Nei territori devastati dallo spopolamento non basta più annunciare, inaugurare e raccontare ciò che si fa, perché è arrivato il momento di comprendere quanto delle risorse investite riesca davvero a trasformarsi in lavoro, economia, servizi e nuove ragioni per restare
Forse è arrivato il momento di avere il coraggio di guardare con maggiore sincerità ciò che sta accadendo nei nostri territori, soprattutto in quelle aree interne che da molti anni continuano silenziosamente a perdere abitanti, giovani, famiglie, attività economiche, servizi, competenze e capacità imprenditoriale, mentre contemporaneamente assistiamo a una continua successione di progetti, finanziamenti, inaugurazioni, convegni, manifestazioni, campagne promozionali e comunicati stampa capaci di restituire all’esterno l’immagine rassicurante di comunità dinamiche, continuamente attraversate da iniziative e apparentemente proiettate verso nuove opportunità di crescita, anche quando la realtà quotidiana racconta talvolta una storia molto più complessa, nella quale diventa difficile comprendere quanto di tutto questo movimento riesca realmente a trasformarsi in economia stabile, occupazione, servizi migliori e nuove possibilità per chi vorrebbe continuare a vivere, lavorare e costruire il proprio futuro nella terra in cui è nato.
Il problema, naturalmente, non è l’esistenza dei progetti, delle manifestazioni o della comunicazione istituzionale, perché ogni comunità ha bisogno di raccontarsi, promuovere le proprie risorse, valorizzare ciò che realizza e costruire occasioni capaci di generare cultura, partecipazione e attrattività, ma qualcosa comincia inevitabilmente a non funzionare quando la rappresentazione di ciò che viene fatto diventa progressivamente più importante della verifica di ciò che realmente rimane, quando il successo di un investimento viene proclamato nel momento stesso in cui viene annunciato o inaugurato senza aspettare il tempo necessario per comprenderne gli effetti e quando la quantità delle iniziative realizzate finisce per essere confusa con la capacità concreta di un territorio di produrre una trasformazione economica e sociale duratura.
È proprio dentro questa distanza, spesso difficile da percepire perché nascosta dietro il continuo movimento delle iniziative, che dovrebbe nascere una riflessione molto più profonda sul significato stesso della parola sviluppo, perché un territorio può essere contemporaneamente pieno di eventi e sempre più povero di persone, può apparire straordinariamente dinamico nei programmi, nelle fotografie e nei comunicati e continuare nello stesso tempo a perdere giovani, imprese e servizi, così come può ottenere importanti finanziamenti, restaurare edifici, organizzare manifestazioni e promuovere le proprie bellezze senza riuscire necessariamente a trasformare tutte queste risorse in un sistema economico organizzato, capace di generare opportunità che continuino a esistere anche quando il finanziamento termina e l’attenzione mediatica si sposta inevitabilmente altrove.
Dovremmo allora avere il coraggio di porci una domanda che probabilmente vale molto più di tante celebrazioni: stiamo costruendo realmente sviluppo oppure stiamo diventando sempre più bravi a rappresentarlo, creando talvolta una distanza crescente tra il territorio raccontato, pieno di iniziative, opportunità e annunci, e il territorio vissuto quotidianamente dalle persone, nel quale continuano a esistere difficoltà occupazionali, carenza di servizi, problemi di mobilità, debolezza imprenditoriale e soprattutto quella lenta erosione demografica che, anno dopo anno, rischia di compromettere la possibilità stessa di mantenere vive intere comunità?
Viviamo ormai in una società nella quale la comunicazione viaggia infinitamente più velocemente dei risultati, perché bastano pochi secondi per pubblicare la fotografia di un’inaugurazione, annunciare l’ottenimento di un finanziamento o presentare un nuovo progetto come una straordinaria opportunità, mentre possono essere necessari molti anni per comprendere se quello stesso investimento abbia realmente prodotto ciò che prometteva, ed è proprio questa enorme differenza tra il tempo rapidissimo della comunicazione e il tempo inevitabilmente più lento dello sviluppo che rischia di generare una percezione distorta della realtà, nella quale ciò che appare immediatamente visibile viene facilmente considerato importante mentre ciò che dovrebbe essere valutato nel lungo periodo finisce progressivamente per scomparire dall’attenzione pubblica.
