L’ intervista tra sonorità alternative e narrazione quotidiana.
Si arricchisce il panorama della musica indipendente italiana con l’uscita di “Dopotutto”, il nuovo EP firmato Lanavetro. Pubblicato lo scorso 5 giugno per l’etichetta Katakateshe Records, il disco rappresenta un momento significativo per un progetto che affonda le sue radici in oltre un decennio di attività musicale.
Lanavetro non è un nome nuovo per chi segue la scena indipendente: il progetto inizia a delinearsi già nel 2010, portando alla pubblicazione del primo EP, “Marilù”, nel 2012. Il bagaglio artistico del musicista si è consolidato negli anni anche attraverso importanti collaborazioni come chitarrista, prima nei Captain Swing, formazione indie-rock salernitana, e dal 2020 stabilmente ne I dolori del giovane Walter.
L’ EP “Dopotutto” si compone di quattro tracce — Con i tuoi occhiali, Alice, la title track Dopotutto e Provo a difendermi — caratterizzate da una struttura essenziale e ordinata. La scelta stilistica punta sulla concretezza, evitando eccessi per lasciare spazio alla narrazione.
Le atmosfere del disco ci portano lontano dalle produzioni domestiche e solitarie, preferendo una dimensione urbana e condivisa.
Il cuore del lavoro risiede nel modo in cui Lanavetro osserva la realtà. I testi trasformano piccoli frammenti quotidiani in momenti di riflessione collettiva. Si parla di occasioni mancate, di legami incerti e della malinconia legata al distacco. Il brano che dà il nome al disco, Dopotutto, agisce come un punto di svolta, invitando a guardare avanti e a crescere nonostante le difficoltà personali.
In questa intervista, Lanavetro ci guida attraverso il suo personale rapporto con la musica.
1. La title track è descritta come il perno dell’intero EP. Cosa rappresenta per te il concetto di “Dopotutto” e come si lega all’idea di resilienza e crescita nonostante le difficoltà?
Il titolo nasce dal fatto che questo lavoro arriva dopo un lungo percorso: dopo il primo EP del 2012, dopo anni di collaborazioni e soprattutto dopo il periodo del Covid. Per chi fa il musicista di professione, la pandemia è stata un momento di panico e incertezza totale; proprio in quella difficoltà e nella paura ho ritrovato la spinta per scrivere. “Dopotutto” è anche una condizione mentale: descrive quel sentimento di chi vede gli anni passare e, pur sentendosi solo, spera ogni anno che sia quello buono per un cambiamento.
2. I tuoi testi si soffermano sulla semplicità della vita quotidiana e su piccoli episodi che assumono un grande peso emotivo. Come riesci a trasformare la “narrazione artigianale” di fatti comuni in momenti di riflessione universale?
Scrivere per me è un atto di autocritica: osservo come sono diventato, se miglioro o se sto diventando più cinico e critico verso me stesso e gli altri. Racconto storie “veloci”, frammenti di vita che però nascondono il timore profondo di fallire nei rapporti. Trasformo il quotidiano in riflessione universale parlando onestamente della solitudine e della difficoltà di aprirsi, condizioni in cui molti possono rispecchiarsi. Per me scrivere è un processo di autocritica, un modo per osservare come sono diventato e come cambio anno dopo anno. Trasformo questi fatti comuni in riflessioni universali perché parlo di ciò che conosco, ma lo faccio senza pretese: non è un disco di speranza, ma il racconto di una condizione umana in cui molti possono rivedersi.
C’è una forte componente di malinconia legata al tempo che scorre e al distacco. Spesso mi sono sentito bloccato, come se non riuscissi ad aprirmi totalmente. Questo senso di spostamento mentale riflette anche il mio rapporto conflittuale con la musica: a volte l’ho maledetta desiderando una “vita normale”, ma poi torna sempre a occupare un posto centrale, nonostante i sacrifici fatti per lei.
