Da qualche anno, e per motivi diversi, non partecipavo più alle assemblee di bilancio né alla vita “politica” della BCC Aquara. Non per questo, però, avevo smesso di essere socio della banca o di utilizzarne i servizi, come fanno migliaia di persone che nel tempo hanno continuato a riconoscere nella BCC un presidio concreto di credito, relazioni e presenza territoriale.
Il mio allontanamento riguardava i vertici, le dinamiche interne, i rapporti personali e istituzionali. Non la banca in sé. Non quella “creatura” nata quasi mezzo secolo fa in un piccolo paese dell’entroterra e diventata, nel tempo, una delle realtà più significative del credito cooperativo campano.
Per questo, dopo aver conosciuto il direttore Salvatore Nardiello, ho deciso di tornare all’assemblea convocata presso l’Hotel Ariston.
Sono entrato nel grande teatro con una certa emozione. Sul palco erano già schierati consiglio di amministrazione, revisori dei conti, segreteria, direzione generale. In platea poco più di cento soci presenti di persona. Un colpo d’occhio che trasmetteva una sensazione quasi strana: numeri relativamente contenuti per una banca che oggi rappresenta una potenza economica e finanziaria ben diversa da quella delle origini.
Eppure i dati del bilancio raccontavano un’altra storia. I 7.528.300,80 euro di utile netto rappresentano infatti il miglior risultato economico mai raggiunto nella storia della banca. Numeri imponenti, contenuti in quel voluminoso “libro” di bilancio che certifica la crescita di una realtà ormai estesa su gran parte della provincia di Salerno.
L’assemblea ha approvato all’unanimità il bilancio, destinato gli utili a rafforzare il capitale sociale, nominato nuova presidente la dott.ssa Annamaria Merola e cooptato nel CdA l’ex presidente Luigi Scorziello.

Si è parlato di CET1 ratio, crescita patrimoniale, strategie future, mutualità, sviluppo territoriale. Ho ascoltato con attenzione anche gli interventi dei soci, compreso il mio, nel quale ho richiamato il tema del divario territoriale tra Nord e Sud nella disponibilità delle risorse provenienti dalle fondazioni bancarie.
Ma durante oltre due ore di assemblea c’è stato un dettaglio che mi ha profondamente colpito.
Il nome di Antonio Marino è stato pronunciato appena una volta.
Eppure stiamo parlando dell’uomo che, insieme a Rocco D’Urso, raccolse le firme e le quote sociali che portarono alla nascita della Cassa Rurale e Artigiana di Aquara. Dell’uomo che ha guidato la banca per quasi cinquant’anni. Dell’uomo che ha trasformato una piccola esperienza locale nata ad Aquara in una rete bancaria diffusa tra Valle del Calore, Piana del Sele e area urbana salernitana.

La crescita territoriale della banca è impressionante:
Castel San Lorenzo, Roccadaspide, Capaccio Paestum, Eboli, Oliveto Citra, Battipaglia, Salerno, Campagna, Pontecagnano Faiano, San Gregorio Magno, Felitto, Pellezzano, Agropoli e Sicignano degli Alburni.
Una espansione costruita dentro una visione precisa: collegare aree interne e costa, territori marginali e aree produttive, agricoltura, turismo, artigianato e piccola impresa.

Ed è singolare che tutto questo venga oggi raccontato quasi come se fosse nato spontaneamente, senza un padre riconoscibile.
Nel bilancio approvato dall’assemblea compare ancora una frase molto chiara:
«La crescita vertiginosa e la conquista di importanti obiettivi vede la direzione sapiente ed innovativa del dott. Antonio Marino che ha contribuito a consolidare e sviluppare questa realtà con passione e dedizione».
Una frase che fotografa una verità storica difficilmente contestabile.
Perché, nel bene e nel male, la BCC Aquara che oggi conosciamo è il risultato dell’energia, dell’intuito, delle relazioni, della capacità di visione e persino delle ostinazioni di Antonio Marino.
Così come è difficile immaginare che chiunque oggi sieda in posizioni apicali non sia stato, in qualche modo, scelto, valorizzato o sostenuto nel tempo proprio da lui.
Ed è qui che nasce il senso di straniamento che ho provato durante l’assemblea.
Non tanto per il cambio della governance, che è naturale e fisiologico. Non per il ricambio generazionale. Non per la necessità di nuove leadership.
Ma per quella sorta di silenziosa rimozione umana che sembra accompagnare l’uscita di scena dell’uomo che la banca l’ha letteralmente inventata.
Forse è il destino di molte grandi esperienze collettive: quando diventano strutture solide, articolate e istituzionalizzate, finiscono inevitabilmente per emanciparsi anche sentimentalmente dai loro fondatori.
Eppure chi, come me, ha vissuto per anni accanto a Tonino Marino, ricorda bene quanto la BCC non fosse semplicemente una banca, ma una idea di territorio.
Ricordo perfettamente una cena nel locale di Ristorante di Vito Gnazzo insieme ad Antonio Marino, Luigi Scorziello, Michele Albanese, Antonio Ciniello, Nicola Cavallo e Mario Miano. Fu lì che nacque l’idea di costruire un’esperienza editoriale capace di dare voce all’intera Valle del Calore.
Da quell’incontro nacque il “Val Calore” e poi tutto il resto.
Per quasi trent’anni il nostro percorso editoriale e quello della BCC Aquara hanno camminato parallelamente, entrambi impegnati nella conquista di spazi che sembravano già occupati da altri.
Anche i rapporti umani si intrecciarono, coinvolgendo famiglie, amicizie, relazioni personali costruite nel tempo.

Per questo oggi, mentre la banca “scarta” inevitabilmente verso una nuova fase della sua storia, sento il bisogno di testimoniare pubblicamente la mia vicinanza umana ad Antonio Marino.
Perché al di là delle dinamiche interne, delle scelte future e degli inevitabili cambiamenti, resta difficile non riconoscere che senza di lui questa storia semplicemente non sarebbe esistita.



