a dante di alighiero degli alighieri
i epistola prima
Si vanti pure e gridi alto di Dante la magnifica città di Firenze il nome!
Prologo
Questa Epistola ideata, stesa e verseggiata da Gaetano Ricco, intende di lodare il canto solenne di Colui che nella sua Comedìa rese eterna gloria a Chi alla giustizia votò l’Impero.
la scvola di atene
tavola xlviii– lxxxii
A Dante (Firenze tra maggio e giugno 1265 – Ravenna, notte tra il 13 e il 14 settembre 1321) figlio di Alighiero di Bellincione della città di Firenze che nella sua Comedìa rese di Federico II la stirpe eterna.
epigrafe
Costoro, ai quali toccherà l’intera disputa che segue, sostenendo che l’autorità dell’Impero dipenda dall’autorità della Chiesa, come l’artigiano inferiore dipende dall’architetto… e dicono infatti innanzitutto, secondo la Scrittura della Genesi, che Dio fece due grandi luminari, luminare maggiore e luminare minore, affinché uno presedesse al giorno e l’altro alla notte, i quali, interpretati allegoricamente, credevano essere quei due reggimenti, cioè lo spirituale e il temporale. E poi argomentano che, come la luna, che è luminare minore, non possiede luce se non nella misura in cui la riceve dal sole, così neppure il regno temporale ha autorità se non in quanto la riceve dal reggimento spirituale. Perciò… è bene anticipare che, come piace al Filosofo in quelle cose che sono … la soluzione dell’argomento consiste nel mostrare loro l’errore.
(De Monarchia, Libro IV, cap. IV)
Tante sono state e più ancora le mie Epistole a poeti e filosofi ma non mai avea la mia penna osato di levarsi al tuo tanto genio chè troppo deboli erano e sono le mie ali corte e deboli a reggere di quel tuo aspro ed alto cammino il peso, chè se per te, maestro, fu la tua salvezza per me sarebbe stata la mia rovina. E così tanto tempo è passato e tanti sono stati vari i miei tentativi inevasi, ma ora che con il terzo mio maestro sono “giunto al finire della mia vita di peccatore, mentre canuto senesco come il mondo e mi preparo a perdermi nell’abisso senza fondo della Divinità silenziosa e deserta, partecipando della luce inconversevole delle intelligenze angeliche” non potevo più di te tacere e invocando che “il Signore mi conceda la grazia di essere testimone trasparente” vengo a scrivere di quella grande “luce” che fu Federico, chè se maligna nel tuo aldilà gli assegnasti sorte terribile, pure per l’amore di quell’”Aquila” che nel suo occhio portava della Giustizia divina le “pietre” sue più preziose, tu, maestro Dante, lo amasti e tutto poi con il tuo canto l’assolvesti consegnandolo a quella gloria imperitura che ancora dura.

E tanto, in verità, fu il tuo amore per quell’ “aquila” che se la Chiesa che di contro si era fatta “fella e…ghiotta de lo mondo” fosse stata “ devota” e avesse lasciato “seder Cesare in la sella” e non l’avesse combattuto ponendo tragicamente fine a quel divin connubio che a reggere del cielo e della terra non “un sole ed una luna” dovevano a diversa potestà regnare ma “due soli” di eguale potenza, forse tu, maestro, in Paradiso. con Colui che “d’entro le leggi trasse il troppo e il vano”, l’avresti in compagnia di quell’“’alto Arrigo, ch’a drizzare Italia verrà in prima ch’ella sia disposta” messo. Ma tradendo la Chiesa la sua missione si fece non solo artefice della decadenza dell’Impero ma anche di se stessa e dell’Italia stessa, come lamentano quei tuoi famosi versi che ancora oggi ci addolorano, “ahi serva Italia, di dolore ostello, /nave sanza nocchiere in gran tempesta, /non donna di province, ma bordello ” condannando apertamente chi in San Pietro sedendo, rivendicando il suo “Primato” ebbe più volte a scomunicare Federico e le sue “Costituzioni” che tanto avrebbero all’ Italia ed alla Giustizia reso peso e vanto.
Ma come era cominciato tutto questo e perché fuor dalla condanna papale che pure osservasti poi, maestro Dante, in altri luoghi l’assolvesti e forse lo ammirasti?