Musicalmente, questo si traduce in un approccio “fisico”: abbiamo registrato tutto alla vecchia maniera, senza drum machine o campionamenti, preferendo la concretezza di spazi e suoni reali. L’equilibrio è cercato attraverso l’uso di sintetizzatori esclusivamente analogici. Nonostante l’uso dell’elettronica per rendere il suono attuale, il disco mantiene un’anima onesta e sanguigna perché è suonato dall’inizio alla fine. Non è un disco di speranza, ma un’esigenza: faccio questo perché è l’unica cosa che so fare bene.
3. Gli arrangiamenti di brani come Con i tuoi occhiali o Provo a difendermi sono definiti essenziali e ordinati. È stata una scelta cercata fin dall’inizio o il risultato di un processo di sottrazione in studio?
Siamo partiti da provini casalinghi che avevano già idee molto valide. In studio abbiamo lavorato per “finire il vestito”, cercando i suoni adatti per ampliare quelle basi. Abbiamo usato solo strumenti vintage: chitarre e amplificatori degli anni ’60, un vero pianoforte acustico e una batteria Ludwig. L’ordine che senti è il risultato di voler dare risalto alla narrazione. Non ci sono loop o drum machine; è tutto suonato dall’inizio alla fine “alla vecchia maniera”.
4. Il progetto Lanavetro nasce nel 2010, con un primo EP nel 2012. Come si è evoluta la tua scrittura in questi quattordici anni e cosa rimane del musicista di “Marilù” in questo nuovo lavoro?
Rispetto al 2012, c’è molta più autocritica e forse un po’ più di cinismo. Tuttavia, rimane la stessa necessità di esprimermi: sono tornato perché ho capito che la musica torna sempre a occupare un posto centrale nella mia vita. Oggi c’è molta più consapevolezza. Se un tempo potevo essere più ingenuo, ora vedo la musica come un lavoro e una disciplina. “Dopotutto” arriva dopo che avevo quasi pensato di abbandonare il progetto solista per dedicarmi ad altro. Rimane però la stessa necessità espressiva, pur filtrata da un’autocritica più severa su chi sono diventato oggi. Il ponte tra i due lavori è sicuramente il brano “Alice”.
5. Sei stato chitarrista nei Captain Swing e dal 2020 suoni con I dolori del giovane Walter. In che modo l’esperienza in queste band ha influenzato il tuo approccio solista in “Dopotutto”?
Lavorare con altri artisti e in studio mi ha permesso di maturare molta esperienza negli arrangiamenti e nella scelta dei suoni. Ho accompagnato diversi cantautori indipendenti e tutto questo bagaglio tecnico e creativo è confluito in “Dopotutto”, dandomi la sicurezza necessaria per curare ogni dettaglio sonoro del mio EP.
6. Considerando la durata sintetica dell’EP (circa quattordici minuti), vedi “Dopotutto” più come una fotografia istantanea di un momento o come il primo capitolo di un racconto più lungo e articolato?
Lo vedo come un punto di arrivo necessario dopo un lungo percorso, ma anche come una scelta di onestà. In un momento in cui non sapevo come sarebbe finita la mia storia con la musica, “Dopotutto” è stato il modo per rimettermi in gioco. Non so se sia l’inizio di un lungo racconto, ma so che è l’espressione autentica di quello che sono oggi, soprattutto perché i brani che fanno parte di questo EP sono frutto di una selezione accurata tra tanti che ho scritto fino al 2024, legati dal tema dell’ attesa.
In conclusione, “Dopotutto” si presenta come un lavoro spontaneo e credibile, capace di maneggiare con cura i ricordi grazie a un uso equilibrato dell’elettronica che rende il suono attuale. Si tratta di un nuovo inizio solido, che conferma la capacità di Lanavetro di trasformare l’esperienza personale in canzoni in cui chiunque può rispecchiarsi.
L’EP è disponibile su tutte le principali piattaforme di streaming digitale.
Nisia Orsola La Greca Romano



