Roscigno Vecchia non è soltanto un borgo abbandonato, una piazza silenziosa o un insieme di case vuote che resistono al tempo, ma è una ferita aperta nella coscienza delle zone interne del Cilento, del Vallo di Diano e degli Alburni, perché dentro quelle strade, dentro quelle mura consumate e dentro quella bellezza sospesa si legge la storia di un territorio che possiede immense potenzialità, ma che troppo spesso non riesce a trasformarle in lavoro, reddito e speranza.
Chi arriva a Roscigno Vecchia avverte subito qualcosa di profondo, perché non si trova davanti a un semplice luogo da visitare, ma entra in uno spazio della memoria dove il silenzio parla, dove le pietre raccontano la fatica delle generazioni passate e dove ogni casa sembra custodire una partenza, un sacrificio, una famiglia andata via e un sogno interrotto.
Eppure proprio questo luogo, così autentico e capace di emozionare, continua a rimanere l’eterna Cenerentola del lavoro: ammirata, fotografata e raccontata, ma non ancora trasformata in un motore economico capace di creare occupazione stabile, servizi turistici, nuove imprese e opportunità concrete per chi vorrebbe restare o tornare.
Il paradosso è evidente: Roscigno Vecchia richiama moltissimi visitatori, incuriosisce studiosi, affascina fotografi e rappresenta uno dei luoghi più suggestivi del territorio, ma questa ricchezza culturale e paesaggistica non si è ancora tradotta in una filiera capace di trattenere valore sul posto e generare lavoro per la comunità.
Non basta più dire che Roscigno Vecchia è bella, non basta definirla un luogo unico e non basta celebrarla come testimonianza preziosa della civiltà contadina, perché la bellezza, quando non viene organizzata dentro una strategia di sviluppo, rischia di diventare soltanto uno scenario commovente, osservato da chi passa e fotografato da chi riparte.
Il problema, infatti, non è soltanto far arrivare i turisti, perché un visitatore che guarda, scatta una fotografia e se ne va dopo poco tempo può lasciare un’emozione, ma non necessariamente economia, soprattutto se non trova percorsi guidati strutturati, servizi di accoglienza professionali, attività artigianali, esperienze culturali, punti vendita di prodotti locali, laboratori didattici, pacchetti turistici e collegamenti organizzati con gli altri luoghi del territorio.
Un borgo storico non può vivere soltanto di passaggi veloci, perché il turismo diventa sviluppo quando riesce a trasformarsi in permanenza, consumo consapevole, racconto qualificato, impresa locale, formazione professionale e lavoro.
La tematica centrale, allora, deve essere il lavoro, perché senza occupazione ogni discorso sulla valorizzazione resta fragile e perfino retorico. Roscigno Vecchia deve diventare un luogo capace di generare attività reali, dirette e indirette, attraverso guide turistiche, operatori culturali, accompagnatori, manutentori, artigiani, addetti all’accoglienza, produttori locali e giovani formati nelle nuove professioni del turismo.
Ogni progetto dovrebbe partire da una domanda semplice e non più rinviabile: quanti posti di lavoro può creare Roscigno Vecchia?
Senza questa domanda, anche il progetto più elegante rischia di trasformarsi nell’ennesima occasione perduta, perché un territorio che si spopola non ha bisogno soltanto di essere raccontato, ma deve offrire reddito, dignità e possibilità di scelta a chi vuole restare, a chi vuole tornare e a chi potrebbe decidere di costruire qui una nuova opportunità di vita e di lavoro.
Il lavoro dovrebbe diventare il criterio principale con cui valutare ogni finanziamento, intervento, iniziativa culturale e progetto turistico, perché non basta restaurare, promuovere o organizzare eventi se poi tutto questo non produce servizi, imprese, professionalità e reddito locale.
In questa prospettiva, Roscigno Vecchia dovrebbe essere pensata come una piccola filiera economica territoriale, nella quale ogni visita possa attivare più settori: la guida che accompagna i turisti, l’artigiano che racconta gli antichi mestieri, il produttore agricolo che propone esperienze autentiche, il giovane che cura la comunicazione digitale, l’operatore culturale che organizza laboratori per le scuole e il manutentore che tiene vivi sentieri e spazi pubblici.
Solo quando la visita diventa economia, quando la memoria diventa impresa e quando il turismo diventa lavoro, un borgo storico smette di essere soltanto un luogo da ammirare e diventa una leva concreta di rinascita.