È dentro questa contraddizione che possiamo riconoscere quella che potremmo definire “la cultura effimera del selfie politico”, un’espressione che non vuole criminalizzare una fotografia né contestare la legittima necessità delle istituzioni di comunicare ciò che realizzano, ma descrivere una possibile deriva della comunicazione pubblica nella quale l’immagine dell’azione rischia progressivamente di sostituire la valutazione dei risultati, facendo apparire come prova di sviluppo la semplice esistenza di un progetto finanziato, di una struttura inaugurata o di una manifestazione capace di ottenere visibilità, anche quando nessuno può ancora sapere quale economia produrrà, quali opportunità creerà e soprattutto che cosa continuerà realmente a esistere dopo tre, cinque o dieci anni.
Il problema, quindi, non è certamente il selfie, ma nasce quando la fotografia rischia di diventare implicitamente la dimostrazione del risultato prima ancora che quel risultato possa essere verificato, trasformando il momento dell’inaugurazione, che dovrebbe rappresentare soltanto l’inizio di un percorso, nel punto culminante della narrazione pubblica, mentre dovrebbe essere molto più importante sapere che cosa accadrà negli anni successivi, chi gestirà quella struttura, quanto resterà aperta, quali servizi offrirà, quante persone vi lavoreranno, quale economia riuscirà a generare e se sarà ancora capace di funzionare quando le risorse straordinarie che l’hanno fatta nascere non saranno più disponibili.
La fotografia dell’inaugurazione viene quasi sempre scattata e immediatamente diffusa, mentre molto più raramente viene realizzata quella che potremmo chiamare “la fotografia del dopo”, tornando nello stesso luogo a distanza di alcuni anni per raccontare pubblicamente quanti posti di lavoro siano stati realmente creati, quanti giorni all’anno una struttura rimanga aperta, quanti visitatori riesca ad attrarre, quale rapporto esista tra costi di gestione e benefici generati, quali attività economiche locali siano state coinvolte e soprattutto quanto di ciò che era stato annunciato sia riuscito davvero a trasformarsi in una capacità autonoma del territorio.
Eppure dovrebbe essere proprio questa seconda fotografia a interessarci maggiormente, perché lo sviluppo autentico non si misura nell’istante emozionante in cui viene tagliato un nastro, pronunciato un discorso o pubblicato un comunicato, ma nella quotidianità molto meno spettacolare degli anni successivi, quando una struttura deve continuare ad aprire, un’impresa deve riuscire a sostenersi economicamente, un servizio deve dimostrare di essere realmente utile, un attrattore turistico dovrebbe riuscire a trasformare una parte dei visitatori in permanenze, pernottamenti, consumi e relazioni con l’economia locale e un investimento pubblico dovrebbe dimostrare, per quanto possibile, di avere generato qualcosa che prima non esisteva o di avere rafforzato stabilmente ciò che già esisteva.
Se adottassimo questa prospettiva, cambierebbe probabilmente anche il nostro modo di considerare il denaro pubblico, perché non sarebbe più sufficiente comunicare quanti milioni di euro siano stati ottenuti o quanti interventi siano stati finanziati, ma diventerebbe altrettanto importante spiegare, dopo alcuni anni, quanta economia sia stata realmente generata, quante imprese siano state coinvolte o sostenute, quali servizi siano migliorati, quali professionalità abbiano trovato opportunità e soprattutto quale parte di tutto ciò continui autonomamente a produrre valore.