Tutto principiò da quella “luce de la gran Costanza” che per non essersi mai “dal vel del cor disciolta” pur mancando ai voti, tu tra le anime più lucenti, in quel cielo della Luna, la ponesti accanto a Piccarda a cantare di Dio la gloria in Paradiso e che nata da antica et nobile stirpe dal “secondo vento di Soave” generò il “terzo e l’ultima possanza” quel Federico appunto che il nostro Pietro nella sua XLIII “Particula” così, da profeta, lo annuncia al mondo “O fanciullo tanto agognato, o fautore di una nuova era, tu sarai chiamato sua Ruggero che Federico: che nato sotto i migliori auspici, sarai stimato più grande dei tuoi antenati, tu che appena nato superi il padre e tutti gli avi”. Ed in verità, quando poi Federico venne alla maggiore età e dell’impero ne assunse la potestà non mancò di crescere e di alimentarsi proprio a quel tuo grande amore per l’“Aquila”, convinto, come lo eri tu, maestro, che per fare “il buon mondo” così come già Roma, “due soli” occorrevano che facessero per grazia vedere “l’una e l’altra strada” ovvero quella “del mondo e di Deo”. Ma “la cupidigia che i mortali offende” della chiesa presto presentò il conto ed “in veste di pastor di lupi rapaci” si inalberarono molti papi e desviando “le pecore e li agni” come già del povero Boezio che da alto alfiere del re “in cattivo stato” girò la ruota, “in veste di pastor di lupi rapaci” si inalberarono molti papi e desviando “le pecore e li agni” contro si scagliarono di Federico e tanto ne fecero scempio che non durò di molti anni che “giunta la spada col pasturale” altri vennero e con anatemi, scomuniche e guerre del suo regno si impossessarono. E se nel tuo viaggio ultraterreno per le scomuniche prima di quel papa dei Conti Segni che i tribunali dell’Inquisizione istituì e di quell’altro di Genova che seguì autorizzandone la tortura, all’Inferno lo condannasti pure per amore di quell’”aquila”, come continuando dirò, tutto lo assolvesti ed in più luoghi addirittura lo lodasti. Non si legge forse, maestro, nel tuo “De vulgari eloquentia” in cui tu, maestro, andando alla ricerca tra i tanti “volgari” che l’Italia al tuo tempo parlava, forse che non individuasti proprio nel “volgare siciliano- pugliese” la lingua più illustre ed adatta a cantare di poesia e saggistica, assegnando questo merito proprio al clima culturale che “il nobile principe di Puglia… la cui fama vola per il mondo” aveva saputo creare accogliendo “nella sua corte moltissimi uomini eccellentissimi”. E tanta fu l’ammirazione per Federico e la sua discendenza che continuando, additandolo amaramente alla pochezza dei tanti principi italiani ed europei, non mancasti di lodare anche il suo figlio prediletto che del padre si fece erede. O quando dovendo nel tuo “Convivio” definire il concetto di “gentilezza” non ti risparmiasti di chiamare in causa proprio Federico che “domandato che fosse gentilezza, rispuose ch’era antica ricchezza e belli costumi” ed a te non piacque perché troppo legato al vincolo materiale della ricchezza, per aver Federico, e ci sono le sue poesie a testimoniarlo, poi informato ogni suo gesto ad “ingegno” e “grazia di ogni virtù” non potesti, continuando, non lodarlo riconoscendogliquella nobiltà d’animo che il fedele chierico Trontano d’Arezzo in quel famoso epitaffio così sublimò “se la probità, l’ingegno, la grazia di ogni virtù, la magnificenza della stirpe potessero resistere alla morte, allora non sarebbe morto Federico che qui giace”. E tanto fu poi il suo amore per la giustizia da farsi (lo scriverai nel “De Monarchia”) “specchio” supremo di quel mistero divino in cui rifulse la giustizia della sua maestà. Perchè questo fu, maestro, il suo ed il tuo sogno: l’uno in cielo il papa e l’altro sulla terra l’imperatore insieme a glorificare Dio e le sue creature, all’uno il potere spirituale e all’altro quello temporale, chè una è la Giustizia e vale solo se di Dio si rispettano i suoi comandi. Una misura semplice ed una teoria che per quei tempi “bui” apparve rivoluzionaria ed assolutamente troppo lungimirante se poi dovemmo attendere molti secoli prima che quel concetto, oggi diremmo della divisione dei poteri, si potesse realizzare. Purtroppo la Chiesa allora non intese questo alto concetto e tanto ne fece astio e vendetta che quel primo “principe de’ novi Farisei” che in San Pietro sedeva, rivendicando di quel papa che in Salerno dorme, il “primato”, scagliandogli contro il suo secondo “maglio” così con queste parole di terribile apocalisse lo accusava “avanza dal mare una bestia piena di nomi di bestemmia, che infuria con le zampe d’orso e la bocca di leone, e con gli altri arti modellati come quelli di un leopardo, che