Adelardo di Nogent, il filosofo che non è mai esistito e che continua a insegnare l’amore per la conoscenza
di Gaetano Ricco
Tra invenzione letteraria, filosofia medievale e amore per il sapere, Gaetano Ricco costruisce la figura di un discepolo immaginario di Bernardo di Chartres per riflettere sul rapporto tra fede, ragione e natura. Adelardo di Nogent non compare in alcuna cronaca, non è ricordato da alcun manoscritto e non ha lasciato opere autentiche. Eppure, nell’Epistola, diventa il simbolo immortale di tutti coloro che hanno cercato la verità senza accontentarsi delle risposte già date.
Le grandi opere della letteratura hanno spesso popolato la storia di personaggi immaginari capaci di incarnare idee, aspirazioni e tensioni spirituali più vere della stessa realtà. È questo il caso di Adelardo di Nogent, protagonista dell’ultima fatica letteraria di Gaetano Ricco, figura che non appartiene alla storia documentata ma che, attraverso la forza della narrazione, acquista consistenza e profondità fino a diventare simbolo universale della ricerca della conoscenza.

L’autore immagina Adelardo come il più brillante e al tempo stesso il più misterioso tra i discepoli di Bernardo di Chartres, il grande maestro della celebre Scuola di Chartres, una delle più importanti esperienze culturali dell’Europa medievale. È proprio attorno a questo ambiente intellettuale che si sviluppa l’intera narrazione: una lunga epistola in cui il narratore si rivolge al maestro mai esistito come se fosse stato realmente parte di quella stagione straordinaria del pensiero.
L’elemento centrale dell’opera è il rapporto tra natura e sapienza divina. Adelardo viene presentato come uno studioso convinto che il creato non sia soltanto opera della potenza di Dio, ma anche manifestazione della sua intelligenza. La natura diventa così un grande libro aperto, da osservare e interrogare con umiltà e rigore, nella convinzione che ogni cosa possieda una causa, un ordine e una ragione.
Lontano dalle dispute sterili e dai formalismi che spesso caratterizzavano il sapere del suo tempo, il filosofo immaginario sceglie di rivolgere lo sguardo agli astri, alle proporzioni matematiche, ai fenomeni naturali e all’armonia che governa il cosmo. In questo modo Ricco attribuisce al suo personaggio una sensibilità che anticipa temi destinati a diventare centrali nei secoli successivi, quando l’osservazione della natura avrebbe progressivamente assunto un ruolo decisivo nello sviluppo della conoscenza.
Particolarmente significativa è la valorizzazione delle arti liberali, tanto del trivio quanto del quadrivio, considerate non semplici discipline scolastiche ma autentici strumenti di elevazione spirituale. Grammatica, retorica, logica, aritmetica, geometria, musica e astronomia vengono presentate come vie attraverso cui l’intelligenza umana può avvicinarsi alla comprensione dell’ordine del creato.
Nel racconto non manca la dimensione del viaggio. Adelardo apprende le lingue, studia i testi dei filosofi antichi, si apre al confronto con il mondo arabo e orientale, fino a giungere in una Palermo normanna immaginata come crocevia di culture e laboratorio di dialogo tra tradizioni diverse. Qui il filosofo trova finalmente uno spazio nel quale discutere liberamente di scienza, filosofia e fede, raccogliendo attorno a sé allievi e studiosi provenienti da ogni parte del Mediterraneo.
Ma il vero protagonista dell’opera non è il personaggio, bensì l’idea che egli rappresenta. Adelardo diventa il simbolo di una convinzione profonda: che la conoscenza non sia mai definitivamente acquisita e che la verità richieda sempre il coraggio di andare oltre ciò che è già noto. Per questo motivo il suo destino resta avvolto nel mistero. Nessuno assiste alla sua morte, nessuna cronaca ne registra la fine, nessuna tomba ne custodisce il ricordo.

Eppure proprio questa assenza rende il personaggio immortale. Adelardo continua a vivere ogni volta che qualcuno osserva il mondo con meraviglia, ogni volta che una domanda genera una nuova ricerca, ogni volta che l’uomo rifiuta di accontentarsi delle spiegazioni più semplici e decide di mettersi in cammino verso una comprensione più profonda della realtà.
Il titolo stesso dell’opera, “Quello che non resterà del Medioevo”, sembra suggerire inizialmente una riflessione sulla caducità delle istituzioni, delle città e delle opere umane. Ma procedendo nella lettura emerge una conclusione diversa e per certi versi opposta: ciò che davvero sopravvive al tempo non sono le pietre dei monasteri, i manoscritti o le strutture del potere, bensì la tensione verso il sapere che quelle esperienze hanno saputo alimentare.
È in questa prospettiva che acquista pieno significato la citazione conclusiva del poeta Dante:
«Fatti non fummo a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza».
Un richiamo che diventa il testamento ideale di Adelardo e, insieme, il messaggio più profondo dell’intera opera.
Perché, come suggerisce Gaetano Ricco, potranno anche cadere i regni, scomparire le città e dissolversi le memorie degli uomini, ma finché qualcuno saprà ancora stupirsi davanti alla bellezza del creato e cercarne le ragioni, il desiderio di conoscere continuerà a sopravvivere al tempo e alla storia.