Dovremmo quindi spostare progressivamente la nostra attenzione dal “quanto abbiamo speso” al “quanto siamo riusciti a generare”, comprendendo finalmente che spendere non significa automaticamente sviluppare, che restaurare un edificio non significa automaticamente farlo vivere, che finanziare un progetto non significa automaticamente risolvere un problema e che organizzare una manifestazione, per quanto partecipata e ben riuscita, non significa necessariamente avere costruito una politica di sviluppo turistico ed economico.
È proprio sulle manifestazioni che dovremmo avere il coraggio di approfondire ulteriormente questa riflessione, perché in alcuni casi può emergere una sproporzione evidente tra lo spazio comunicativo riservato alla rappresentanza istituzionale e quello dedicato ai prodotti, ai produttori, alle imprese, alle bellezze e alle opportunità concrete del territorio che l’evento dovrebbe contribuire a valorizzare, con il rischio che manifestazioni nate teoricamente per raccontare un prodotto tipico, valorizzare una tradizione, far conoscere un borgo, promuovere un paesaggio, sostenere gli artigiani e i produttori locali o costruire un’occasione di attrazione turistica finiscano per essere percepite soprattutto attraverso la presenza delle autorità, i saluti istituzionali, le fotografie ufficiali e la rappresentazione di chi vi ha partecipato.
Non si tratta naturalmente di affermare che questo avvenga sempre o che la presenza delle istituzioni sia di per sé negativa, perché il coinvolgimento pubblico può essere determinante per sostenere, coordinare e promuovere molte iniziative, ma dovremmo interrogarci ogni volta che la comunicazione dell’evento sembra lasciare più memoria delle autorità presenti che del prodotto, del luogo, delle imprese e delle persone che quell’evento avrebbe dovuto rendere maggiormente riconoscibili.
Se organizziamo una manifestazione dedicata a un prodotto locale e, alla fine della giornata, attraverso fotografie, articoli e comunicati riusciamo a sapere con precisione quali politici fossero presenti, chi abbia tagliato il nastro, chi abbia pronunciato il discorso e chi fosse seduto in prima fila, mentre sappiamo molto meno di chi produce quotidianamente quel prodotto, delle aziende che lo commercializzano, delle persone che mantengono viva quella tradizione, dei luoghi nei quali è possibile acquistarlo e delle possibilità concrete di trasformare quella giornata di visibilità in nuovi clienti, nuovi mercati e nuove opportunità economiche, allora dovremmo avere l’onestà intellettuale di domandarci se non abbiamo almeno in parte capovolto il senso stesso dell’iniziativa.
Non dovrebbe essere il prodotto locale a fare da scenografia alla politica, ma dovrebbe essere la politica a creare le condizioni affinché quel prodotto, insieme alle persone che lo realizzano, possa diventare protagonista dell’economia e dell’immagine del territorio, perché il compito più alto delle istituzioni non dovrebbe essere quello di occupare continuamente il centro della scena, ma di costruire condizioni, strumenti, relazioni e opportunità abbastanza solide da permettere alle energie migliori della comunità di emergere, crescere e trasformarsi in valore.
Questa differenza potrebbe apparire soltanto comunicativa, mentre possiede in realtà una dimensione profondamente economica, culturale e sociale, perché una manifestazione realmente pensata per valorizzare un luogo dovrebbe mettere davanti agli occhi del visitatore innanzitutto i produttori, gli agricoltori, gli artigiani, i ristoratori, le guide, gli operatori culturali, i giovani imprenditori, i paesaggi, i monumenti, i musei, i sentieri e tutte quelle persone che ogni giorno, spesso lontano dai riflettori, mantengono vivo ciò che durante un evento viene celebrato soltanto per alcune ore.
Il rischio più profondo nasce quando il territorio, anziché essere il soggetto intorno al quale costruire la comunicazione, l’economia e la strategia della manifestazione, viene progressivamente ridotto a scenografia visiva della rappresentanza istituzionale, mentre produttori, imprese, giovani, artigiani e operatori che dovrebbero beneficiare concretamente di quella visibilità rimangono ai margini della narrazione, creando così un paradosso nel quale risorse destinate alla valorizzazione territoriale possono finire per produrre una comunicazione molto più concentrata sulla presenza di chi amministra che sulle opportunità di chi quel territorio lo vive, lo produce e lo mantiene economicamente attivo.
