Dice il critico Vincenzo Guarracino, subito in apertura del suo ampio saggio La Parola, la Ferita, la Preghiera (Arsenio Edizioni, 2026, pp.110, 15 euro), dedicato alla poetessa di origine beneventana Rita Pacilio, che nella vita è sociologa specializzata in mediazione familiare, occupandosi di poesia, musica, narrativa, letteratura per l’infanzia e saggistica: “L’opera di Rita Pacilio non si presenta come una costellazione di testi autonomi, né come una serie di variazioni tematiche. È, piuttosto, una traiettoria. Un movimento interno che, libro dopo libro, trasforma la funzione della parola. Da luogo della ferita a luogo dell’invocazione, dall’invocazione alla fondazione, dalla fondazione alla preghiera”.
Vincenzo Guarracino, che è poeta, critico letterario e traduttore, e vanta tra i suoi interessi culturali soprattutto l’attenzione alla poesia antica (tra Catullo, i Versi aurei di Pitagora, i Lirici greci, Poeti latini, Poema sulla Natura di Parmenide, i Poeti cristiani). e a Leopardi (tra Guida alla lettura di Leopardi, l’edizione dell’Appressamento della morte, il Diario del primo amore e altri scritti autobiografici, le antologie Infinito Leopardi, Il verso all’infinito. L’idillio leopardiano e i poeti italiani alla fine del Millennio), dedica la sua attenzione a un’autrice che si distingue nel panorama culturale contemporaneo per una cifra molto peculiare: quella di una voce che fa della Parola una testimonianza di un percorso mistico che si spoglia di ogni autobiografismo per rappresentare una dimensione spirituale collettiva.
In questo senso, la poesia di Pacilio viene letta da Guarracino come un gesto forte e antico: come un’esperienza di scrittura che continua a generare senso senza esaurirsi in esso, come il luogo in cui la parola, pur portata al limite, non si dissolve, ma insiste. In questa prospettiva, anche la preghiera, lungi dall’essere una risposta, appare come la forma più esigente della domanda: in cui il soggetto si espone a una relazione che non promette soluzione, e che proprio per questo non può essere ridotta a funzione consolatoria. In questo senso, l’opera di Rita Pacilio acquista il significato di una ridefinizione della funzione stessa della poesia, che non è più spazio di rappresentazione o di espressione, ma luogo in cui il linguaggio viene portato fino al punto in cui rischia di fallire, senza che questo fallimento coincida con una perdita, bensì con una forma più radicale di necessità.
Il risultato è che questa monografia risulta come un percorso attraverso l’opera della poetessa, “donna in ricerca”, nella consapevolezza di individuare e proporre “non una risposta, ma una soglia”, ossia un luogo in cui non ci si ferma, ma un punto da cui si ricomincia sempre.
Il tutto all’interno di una costellazione di pensiero che, anche se non dichiarata come fondamento, resta come traccia silenziosa: la riflessione di Paul Ricoeur sull’identità come costruzione narrativa (Soi-même comme un autre, 1990), l’etica dell’esposizione all’altro formulata da Emmanuel Lévinas (Totalità e infinito, 2010), la nozione di abiezione e di limite del linguaggio elaborata da Julia Kristeva (Poteri dell’orrore. Saggio sull’abiezione, 2006), e, sullo sfondo, la meditazione di Martin Heidegger sulla parola come luogo dell’essere (In cammino verso il Linguaggio, 1993).
ANTONELLA CASABURI





