Caro Direttore,
cento anni fa, nel gennaio del 1926, la mannaia della scomunica colpiva don Ernesto Buonaiuti, sacerdote del clero romano e professore ordinario di Storia del cristianesimo all’Università “La Sapienza” di Roma.
La severissima condanna inflitta a uno studioso impegnato nel rinnovamento della ricerca storica ed esegetica maturò nel clima di sospetto che aveva caratterizzato la repressione del modernismo nei primi decenni del Novecento. Buonaiuti incontrò una tenace ostilità, alimentata non soltanto dalle sue posizioni teologiche, ma anche dalla libertà della sua ricerca e dal prestigio raggiunto in ambito accademico, nonostante gli ostacoli frapposti dalle autorità ecclesiastiche.

Molte sue intuizioni, giudicate allora pericolose, sarebbero state successivamente riprese o almeno rese meno scandalose dal rinnovamento teologico e pastorale confluito nel Concilio Vaticano II.
Erano anni nei quali, all’interno della Chiesa, operavano reti impegnate a sorvegliare le idee, gli scritti e i comportamenti di sacerdoti, docenti, laici e perfino vescovi. Tra queste si distinse il Sodalitium Pianum, organizzazione fondata da monsignor Umberto Benigni e attiva soprattutto durante il pontificato di Pio X.
Attraverso una fitta rete di corrispondenti, il sodalizio raccoglieva informazioni e denunce contro quanti fossero sospettati, a torto o a ragione, di simpatie moderniste. Una mentalità inquisitoria che non risparmiò neppure le Chiese locali: nel 1905 anche la diocesi di Vallo fu descritta da un visitatore apostolico con toni tanto duri da restituirne l’immagine di una vera e propria bolgia infernale.
A un secolo di distanza, certe tentazioni non sembrano del tutto scomparse.
Anche oggi si incontrano ambienti ecclesiastici che affermano di voler difendere la tradizione, ma finiscono talvolta per confonderla con la nostalgia di forme, abiti e consuetudini appartenenti a un determinato periodo storico. Il rischio è che l’esteriorità dei simboli diventi più importante della sostanza evangelica alla quale quei simboli dovrebbero rimandare.
Talare, mantelletta e berretta possono certamente esprimere una legittima appartenenza ecclesiastica. Diventano però problematiche quando sono trasformate in strumenti di distinzione, di contrapposizione o di rivendicazione gerarchica.
Nelle fraternità più sensibili a tali espressioni esteriori non manca una rigorosa osservanza delle insegne tradizionali. La berretta nera con fiocco nero distingue il semplice presbitero; il fiocco rosso richiama alcuni prelati di Curia; quello paonazzo viene associato a prevosti, canonici o sacerdoti insigniti del titolo di monsignore.
Nulla di censurabile, naturalmente, finché l’abito rimane un segno e non pretende di sostituire il contenuto.
Il problema nasce quando, alla disponibilità al dialogo manifestata dalla Santa Sede, si risponde accusando il pontefice di intorbidire le acque, di esercitare un’autorità eccessiva o di non rispettare la tradizione. In questi casi torna alla mente il lupo della favola di Fedro, deciso a trovare comunque un pretesto per accusare l’agnello.
Alcuni sembrano inoltre richiamare la manzoniana donna Prassede, tanto convinta della bontà delle proprie intenzioni da finire per sostituire, senza quasi accorgersene, la volontà di Dio con la propria. Così, persuasi di possedere l’unica interpretazione possibile della fede, pretendono di dettare regole, distribuire patenti di ortodossia e governare coscienze, conventi e romitori.
Rovistando nel pagliaio di certe nostalgie ecclesiastiche si rinviene molta pula e poco grano. È la pula ricordata dalle immagini evangeliche: quella che il vento disperde e che Giovanni Battista utilizza per descrivere l’opera di discernimento compiuta dal Messia.
Come negli anni Sessanta del Novecento, quando nella Chiesa si avvertiva una diffusa carenza di speranza, anche oggi i cristiani sono chiamati a risvegliare le energie creative spesso assopite e a riconfermare la perenne vitalità del Vangelo.
Il Concilio Vaticano II ha presentato la Chiesa come communio, concordanza viva tra carismi, ministeri, funzioni e sensibilità differenti. Il suo insegnamento non può essere ridotto a qualche formula isolata né letto selezionando soltanto ciò che conferma convinzioni già acquisite.
Il corpus conciliare deve essere interpretato in maniera coerente e organica, collocando ogni documento nel suo contesto generale, senza rifiutare il confronto con la tradizione, ma anche senza sottrarsi all’ascolto della storia e dei segni dei tempi.
La vera tradizione non è immobilità. È una realtà viva, che custodisce il Vangelo proprio perché continua a trasmetterlo, traducendolo nelle domande, nelle speranze e nelle inquietudini degli uomini e delle donne di ogni epoca.
Mi rendo conto, caro Direttore, di avere approfittato ancora una volta della tua pazienza. Rimando pertanto alla prossima missiva alcune considerazioni sulla bella e densa enciclica di Leone XIV, “Magnifica humanitas”, dedicata alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale.
lr





1 commento
Sempre preziose e dense di stimoli, le tue riflessioni, Luigino. Grazie!