Dovremmo allora rovesciare questa prospettiva e comprendere che una manifestazione sostenuta con risorse pubbliche dovrebbe essere considerata innanzitutto uno strumento economico, culturale e promozionale al servizio della comunità, stabilendo già prima della sua organizzazione quale prodotto vogliamo valorizzare, quali imprese vogliamo coinvolgere, quale pubblico desideriamo raggiungere, quale immagine vogliamo lasciare nella mente dei visitatori e soprattutto quali conseguenze concrete vorremmo riuscire a generare una volta terminata la giornata.
Se organizziamo una festa dedicata a un vino, a un formaggio, a un olio, a una produzione agricola o a una tradizione gastronomica, dovrebbero essere quei prodotti e soprattutto gli uomini e le donne che li realizzano a occupare il centro della narrazione, raccontando dove lavorano, come producono, dove sia possibile acquistare, visitare le aziende, degustare e continuare la relazione anche dopo la manifestazione, perché soltanto costruendo questo collegamento tra l’emozione dell’evento e l’economia che continua nei mesi successivi possiamo trasformare una giornata di festa in uno strumento capace di contribuire all’apertura di nuovi mercati, alla costruzione della reputazione del territorio e alla nascita di opportunità concrete.
Allo stesso modo, se organizziamo una manifestazione per valorizzare un borgo, un sito archeologico, un museo, un paesaggio o un patrimonio culturale, ogni fotografia, ogni video e ogni contenuto digitale dovrebbe contribuire a far nascere il desiderio di visitare quel luogo, aiutando chi guarda a comprendere come raggiungerlo, che cosa vedere, dove dormire, dove mangiare, quali esperienze vivere, quali prodotti acquistare e quali altri luoghi scoprire nelle vicinanze, perché la promozione autentica non dovrebbe limitarsi a mostrare che una manifestazione sia avvenuta, ma dovrebbe provare a trasformare l’attenzione generata in una relazione futura con il territorio.
Dovremmo quindi avere il coraggio di porci una domanda apparentemente semplice ma estremamente importante: alla fine di una manifestazione, chi è diventato realmente più conosciuto, il politico che vi ha partecipato oppure il territorio che avrebbe dovuto essere promosso, e soprattutto una persona che osserva fotografie e video ricorderà il nome del paese, il suo paesaggio, i suoi prodotti e le storie delle persone che lo rendono unico oppure conserverà soprattutto l’immagine indistinta di una successione di autorità, tavoli istituzionali, saluti e strette di mano che avrebbero potuto essere fotografati praticamente ovunque?
È proprio qui che il concetto di quella che potremmo definire “cultura effimera del selfie politico” acquista il suo significato più profondo, perché non riguarda semplicemente la fotografia, ma il rischio che la politica utilizzi, anche inconsapevolmente, il territorio come palcoscenico per rappresentare se stessa, quando dovrebbe invece utilizzare la propria forza, le proprie competenze e le risorse disponibili per fare esattamente il contrario, cioè mettere il territorio, le sue persone e le sue opportunità al centro della scena.
Ed è forse questo il cambiamento culturale che dovremmo chiedere con maggiore forza: meno territorio utilizzato come palcoscenico della politica e molta più politica utilizzata come strumento al servizio del territorio, perché un amministratore lungimirante dovrebbe poter misurare il proprio successo non dalla quantità di fotografie nelle quali compare, ma dalla capacità di rendere finalmente visibili un giovane che investe nella propria terra, un agricoltore che continua a produrre, un artigiano che conserva un sapere antico, un’impresa che cresce, una guida che accompagna visitatori e una comunità che riesce lentamente a trasformare le proprie risorse in economia.
