Partire per crescere e diventare indipendente: dal 2008 tra Regno Unito, Spagna e Germania, una storia di migrazione contemporanea vissuta non come fuga, ma come scelta di autonomia, formazione e apertura al mondo
Non tutte le storie di emigrazione cominciano con una necessità.
A volte si parte perché si sente che il luogo nel quale si vive non basta più a contenere le proprie aspirazioni. Non perché lo si rinneghi, ma perché nasce il bisogno di misurarsi con qualcosa di nuovo.
È la storia di Lucia, originaria di Roccadaspide, che nel 2008 decide di cominciare a viaggiare e lavorare all’estero.

«Sono originaria di Roccadaspide. La mia storia all’estero è iniziata nel 2008, quando ho cominciato a viaggiare per lavoro. Sentivo che l’Italia, da un certo punto di vista, mi stava un po’ stretta: avevo il desiderio di crescere e mettermi alla prova in contesti diversi».
Non una partenza definitiva già programmata.
Piuttosto l’inizio di un percorso.
Un Paese dopo l’altro.
Un lavoro dopo l’altro.
E, insieme, la progressiva conquista di una cosa che Lucia cercava fin dall’inizio:
l’indipendenza.
L’Europa come scuola
Le prime esperienze si sviluppano all’interno dell’Europa.
Regno Unito, Spagna, Germania.
Paesi diversi per lingua, abitudini, organizzazione del lavoro e cultura.
Lucia comincia in attività legate ai servizi, all’accoglienza e all’organizzazione operativa, confrontandosi subito con la difficoltà più evidente per chi si trasferisce all’estero: imparare a vivere e lavorare in una lingua che non è la propria.
«All’inizio è stato difficile: lingua, abitudini, ritmi diversi. Ma ogni esperienza mi ha insegnato autonomia e sicurezza».
È forse questa la prima grande conquista del viaggio.
Non semplicemente imparare una nuova lingua.
Ma imparare a cavarsela da soli.

Cercare un lavoro.
Organizzare la propria vita.
Affrontare un problema senza avere necessariamente accanto la rete familiare alla quale si era abituati.
La mobilità diventa così una vera scuola di vita.
Dal lavoro all’assunzione di responsabilità
Con il passare del tempo cambia anche il percorso professionale.
Le prime esperienze operative lasciano spazio a ruoli nei quali diventano sempre più importanti organizzazione, coordinamento, rapporti con il pubblico e gestione delle attività.
Lucia impara a lavorare in ambienti multiculturali, nei quali persone provenienti da Paesi diversi devono raggiungere lo stesso obiettivo.
Precisione.
Autonomia.
Capacità di adattamento.
Problem solving.
Non sono soltanto parole da curriculum.
Diventano competenze acquisite vivendo.
«Lavorare all’estero mi ha insegnato a prendere decisioni, a organizzarmi e a risolvere problemi in autonomia».
Ed è qui che il viaggio comincia a mostrare il suo risultato più profondo.
Lucia non sta semplicemente accumulando esperienze professionali.
Sta costruendo una nuova percezione di sé stessa.
Partire senza recidere le radici
C’è però una differenza importante tra questa storia e quelle degli emigrati che abbiamo incontrato in Australia.
Per molte generazioni del Novecento partire significava spesso salire su una nave senza sapere quando sarebbe stato possibile tornare.
Per Lucia, come per molti giovani del nuovo millennio, la mobilità assume un significato diverso.
Non è necessariamente uno strappo.
È una trasformazione.
«Partire non ha significato allontanarmi da ciò che sono, ma capire meglio chi volevo diventare».
E proprio la distanza finisce paradossalmente per rafforzare il rapporto con Roccadaspide.
La famiglia.
I ricordi.
I luoghi conosciuti fin dall’infanzia.

