Esistono momenti nei quali occorre operare da soli, anche se in realtà non si è mai abbandonati.

Talenti bene investiti

“O Padre, che affidi alle mani dell’uomo tutti i beni della creazione e della grazia, fa che la nostra buona volontà moltiplichi i frutti della tua provvidenza...”

Cultura
Cilento domenica 22 novembre 2020
di L. R.
Talenti bene investiti
Talenti bene investiti © web

Nella penultima domenica dell’anno liturgico siamo stati invitati a tirare le somme e riflettere su come rispondere al Signore che chiama sollecitando un gesto di responsabilità nel far fruttare i talenti ricevuti.

Il vangelo propone una parabola che sorprende per le possibili sottolineature: suddivisione ineguale dei talenti, modalità nell’impiegare il capitale, trattamento riservato al servo incapace, immagini molto forti, che l’evangelista Matteo utilizza per evidenziare l'urgenza di doversi preparare al ritorno del Signore. Alla fine si comprende che esistono momenti nei quali occorre operare da soli, anche se in realtà non si è mai abbandonati; perciò a spaventare deve essere l’idea di risultare inutili rispetto al progetto di salvezza che Dio prepara per l’umanità.

In una sorta di elogio del profitto a noi è demandata la responsabilità di scegliere come vivere l’attesa, invito a realizzare il massimo reddito spirituale possibile mettendo in gioco i doni ricevuti. E’ un deposito favoloso di opportunità, come implica il valore del talento ai tempi di Gesù: due o più erano un’autentica fortuna. E’ una somma inestimabile affidata gratuitamente: cioè il dono della vita, la collaborazione nel costruire il mondo gestendo i beni secondo la logica del fare quel che è possibile come azionisti dell’opera di Dio. Di conseguenza, va messa in moto l’opportunità concessa dalla fiducia ricevuta. Il Signore non sorveglia le modalità con le quali valorizziamo il suo capitale. La sua apparente assenza non è disinteresse, ma il modo di operare della Provvidenza, pronta a delegare per dare spazio alla libertà e alla nostra creatività.

Il tema della liturgia della Parola della scorsa domenica va meditato facendo riferimento alla preghiera iniziale proposta: “O Padre, che affidi alle mani dell’uomo tutti i beni della creazione e della grazia, fa che la nostra buona volontà moltiplichi i frutti della tua provvidenza...”.

I cristiani hanno sempre riconosciuto l’importanza dell’impegno come positiva disponibilità a collaborare per fare più ricco e bello il creato. Ecco perché il lavoro non è solo una necessità per soddisfare bisogni materiali, ma un’opportunità per consolidare la propria dignità; non è solo lavoro-produzione-guadagno, come pretende d’imporre l’attuale congiuntura mondiale segnata da una crisi generalizzata, che smentisce l’ottimismo di chi ritiene che la società si possa costruire esclusivamente sui rapporti di produzione giudicando il valore dell’uomo da quanto produce.

Nella parabola dei talenti il padrone consegna ai servi i suoi beni; é generoso e dà “a ciascuno secondo le sue capacità”, per questo esige che quanto ha donato non solo sia custodito, ma fatto fruttificare. Emerge ancora una volta la simbologia del seme e del lievito, un inizio che deve portare alla fioritura grazie al lavoro paziente e intelligente nel curare i talenti ricevuti. Noi possiamo divenire l'estate del creato se seguiamo in libertà le istruzioni: coltivare e custodire, amare e moltiplicare, non farsi condizionare dalla paura di sbagliare, che rende perdenti e porta a sicura sconfitta per la rinuncia a vincere. Occorre seguire il vangelo che libera da questo timore, consapevoli che Dio non pretende la restituzione dei talenti con gli interessi; infatti ripete a ciascuno «fedele nel poco, ti darò autorità su molto».

E’ la Bella Notizia che sgorga direttamente dal cuore di Dio per nulla interessato alla quantità e sensibile alla qualità prodotta dalla nostra intelligenza, dai nostri sentimenti, dal nostro cuore, dal nostro carattere. Invece il codardo offende il Signore perché lo ritiene un padrone terribile.

Questo modo di pensare potrebbe divenire l’insegnamento di una Chiesa paurosa perché si sente accerchiata, sulle difensive produce frustrazione nei fedeli. Invece la prudenza cristiana presuppone anche il calcolo del rischio, il gusto di osare per superare la sindrome della percezione di un padrone esigente perché mieterebbe “dove non ha seminato”. E’ la contestazione che si rinviene in protagonisti di altre parabole come gli operai impegnati dalla prima ora nella vigna e che si appellano a una giustizia quantitativa, come le recriminazioni del figlio maggiore che non riesce a valutare il tesoro di poter condividere ogni istante con un padre prodigo. Il servo infingardo, che per paura sotterra il talento, non vuole assumersi il rischio della responsabilità; si scontra con la logica del padrone che ritiene possibile salvarsi perché non è la quantità dei talenti a dare sicurezza. Lo è, invece, la capacità di farli fruttare grazie alla creatività che rende fecondo l’impegno come la donna descritta nella prima lettura proposta: nel dedicarsi alla famiglia con zelo ella trova la propria realizzazione. Anche Paolo nella lettera ai Tessalonicesi, ansiosi di conoscere quando il Signore tornerà, raccomanda di tenersi sempre pronti, di non dormire e d’impegnare i talenti nel piano di Dio in una attività quotidiana capace di trasformare. Il servo pigro non viene punito perché ha compiuto del male, ma perché non ha fatto del bene, vive un cristianesimo sterile fatto di obblighi e di doveri, per nulla illuminato dalla fiducia e dalla condivisione, un cristianesimo rinunciatario, nascosto in una tana si disinteressa del prossimo.

La nostra attesa del Signore è sonnolenta come le vergini stolte, pigra come questo servo impaurito?

Siamo convinti di essere chiamati a riconsegnare ciò che per grazia abbiamo ricevuto ed arricchito col nostro fattivo contributo, pensiero che aiuta a prevenire comportamenti negativi?

Siamo consapevoli che davanti al Signore contiamo per ciò che veramente ci arricchisce, vale a dire il coraggio di un perdono richiesto e accordato, gesti di bontà verso gli altri, la tenerezza donata agli ultimi, l’empatia verso i deboli, il sostegno agli scarti di una umanità che non sa sentire la ricchezza della fratellanza?

Le conseguenze di una pandemia aggravata dalla superficialità, dall’indifferenza , dall’anarchia, che ci ha fatto precipitare in una forzata e minacciosa clausura, ci danno anche la possibilità di pensare alla situazione, riflettere sulle prospettive, valutare i comportamenti e, con intelligenza e determinazione, fare finalmente la scelta giusta.

L.R.

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