Questo non significa cancellare la politica dalle manifestazioni o negare il ruolo fondamentale delle istituzioni, ma comprendere che essere presenti non dovrebbe necessariamente significare essere protagonisti, perché talvolta il gesto politico più intelligente, generoso e lungimirante potrebbe essere proprio quello di fare simbolicamente un passo indietro, lasciando maggiore spazio a chi produce, chi lavora, chi innova, chi investe, chi rischia e chi mantiene viva quotidianamente la comunità.
Nei territori colpiti dallo spopolamento questa riflessione assume una rilevanza ancora maggiore, perché una manifestazione non dovrebbe essere considerata soltanto come un momento di intrattenimento o una parentesi nel calendario annuale, ma come una possibile tessera di una strategia molto più ampia capace di collegare turismo, produzioni locali, ristorazione, ospitalità, artigianato, cultura, natura, commercio e servizi, cercando di trasformare almeno una parte della presenza temporanea di persone in una possibilità concreta di generare economia diffusa.
Una piazza piena per una sera può rappresentare certamente una bellissima immagine di socialità e partecipazione, ma non può essere considerata automaticamente la prova che un territorio stia crescendo, perché nello stesso momento in cui centinaia o migliaia di persone partecipano a un evento quel paese può continuare, durante il resto dell’anno, a perdere abitanti, attività e opportunità, ed è proprio per questo che dovremmo imparare a distinguere con maggiore attenzione la presenza dalla permanenza, il movimento dall’economia e la visibilità dallo sviluppo.
Un visitatore che arriva, partecipa a uno spettacolo e riparte immediatamente può certamente avere vissuto una bella esperienza, ma un sistema turistico realmente organizzato dovrebbe provare a trasformare quella presenza in qualcosa di più profondo, invitandolo a visitare altri luoghi, acquistare prodotti, mangiare nei ristoranti locali, pernottare nelle strutture ricettive, incontrare i produttori, percorrere i sentieri e soprattutto conservare una ragione per ritornare, perché la differenza tra un evento effimero e una vera politica territoriale si misura anche nella capacità di far continuare a circolare opportunità economiche quando la manifestazione è terminata.
Dovremmo quindi introdurre nella nostra cultura amministrativa quello che potremmo definire “il principio di ciò che resta”, attraverso il quale ogni investimento, progetto o manifestazione venga valutato non soltanto nel momento della realizzazione, quando tutto appare nuovo e positivo, ma anche dopo uno, tre e cinque anni, verificando, secondo indicatori coerenti con la natura dell’intervento, quante persone lavorino grazie a quell’iniziativa, quali imprese siano state coinvolte, quali attività siano nate o cresciute, quali servizi siano migliorati, quanta economia continui eventualmente a essere generata e quale capacità autonoma abbia acquisito il territorio.
Chiedere queste verifiche non significa essere contro qualcuno e non dovrebbe essere interpretato come un atto di ostilità politica, perché chiedere risultati significa essere dalla parte dei territori, rispettare il denaro pubblico, rispettare chi continua ostinatamente a vivere e investire nelle aree interne e rispettare anche gli amministratori seri, che proprio perché lavorano con responsabilità non dovrebbero avere alcun timore della trasparenza, della misurazione e della possibilità di correggere ciò che non ha prodotto i risultati sperati.
Una politica adulta dovrebbe infatti essere capace di riconoscere che, se un progetto funziona e produce benefici verificabili, bisogna sostenerlo e possibilmente rafforzarlo, se può essere migliorato bisogna avere l’intelligenza di modificarlo e se non produce risultati adeguati bisogna possedere il coraggio di rivedere la strategia, perché ammettere che una scelta non abbia funzionato come previsto non rappresenta necessariamente una sconfitta, mentre continuare a investire risorse in qualcosa soltanto per non riconoscere un errore può diventare un danno molto più grave per una comunità.
