Gaetano Ricco scrive al Sommo Poeta: un’epistola tra versi, storia e filosofia per rileggere Federico II, l’“Aquila” imperiale, il conflitto tra Chiesa e Impero e quel sogno dei “due soli” che anticipò di secoli la distinzione tra potere spirituale e temporale
Questa Epistola, ideata, stesa e verseggiata da Gaetano Ricco, intende lodare il canto solenne di colui che nella sua Comedìa rese eterna gloria a chi alla giustizia votò l’Impero.
Gaetano Ricco sceglie la forma più antica e insieme più libera: scrivere direttamente a Dante Alighieri.
Non per celebrarlo ancora una volta in maniera convenzionale, ma per interrogarlo.

E soprattutto per chiedergli conto di un’apparente contraddizione: come poté Dante collocare Federico II tra gli eretici dell’Inferno e, nello stesso tempo, riconoscere alla sua esperienza politica, culturale e imperiale un ruolo così alto nella storia italiana?
È da questa domanda che prende vita l’epistola.
Ricco dichiara subito la distanza che lo separa dal destinatario:
«Troppo deboli erano e sono le mie ali corte e deboli a reggere di quel tuo aspro ed alto cammino il peso».
Eppure sente che non può più tacere.
Arrivato, scrive, «al finire della mia vita», decide di affrontare finalmente il maestro e di parlargli di quella grande luce che, ai suoi occhi, fu Federico II.
Federico condannato e Federico assolto
È questo il cuore dell’intera riflessione.
Dante colloca Federico II nell’Inferno.
Ma per Ricco quella condanna non esaurisce affatto il giudizio dantesco sull’imperatore.
Anzi.
Nelle altre opere — dal De vulgari eloquentia al Convivio, fino alla Monarchia — emerge un rapporto assai più complesso con il mondo federiciano.
Ricco richiama innanzitutto la grande stagione della Scuola siciliana, che Dante stesso riconobbe come momento fondamentale della nascita della poesia volgare italiana, sviluppatasi intorno alla corte di Federico II, capace di raccogliere «uomini eccellentissimi».
Federico diventa così non soltanto imperatore.
È promotore di cultura.
Poeta.
Legislatore.
E soprattutto interprete di una concezione della giustizia che Ricco sente profondamente vicina a quella dantesca.
I “due soli”
La parte più politica dell’Epistola ruota intorno all’immagine dei “due soli”.
Per Dante il potere spirituale e quello temporale hanno origini e funzioni differenti.
Il Papa deve guidare l’uomo verso la salvezza spirituale.
L’Imperatore deve garantire sulla terra ordine e giustizia.
Non un sole che riceve la propria luce dall’altro, dunque.
Ma due autorità chiamate a operare, ciascuna nel proprio campo.
Ricco riconosce in questa concezione un’intuizione straordinariamente moderna:
la distinzione tra potere spirituale e potere temporale.
Una teoria che, osserva, apparve troppo avanzata per il tempo e che soltanto molti secoli dopo avrebbe trovato una più piena formulazione politica.
Ed è proprio qui che Federico e Dante finiscono idealmente per incontrarsi.
Entrambi guardano all’Aquila come simbolo di un Impero capace di garantire la giustizia.
Entrambi vedono nella commistione fra potere religioso e temporale una causa di decadenza.
La polemica contro la Chiesa temporale
L’Epistola assume in alcuni passaggi un tono durissimo.
Ricco utilizza direttamente le invettive dantesche contro una Chiesa divenuta, nelle parole del poeta, «fella e ghiotta de lo mondo».
La polemica non investe la fede.
Investe l’uso politico del potere ecclesiastico.
È la Chiesa che impugna insieme «la spada col pasturale», confondendo le proprie funzioni e intervenendo nella lotta per il controllo dell’Impero.
Per Ricco, la vicenda di Federico diventa il punto culminante di questo scontro.
Scomuniche.
Anatemi.
Guerre.
La lotta contro gli Hohenstaufen.
La successiva fine della dinastia.
E sullo sfondo l’Italia che Dante descriverà con i versi ancora oggi tra i più celebri della Commedia:
«Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello».
Nel ragionamento di Ricco, il dramma di Federico e quello politico di Dante appartengono dunque alla stessa frattura storica.
Costanza, Manfredi e Corradino
L’Epistola percorre poi tutta la genealogia sveva.
Si parte da Costanza d’Altavilla, la «gran Costanza» che Dante incontra nel cielo della Luna, madre di Federico II.
Si arriva a Manfredi, «biondo era e bello e di gentile aspetto», sconfitto e ucciso a Benevento.
E infine a Corradino, ultimo giovane erede della dinastia, fatto giustiziare a Napoli da Carlo d’Angiò.
Ricco legge queste presenze dantesche quasi come una progressiva riabilitazione poetica della stirpe federiciana.
Federico rimane formalmente nell’Inferno.
Ma ciò che egli rappresentò — la sua corte, la sua cultura, la concezione imperiale, i discendenti — continua a vivere nel poema.
Ed è questo il paradosso intorno al quale l’autore costruisce tutta l’Epistola:
l’Inferno non è riuscito a cancellare Federico dalla storia.
Dante e Federico davanti allo stesso “specchio”
Verso la conclusione il tono storico lascia progressivamente spazio alla poesia.
Ricco immagina un incontro mai avvenuto.
Dante e Federico uno davanti all’altro.
Il poeta e l’imperatore.
Due uomini profondamente differenti ma accomunati, nella lettura dell’autore, dalla stessa tensione verso un ordine fondato sulla giustizia.
«Mi piace di pensare — scrive — che se ti avesse la sorte concesso di incontrare Federico tu di certo ne avresti avuto pompa e di sicuro l’uno nell’altro in quello “specchio” vi sareste riconosciuti e compiaciuti».
È qui che l’Epistola svela definitivamente la propria natura.
Non vuole essere un saggio accademico.
È una dichiarazione d’amore intellettuale.
A Dante.
A Federico.
Alla poesia.
A una determinata idea di giustizia.
E proprio per questo Ricco può permettersi, alla fine, di chiedere perdono al maestro:
«Perdona il mio amore per Federico e assolvi la mia devozione, chè se alto fu il tuo canto e poco il mio, pure rimane in eterno la gloria di Federico!»
L’epigramma finale
Poi resta soltanto l’epigramma.
Poche parole nelle quali l’autore concentra l’intera tesi dell’Epistola:
«E non bastò l’Inferno a trattenerlo
chè troppo grande avanzò di Federico
il nome ed il vanto».
E, quasi in risposta, quello dedicato a Dante:
«L’aquila vestisti di ali d’oro
ma fu dei guelfi di contro
terribile il folle volo».
L’autore chiude nelle ore mattutine del giorno di Santa Regina del 2026, consegnando a Dante «nel settembre senza lode» il suo «fiore».
Una verifica importante prima della pubblicazione
Il testo merita, secondo me, una revisione filologica separata dalla revisione stilistica. C’è almeno un errore certo nell’apparato: viene citato De Monarchia, Libro IV, cap. IV, ma la Monarchia di Dante è composta da tre libri, quindi quel riferimento va controllato.
Inoltre verificherei puntualmente le attribuzioni e la forma esatta delle numerose citazioni da Commedia, Convivio, De vulgari eloquentia e Monarchia, oltre ad alcune affermazioni storiche su Federico II, Innocenzo IV, Corradino e Tommaso d’Aquino. Non le correggerei d’istinto, perché in un testo del genere una parola modificata può cambiare il senso dell’argomentazione.
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