apre la sua bocca per scagliare bestemmie contro il nome divino… egli è colui che si sforza di sovvertire la fede ortodossa e che, calunniando la verità evangelica, dichiara apertamente che tutto il mondo è stato ingannato da tre impostori: Mosè, Cristo e Maometto” lui che un frate di Inghilterra invece di contro così definiva “tra i principi della terra fu il più grande, Federico, lo stupore del mondo, il miracoloso trasformatore”. E non bastò che anche un altro papa che colui che vestì “il gran manto” e fu “figliuol dell’orsa” dice di attendere all’Inferno (se’ tu già costì ritto, se’ tu già costì ritto, Bonifazio”) scagliò contro di te il suo “maglio” e fu, maestro Dante, la tua condanna a morte costringendoti poi“ghibellin fuggiasco” a ramingare esule per tutta Italia e come tu amaramente confessavi a provare “siccome sa di sale lo pane altrui e come è duro calle lo scendere e ’l salir per l’altrui scale.”. Perché come ebbe a chiarire quel gran “Lombardo che fu chiamato Marco” non le “influenze astrali” causavano il “malo tempo” ma di ogni uomo il “libero arbitrio”. E poiché tanta fu della chiesa allora la “cupidigia” che continuando a protestare contri i tuoi “due soli” del“sole e della luna” l’ostinazione, tosto venne con l’impero allo scontro e uniti “per viva forza… la spada col pasturale” sconfisseRoma atterrando dell’“aquila” con la giustizia l’impero. E così anche per te, Federico, che per terzo e non per ultimo vedesti l’”aquila” atterrata, non ci fu scampo neanche nell’eterno e “con più di mille” compagno a quel gran “Tosco” che di “torre via Fiorenza” fu l’unico che la difese “a viso aperto”, ti ritrovasti nell’Inferno confinato, ma non fu condanna la tua sorte eterna, perchè come narra e canta il tuo poema tutta con Federico ne assolvesti la discendenza. Prima con colui che “biondo era e bello e di gentile aspetto” in Benevento ebbe “rotta la persona di due punte mortali” e poi con quell’ultimo “fiore purpureo” che troncato dalla falce” di quel secondo figlio di quella “mala pianta (capetingia) che la terra cristiana tutta aduggia” tutti e due l’assolvesti, chiaramente condannando quel tradimento dei Frangipane (che ben starebbero a castigo come tu vuoi, maestro Dante, in quella palude di Cocito ove si puniscono degli amici i traditori) come ben recita quell’iscrizione “ad Astura il leone rapì l’aquilotto con i suoi artigli, qui (in Napoli) gli strappò le piume e lo decapitò” che ancora grida su quella colonna di porfido in Santa Croce di Napoli conservata. Narra, infatti, la storia che quel figlio della “mala pianta” non bastandogli “la gran dote provenzale” spinto dalla cupidigia dicolui che padre di più figli fu per mano francese fatto papa, “venne in Italia e per ammenda, vittima fè Curradino” e tanto fu poi di quel “leone” (!) l’odio e la paura che “ripinse al ciel Tommaso (d’Aquino), per ammenda” avvelenandolo sulla strada di Lione mentre, convocato, stava recandosi a quel secondo Concilio che contro di lui un papa aveva voluto.
Ed ora che, in congedo della mia Epistola, per i tuoi versi, maestro, con la storia si son saldati tutti i conti ed i rovesci, mi piace di pensare che se ti avesse la sorte concesso di incontrare Federico tu di certo ne avresti avuto pompa e di sicuro l’uno nell’altro in quello “specchio” vi sareste riconosciuti e compiaciuti. Perché come te, maestro, che tra i più grandi fosti il Poeta, anche lui in quella alta schiera che per prima vide la Sicilia primeggiare “per primo, i Siciliani [sono da ricordare], perché furono i re illustri e i loro cortigiani i primi a poetare in volgare: infatti, come avviene che ciò che si fa nella prima e più nobile corte venga imitato nelle altre corti, così quel volgare fu allora tanto più nobile quanto più nobili erano coloro che lo usavano. Perciò, tutto ciò che si compone in questo volgare noi lo chiamiamo ‘siciliano’, anche se siano Romani, Toscani, Marchigiani o altri a poetare”, fu, oltre l’impero, anche lui poeta. Ed io che dei tuoi versi osai farmi schermo e vanto, solo una cosa ora ti chiedo, maestro Dante, perdona il mio amore per Federico e assolvi la mia devozione chè se alto fu il tuo canto e poco il mio, pure rimane in eterno la gloria di Federico!
Questo il mio epigramma per Federico: E non bastò l’Inferno a trattenerlo chè troppo grande avanzò di Federico il nome ed il vanto.
C’è poi di Pietro Lombardo l’epigramma per Dante: L’aquila vestisti di ali d’oro ma fu dei guelfi di contro terribile il folle volo.
Questo, maestro, nel settembre senza lode, l’amore senza approdo ed io fuori moda… il fiore che ti porto!
Chiusa nelle ore matutine del giorno di Santa Regina dell’anno del Signore 2026