La comunità dalla quale è partita.
«Le mie radici sono lì. Andare via mi ha fatto capire ancora di più il valore del luogo da cui vengo».
È una dinamica che ritorna frequentemente nelle storie di chi vive lontano.
Finché un luogo ci appartiene quotidianamente, rischiamo quasi di darlo per scontato.
Bisogna talvolta allontanarsi per comprenderne meglio il valore.
Una nuova generazione di emigrati
La vicenda di Lucia appartiene a una forma nuova di migrazione.
Non quella delle valigie di cartone.
Non quella delle partenze definitive.
Non necessariamente quella della disperazione economica.
È una mobilità costruita sulla ricerca di opportunità, formazione, esperienza e autonomia personale.
«Volevo conoscere il mondo e crescere. Sentivo che dovevo provarci».
È una frase che potrebbe essere pronunciata da molti giovani italiani partiti negli ultimi vent’anni.
Alcuni tornano.
Altri rimangono all’estero.
Altri ancora continuano a spostarsi.
Il punto non è più soltanto dove si vive.
È capire quali possibilità un territorio riesce a offrire a chi vuole crescere.
Quello che ogni Paese lascia
Lucia non considera nessuna delle esperienze fatte come un semplice passaggio.
Ogni Paese ha lasciato qualcosa.
Una competenza.
Un’abitudine.
Una diversa maniera di guardare il lavoro.
Una maggiore sicurezza personale.
«Ogni Paese mi ha lasciato qualcosa. Ogni lavoro mi ha fatto crescere».
Regno Unito, Spagna e Germania non sono allora soltanto luoghi sulla mappa del suo percorso.
Sono pezzi della persona che è diventata.
L’esperienza internazionale le ha dato autonomia, apertura culturale, capacità di adattamento e una visione meno provinciale delle possibilità professionali.
Eppure nulla di tutto questo ha cancellato Roccadaspide.
Anzi.
Più il percorso si allarga, più il punto di partenza acquista significato.
Partire per poter scegliere
C’è forse una parola che riassume meglio di tutte questa storia:
scelta.
La scelta di partire.
La scelta di provare.
La scelta di rimettersi in discussione.
La scelta di non considerare il luogo nel quale si è nati come l’unico spazio possibile nel quale costruire la propria esistenza.
Ma anche la possibilità, un giorno, di scegliere se tornare.
Perché una vera politica per i giovani non dovrebbe obbligarli a restare.
Dovrebbe metterli nelle condizioni di poter partire senza essere costretti a farlo e poter tornare senza rinunciare alle competenze acquisite.
La storia di Lucia pone così una domanda che riguarda direttamente anche i nostri territori:
quanti giovani partono per curiosità e quanti, invece, dopo aver conosciuto altri sistemi e altre opportunità, scoprono di non avere più ragioni professionali sufficienti per tornare?
La differenza non è marginale.
È probabilmente una delle questioni decisive per il futuro dei piccoli centri e delle aree interne.
Da Roccadaspide al mondo, senza perdere Roccadaspide
Lucia è partita nel 2008 perché voleva crescere.
Ha conosciuto Paesi diversi.
Ha imparato lingue, modi di lavorare, capacità organizzative e soprattutto l’autonomia necessaria per orientarsi lontano da casa.
Ma non ha avuto bisogno di scegliere tra radici e futuro.
Le une possono convivere con l’altro.
La propria identità non diminuisce necessariamente con la distanza.
Può, al contrario, diventare più consapevole.
Per questo la sua frase iniziale trova alla fine un significato ancora più preciso.
Partire non è stato allontanarsi.
È stato diventare sé stessa.
E forse è questa una delle differenze più profonde tra l’emigrazione dei nostri nonni e quella di una parte della generazione contemporanea.
Un tempo si partiva soprattutto per sopravvivere.
Oggi si può partire anche per diventare.
La sfida per Roccadaspide, per il Cilento e per tutte le aree interne è fare in modo che, dopo essere diventati ciò che desideravano essere nel mondo, questi giovani possano un giorno trovare anche una ragione per riportare a casa una parte di ciò che hanno imparato.
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