Roscigno Vecchia, insieme all’area archeologica di Monte Pruno, ai sentieri naturalistici, alle tradizioni locali, ai prodotti agricoli e al patrimonio diffuso delle comunità vicine, potrebbe diventare il cuore di un progetto più ampio, capace di trasformare una visita isolata in un’esperienza territoriale completa, nella quale il turista entri davvero nella storia, nella cucina, nei paesaggi, nei racconti e nella vita delle persone che ancora credono in questa terra.
Perché ciò accada, tutte le istituzioni locali, in sinergia con gli enti sovracomunali, dovrebbero operare in modo coordinato affinché Roscigno Vecchia non rappresenti soltanto un luogo della memoria, ma si affermi come un modello di valorizzazione territoriale e di sviluppo economico, occupazionale e sociale per l’intera area.
Comune, Unione dei Comuni, Provincia, Regione, Parco, Soprintendenza, fondazioni bancarie, enti culturali, istituzioni scolastiche, associazioni, imprese e cittadini sono chiamati a contribuire alla definizione di una strategia condivisa, capace di trasformare questo straordinario borgo in un punto di riferimento per le politiche di contrasto allo spopolamento delle aree interne del Cilento, del Vallo di Diano e degli Alburni.
Per raggiungere questo obiettivo è necessario superare interventi episodici e frammentati, promuovendo una visione strategica sostenuta da un piano operativo, da obiettivi misurabili e da una collaborazione stabile tra tutti i livelli istituzionali, perché solo attraverso l’integrazione di competenze, risorse e responsabilità sarà possibile trasformare una grande potenzialità in una concreta leva di crescita.
Occorre, però, anche il coraggio di rimuovere gli ostacoli culturali che negli anni hanno frenato la piena valorizzazione di Roscigno Vecchia e di tante altre risorse delle aree interne, a partire da quel provincialismo che diventa chiusura, dalla diffidenza verso le idee nuove, dalla paura del cambiamento e dalla tendenza a difendere piccoli equilibri locali anche quando questi non producono più sviluppo.
Il provincialismo, quando impedisce il confronto, può essere più dannoso della mancanza di risorse, perché blocca le competenze, spegne l’ambizione, riduce la portata dei progetti, trasforma ogni proposta nuova in una minaccia e impedisce al territorio di guardare con coraggio alle esperienze che altrove hanno già prodotto risultati concreti.
Roscigno Vecchia ha bisogno di una mentalità aperta, capace di accogliere idee, professionalità, imprese, giovani, tecnologie e collaborazioni qualificate, senza considerare il rinnovamento come una minaccia alle proprie radici, perché la vera identità di un territorio non si difende lasciandolo fermo, ma rendendolo vivo, produttivo e attrattivo.
Il confronto con realtà come Craco dimostra che anche un borgo segnato dall’abbandono può diventare un luogo organizzato, visitabile e capace di produrre ricadute economiche, quando esistono una gestione strutturata, una volontà politica chiara e una capacità concreta di trasformare il patrimonio culturale in occupazione.
Naturalmente ogni territorio ha la propria storia, le proprie fragilità e le proprie caratteristiche, e nessun modello può essere copiato in modo automatico, ma osservare le esperienze che funzionano, dialogare con chi è riuscito a costruire risultati e capire quali scelte organizzative abbiano prodotto lavoro può diventare un passaggio fondamentale per evitare che Roscigno Vecchia continui a restare una grande occasione non pienamente realizzata.
Il punto centrale è questo: se un luogo così conosciuto, suggestivo e ricco di memoria non riesce ancora a creare lavoro stabile, allora il problema non è la mancanza di potenzialità, ma la difficoltà di trasformarle in un progetto economico concreto, capace di generare valore per la comunità e non soltanto attenzione momentanea.
Intanto lo spopolamento continua ad avanzare, le case si svuotano, le scuole perdono iscritti, le attività economiche faticano a nascere e i giovani cercano altrove le opportunità che qui non trovano.
Roscigno Vecchia non merita di restare l’eterna Cenerentola del lavoro, ammirata da tutti ma ancora incapace di trasformare pienamente la propria bellezza in futuro; merita invece una visione nuova, coraggiosa e concreta, capace di far uscire questo luogo straordinario dalla dimensione dell’occasione mancata e di consegnarlo finalmente al ruolo che potrebbe avere: diventare uno dei simboli più forti della rinascita possibile delle zone interne del Cilento, del Vallo di Diano e degli Alburni.
Perché un borgo non muore soltanto quando crollano le case, ma muore quando smette di generare lavoro, quando non riesce più trattenere i giovani e quando la memoria non diventa futuro.
Roscigno Vecchia può ancora parlare al cuore del Cilento, ma deve farlo con una voce nuova: non soltanto quella della nostalgia, ma quella del lavoro, della dignità, della responsabilità e della rinascita.