Il vero problema delle aree interne, quindi, non è soltanto quanto denaro riusciamo a ottenere, ma soprattutto quanto siamo capaci di trasformare quel denaro in una maggiore capacità del territorio di produrre valore, servizi, opportunità e qualità della vita, e per riuscirci dovremmo probabilmente imparare a parlare un po’ meno delle soluzioni già decise e ascoltare molto di più chi vive quotidianamente i problemi, cercando di comprendere perché un giovane decida di partire, perché un imprenditore rinunci a investire, perché un’attività chiuda, perché un turista non rimanga, perché una struttura restaurata non riesca a funzionare pienamente e perché tante risorse straordinarie continuino troppo spesso a esistere una accanto all’altra senza diventare un sistema organizzato.
Spesso, infatti, le vere esigenze di un territorio sono molto meno spettacolari e fotografabili di quanto immaginiamo, perché servono collegamenti efficienti, servizi, manutenzione, competenze, formazione realmente utile, strumenti di commercializzazione, accompagnamento alle imprese, reti tra operatori, mobilità, tecnologie digitali e soprattutto una capacità organizzativa stabile che non ricominci ogni volta da zero con l’arrivo di un nuovo finanziamento.
È forse proprio da qui che dovrebbe partire il vero cambio delle coscienze, dalla capacità collettiva di smettere di considerare sufficiente il fatto di avere realizzato qualcosa e cominciare invece a domandarci se ciò che abbiamo fatto fosse davvero ciò di cui il territorio aveva bisogno, se abbia prodotto risultati proporzionati alle risorse utilizzate e soprattutto se abbia contribuito concretamente a costruire nuove ragioni per restare, investire o ritornare.
Nei territori che stanno perdendo popolazione, infatti, la risorsa più preziosa non è soltanto il denaro, ma è soprattutto il tempo, perché mentre discutiamo, programmiamo, finanziamo, inauguriamo, fotografiamo e comunichiamo, qualcuno può decidere di preparare una valigia, una famiglia può scegliere di trasferirsi, un’attività può abbassare definitivamente la serranda, una scuola può perdere altri bambini e una comunità può diventare progressivamente più fragile, mentre lo spopolamento continua ad avanzare senza produrre quasi mai immagini spettacolari, attraverso tante piccole assenze che inizialmente sembrano insignificanti fino al momento in cui scopriamo che una classe non esiste più, che troppe finestre rimangono chiuse e che molti giovani vivono ormai stabilmente altrove.
È questa realtà silenziosa che dovrebbe entrare finalmente nella nostra coscienza collettiva, perché possiamo continuare a produrre immagini rassicuranti di territori continuamente attraversati da eventi, progetti e iniziative, ma non possiamo permettere che quelle immagini ci impediscano di vedere ciò che accade fuori dall’inquadratura e soprattutto non possiamo continuare a confondere il movimento con la direzione, la quantità delle attività con la qualità dello sviluppo e la capacità di raccontare ciò che facciamo con la capacità molto più difficile di cambiare realmente la vita delle persone.
Dobbiamo allora avere il coraggio di modificare profondamente la domanda che rivolgiamo alla politica e anche a noi stessi, smettendo di chiederci soltanto che cosa abbiamo fatto e cominciando finalmente a domandarci che cosa siamo riusciti a cambiare, perché alla prima domanda possiamo rispondere facilmente con un lungo elenco di finanziamenti, eventi, progetti, restauri e inaugurazioni, mentre alla seconda possiamo rispondere soltanto osservando, con indicatori seri e senza semplificazioni, se siano nate nuove opportunità di lavoro, se le imprese siano diventate più forti, se siano aumentate le occasioni di permanenza turistica, se i produttori abbiano trovato nuovi mercati, se i servizi siano migliorati e soprattutto se le persone abbiano qualche ragione concreta in più per continuare a credere nel futuro di questi luoghi.
