La selezione FAMI della Prefettura di Salerno si chiude senza candidature. Ma negli Alburni un piccolo Comune dimostra che accoglienza, lavoro e rigenerazione dei borghi possono camminare insieme
La Prefettura di Salerno – Ufficio Territoriale del Governo ha comunicato che la selezione pubblica per individuare soggetti privati interessati alla co-progettazione di interventi finanziati dal Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione – FAMI si è conclusa senza una sola domanda di partecipazione.
Il termine, riaperto fino alle ore 12 del 6 luglio 2026, riguardava il progetto destinato alla qualificazione e al rafforzamento degli uffici pubblici delle Prefetture per il triennio 2026-2028.

Un bando deserto potrebbe sembrare una delle tante notizie burocratiche da archiviare in fretta.
Non lo è.
Non lo è in un territorio nel quale le case dei piccoli borghi vacillano nel silenzio dell’abbandono, le aule scolastiche non risuonano più delle voci dei bambini e i negozi chiudono perché i proprietari invecchiano senza trovare qualcuno disposto a raccoglierne il testimone.
Non lo è nei paesi dove le chiese spalancano i portali principali quasi soltanto per le feste patronali, a Natale e a Pasqua. Nelle altre domeniche e nei giorni feriali si entra, quando ancora è possibile farlo, dalle porte laterali.
Non lo è mentre l’agricoltura cerca braccia, l’edilizia non trova manovali e le imprese turistiche faticano a reperire addetti, collaboratori e personale di servizio.
Non lo è soprattutto nei piccoli Comuni del Parco nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, dove le nascite si riducono, le classi scolastiche scompaiono e ogni servizio perduto diventa un altro passo verso il tramonto.
Il bando della Prefettura non era rivolto direttamente ai sindaci né chiedeva ai Comuni di accogliere nuove famiglie. Era destinato a soggetti privati chiamati a collaborare alla costruzione di una proposta progettuale.
Sarebbe quindi scorretto attribuire esclusivamente agli amministratori locali la responsabilità del mancato riscontro.
Ma sarebbe altrettanto comodo assolvere tutti.
Quando un intero territorio non riesce a esprimere neppure una candidatura, il problema non è soltanto tecnico. È politico, culturale e sociale. Significa che istituzioni, cooperative, associazioni, imprese e comunità locali non sono riuscite a costruire una rete, neppure davanti a opportunità che potrebbero rafforzare la capacità pubblica di governare i processi migratori e di integrazione.
I Comuni avrebbero potuto sollecitare il confronto, mettere intorno allo stesso tavolo il terzo settore e le realtà produttive, individuare spazi disponibili, coinvolgere i pochi giovani rimasti e ascoltare le esigenze di agricoltori, artigiani, commercianti e dirigenti scolastici.
Avrebbero potuto discutere nei consigli comunali, uscire dagli uffici, entrare nelle case delle persone anziane, chiamare a raccolta ogni energia ancora presente.
Avrebbero potuto chiedersi che cosa accadrà quando non ci sarà più nessuno a coltivare i campi, a tenere aperti i negozi, a lavorare nei cantieri, ad assistere gli anziani e a sedere nei banchi delle scuole.
Avrebbero potuto comprendere che accogliere e integrare nuove persone non significa fare una concessione a chi arriva.
Significa tentare di salvare anche chi è già qui.
Una nuova famiglia può restituire vita a una casa abbandonata.
Un bambino può contribuire a mantenere aperta una classe.
Un lavoratore può permettere a un’azienda agricola, edile o turistica di continuare la propria attività.
Un nuovo residente può diventare un cliente, un contribuente, un vicino, un cittadino.
Non si tratta di sostituire chi parte. Si tratta di impedire che, dopo chi parte, non resti più nessuno.
Eppure, nel cuore degli Alburni, esiste un esempio concreto che impedisce di sostenere che tutto questo sia impossibile.
Si chiama Corleto Monforte.
Il piccolo Comune, inserito nel Parco nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, è titolare di un progetto della rete SAI. Il Rapporto nazionale pubblicato nel 2026 gli attribuisce 40 posti finanziati, confermando l’esistenza di una realtà di accoglienza strutturata e attiva in uno dei territori maggiormente esposti allo spopolamento.
A questa esperienza si affianca il progetto FAMI “Alburni Solidale”, realizzato in partenariato con il Comune di Corleto M. e orientato a favorire percorsi di autonomia, cittadinanza attiva e integrazione sociale e lavorativa.
Corleto M. non ha risolto con l’accoglienza tutti i problemi della montagna. Non ha fermato da solo lo spopolamento, né cancellato le difficoltà economiche e infrastrutturali delle aree interne.

Ha fatto, però, la cosa più importante: ha provato a reagire.
Ha trasformato edifici disponibili in luoghi abitati, finanziamenti pubblici in servizi, progetti di integrazione in occasioni di lavoro per operatori e professionalità locali. Ha costruito una rete tra amministrazione, cooperative, associazioni e comunità.
Ha dimostrato che anche un piccolo paese può scegliere di non assistere passivamente alla propria lenta scomparsa.
Corleto M. non offre una formula magica da copiare senza adattamenti. Offre qualcosa di più utile: la prova che un’alternativa alla rassegnazione esiste.
Perciò, davanti a un bando rimasto senza candidature, nessuno può più rifugiarsi dietro l’alibi secondo cui nei borghi interni non sarebbe possibile organizzare percorsi di accoglienza e integrazione.
Corleto M. esiste. Corleto M. opera. Corleto M. dimostra che si può fare.
La domanda, allora, cambia.
Non bisogna chiedersi perché un piccolo Comune degli Alburni abbia avuto il coraggio di intraprendere questa strada.
Bisogna chiedersi perché tanti altri paesi, mentre perdono abitanti, bambini, lavoratori e servizi, continuino a non seguirne l’esempio.
La crisi demografica lavora ogni giorno ai fianchi il fragile tessuto sociale delle comunità interne. Lo fa lentamente, quasi senza rumore, fino a rendere normale ciò che normale non dovrebbe essere: un paese senza bambini, senza negozi, senza lavoro e senza futuro.
Ma lo spopolamento non è una calamità naturale.
È anche il risultato delle opportunità non cercate, delle decisioni rinviate, dei tavoli mai convocati e delle responsabilità lasciate sempre agli altri.
La vera emergenza, allora, non è soltanto che nei borghi non nascano più bambini.
È che intere comunità sembrino non avere più la forza di immaginare nuovi abitanti e di desiderare un futuro diverso.
Corleto M. quella forza l’ha trovata.
Gli altri continueranno a preparare il funerale dei propri paesi o decideranno finalmente di tornare a vivere?




