Bicchieri e noccioline sul tavolo. Si aprono le bucce e, insieme, si aprono le chiacchiere sui ricordi comuni: quelli delle aule del Magistrale. Quarant’anni fa. Eppure sembra ieri.
Il barista ci guarda un po’ storto, forse perché, anche senza vento, intorno al tavolo continuano a cadere pezzetti di guscio.

— Questa è buona.
— La nocciolina o quello che stai per raccontare?
— La prima cosa che ricordo del Magistrale è… ma sono sicura che anche tu… Te lo ricordi il professor Ligrone?
— Accidenti se me lo ricordo! E chi se lo scorda? Giovane, bellissimo, viso e fisico da fotoromanzo. Del resto, noi venivamo dalle scuole medie con una cultura sterminata in materia: altro che Renzo e Lucia! Davanti avevamo uno persino più bello del futuro Ridge di Beautiful. Eravamo tutte prese dalla speranza di trovare un fidanzato come si deve e restavamo incollate a lui con lo sguardo. Durante le sue lezioni non volava una mosca: attentissime a ogni virgola e a ogni movimento. E non era certo la geografia astronomica ad affascinarci.
Veniva da fuori, forse da Salerno, e questo gli faceva guadagnare altri punti. La città, allora, era un miraggio; la vita di paese sembrava ancora un film in bianco e nero e noi aspettavamo i colori del mondo esterno.
Da Salerno veniva anche la professoressa Marotta.

Neppure lei si può dimenticare. Arrivava con un macchinone lungo quasi quanto la facciata dell’edificio, i vetri oscurati e l’autista personale che l’aspettava in macchina per tutta la durata delle lezioni.
Elegante e sofisticata, parlava di italiano e storia, ma noi osservavamo i suoi twin-set di cachemire a maniche corte, indossati anche d’inverno. Avevano sfumature pastello, proprio come la sua voce e il suo carattere.
Poi c’era la flotta dei nostri professori del posto, ciascuno con il proprio bagaglio di lezioni e consigli: Rizzo, Nigro, Bruno, Caputo, Cavallo, Vairo… Non è possibile citarli tutti, ma sono tutti indimenticabili.
E la signorina Bianca Maria Roselli, ferrea sostenitrice della letteratura, della dirittura morale e anche dell’affetto. Teneva a una formazione che non fosse soltanto apparente, ma soprattutto interiore.
— Bisognerebbe studiare da vecchi e non da giovani, vero? Che ingiustizia, questi programmi! — ci prendeva in giro un professore, vedendoci tutte intente a guardare dai finestroni i ragazzi che sostavano sotto la scuola o giocavano a pallone nel campo sportivo.
Poi arrivava l’annuncio temuto:
— Oggi interrogazioni a sorpresa!
Inutili le fughe nei bagni. Seguivano sguardi allarmati e indici serrati tra i denti nel tentativo di trattenere parole e paura, soprattutto da parte di chi si sentiva il prossimo bersaglio.
Venivano pronunciati i nomi: due da una parte e due dall’altra della cattedra. Un vero plotone di esecuzione.
Le formazioni erano state preparate? Ebbene sì. Erano studiate apposta per intercettare i segnali convenuti provenienti dai banchi.
— No, tu ti sposti là. Tu vai dall’altra parte. Tu vieni qua — interveniva il professore, scombinando ogni strategia.
Non era cattiveria. Era un modo per ridere insieme e interpretare, ciascuno, la propria parte.
A rendere unici questi ricordi non è soltanto il rimpianto della giovinezza. È anche la gratitudine per la cultura che l’Istituto Magistrale, finché è rimasto vivo, ha portato alla nostra generazione.
Quella scuola ha raccolto i propositi e le speranze di tantissime ragazze e di tanti ragazzi provenienti dai paesi vicini. Ogni mattina arrivavano con i pullman, riempivano la piazza, ascoltavano le canzoni dedicate dal jukebox e poi imboccavano la stradina accanto al campo sportivo per raggiungere l’ingresso dell’Istituto.
Quanti posti di lavoro sono nati da quegli studi. Quante persone sono partite per insegnare nel mondo esterno, spesso affrontando la lunga trafila del Nord, per poi, quando possibile, ritornare.
Allora credevamo che il mondo a colori fosse necessariamente altrove.
Ci è voluto del tempo per capire che una parte di quei colori era già lì: nella piazza, nelle aule, nei professori, nei compagni e in quella scuola che ci stava preparando alla vita.
Un grazie a tutti i nostri professori
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