non esiste.
Nel frattempo il tempo continua a scorrere.

La politica va avanti.
Le amministrazioni cambiano.
Le persone cambiano.
Ma chi è coinvolto in un procedimento giudiziario continua a convivere con un’attesa che pesa ogni giorno.
Per questo il ritorno in libertà di Franco Alfieri non conclude la vicenda.
Ne rappresenta soltanto una tappa.
La strada che resta da percorrere è ancora lunga e sarà la giustizia, e soltanto la giustizia, a stabilire quale sarà il punto di arrivo.
Fino ad allora, il compito dell’informazione dovrebbe essere quello di raccontare i fatti con equilibrio, rispettando il diritto dei cittadini a essere informati e, nello stesso tempo, il principio costituzionale della presunzione di innocenza.
Perché oggi il nome è quello di Franco Alfieri.
Domani potrebbe essere quello di chiunque altro.
Ed è proprio quando la giustizia riguarda gli altri che si misura la forza dei principi che un giorno potrebbero essere chiamati a tutelare ciascuno di noi.
C’è, però, un aspetto che merita di essere osservato.
Al di là dell’esito del processo, che spetterà esclusivamente ai giudici stabilire, Alfieri ha affrontato questi mesi scegliendo di misurarsi sul terreno del diritto. Ha risposto alle domande degli inquirenti, ha utilizzato gli strumenti di difesa che l’ordinamento riconosce a ogni imputato e ha affrontato il percorso processuale affidandosi ai propri legali, senza trasformare la vicenda giudiziaria in una polemica contro la magistratura.
Durante il periodo degli arresti domiciliari ha avuto il tempo di studiare gli atti, preparare la propria difesa e confrontarsi con i suoi avvocati. Nel frattempo la sua famiglia gli è rimasta accanto, condividendo il peso umano di una vicenda che ha inevitabilmente inciso sulla vita di tutti i suoi componenti.
Intanto, fuori dalle aule dei tribunali, il tempo ha continuato a scorrere.
Le opere realizzate durante i suoi mandati sono rimaste lì, davanti agli occhi dei cittadini. Altre, già avviate quando era alla guida dell’amministrazione, stanno proseguendo il loro percorso fino al completamento. La città continua a vivere: gli alberghi accolgono turisti, le spiagge si riempiono, i ristoranti lavorano, i caseifici producono, le attività commerciali aprono ogni mattina.
Da una parte c’è la vita amministrativa e sociale di una comunità che continua il proprio cammino.
Dall’altra c’è il tempo della giustizia, molto più lento, che riguarda Alfieri e gli altri imputati e che richiederà ancora pazienza prima di giungere a una conclusione.
Sono due tempi che scorrono in parallelo.
Prima o poi torneranno a incontrarsi.
Sarà quel giorno, e soltanto quel giorno, che la vicenda giudiziaria potrà dirsi davvero conclusa. Fino ad allora resteranno i fatti, le accuse, la difesa e il lavoro della magistratura.
Tutto il resto appartiene alle opinioni.