Non dobbiamo quindi smettere di organizzare manifestazioni, ma dobbiamo imparare a costruirle sempre meglio dentro strategie di lungo periodo, non dobbiamo smettere di comunicare ciò che viene realizzato, ma dobbiamo riportare al centro della comunicazione ciò che realmente merita di essere conosciuto, non dobbiamo smettere di inaugurare opere, ma dobbiamo preoccuparci molto di più di farle vivere negli anni successivi e soprattutto non dobbiamo essere contro la politica, ma pretendere una politica ancora più alta, capace di misurare il proprio successo non soltanto dalla quantità di iniziative realizzate o dalla visibilità ottenuta, ma dalla quantità e dalla qualità delle opportunità che riesce a lasciare dietro di sé.
Forse la politica migliore è proprio quella che continua a essere riconoscibile molti anni dopo anche quando il volto di chi l’ha promossa non compare più in nessuna fotografia, perché rimane dentro un’impresa che continua a lavorare, in un museo che continua ad accogliere visitatori, in un sentiero che continua a essere percorso e mantenuto, in una scuola che riesce a restare aperta, in un giovane che ha trovato un’opportunità professionale e in una famiglia che ha scelto liberamente di costruire il proprio futuro nella propria terra, ed è proprio questa la differenza enorme tra la presenza mediatica e la capacità di lasciare un segno nella storia di un territorio, perché la prima può durare il tempo rapidissimo di un post sui social mentre la seconda, quando nasce da scelte lungimiranti e realmente efficaci, può contribuire a cambiare il destino di un’intera generazione.
Forse, allora, davanti alla prossima inaugurazione, alla prossima manifestazione o al prossimo grande finanziamento, dovremmo imparare tutti a porci una domanda molto semplice, senza pregiudizi, senza appartenenze e senza trasformarla necessariamente in una polemica politica: quando tra cinque anni torneremo nello stesso luogo, che cosa sarà realmente rimasto di tutto ciò che oggi stiamo celebrando?
Se troveremo imprese che lavorano, persone occupate, servizi migliori, visitatori che arrivano e rimangono più a lungo, prodotti locali che hanno raggiunto nuovi mercati, strutture realmente utilizzate e una comunità diventata più forte e consapevole delle proprie possibilità, allora quella fotografia scattata il giorno dell’inaugurazione avrà raccontato davvero l’inizio di qualcosa di importante; se invece, trascorso il tempo dell’entusiasmo, sarà rimasta soltanto quella fotografia insieme a qualche vecchio comunicato conservato negli archivi digitali, dovremo avere il coraggio e l’onestà di interrogarci seriamente sulla possibilità di avere scambiato la rappresentazione dello sviluppo per lo sviluppo stesso.
È proprio da questa consapevolezza che dovrebbe nascere una nuova cultura delle aree interne, capace di passare dalla politica dell’evento alla cultura dell’effetto, dalla soddisfazione immediata per ciò che appare alla responsabilità duratura per ciò che rimane, dalla necessità di dimostrare continuamente che qualcosa è stato fatto alla volontà molto più difficile e coraggiosa di verificare se ciò che abbiamo fatto abbia realmente migliorato la vita delle persone, perché i nostri territori non hanno bisogno di essere continuamente messi in posa davanti al futuro, ma hanno disperatamente bisogno di entrarci davvero.
E forse il cambiamento più importante potrebbe cominciare proprio nel momento in cui smetteremo di domandarci chi fosse al centro della fotografia e inizieremo finalmente a chiederci che cosa esiste fuori da quella fotografia, quante opportunità siamo riusciti a costruire, quante persone abbiamo messo nelle condizioni di poter scegliere liberamente se restare o ritornare e quale territorio saremo capaci di consegnare a chi verrà dopo di noi, perché alla fine non saranno i selfie, i comunicati stampa o il numero delle inaugurazioni a dirci se avremo davvero costruito qualcosa di duraturo, ma saranno le comunità ancora vive, le attività capaci di resistere e crescere, le scuole che continueranno ad avere bambini, le imprese che riusciranno a creare opportunità e soprattutto le persone che potranno finalmente guardare alla propria terra non soltanto come al luogo delle radici e dei ricordi, ma come a uno spazio nel quale sia ancora possibile immaginare e costruire il proprio futuro.




