di Bartolo Scandizzo
È difficile scrivere di una donna che i casi della vita hanno tenuto lontana da quei rapporti ai quali, forse, eravamo destinati.
È complicato ricordare una persona nel momento in cui conclude il suo cammino terreno, quando la sua esistenza ha soltanto sfiorato la nostra. Si rischia di raccontare poco o, peggio, di raccontare ciò che non si conosce.
Eppure sento il bisogno di prendere carta e penna per commemorare Anna Maria Corrente in Giordano.

Lo faccio perché mio figlio Giuseppe vive nella stessa casa con Sonia e con la loro figlia Zoe. Una quotidianità condivisa che, inevitabilmente, mi ha permesso di conoscere Anna Maria attraverso i racconti, i piccoli gesti e le attenzioni dimostrate in ogni occasione d’incontro.
Accanto a lei sono rimasti fino all’ultimo suo marito Vincenzo, le figlie Sonia e Sara, i generi Giuseppe e Vincenzo, la nipotina Zoe, la mamma Rita e tutti coloro che hanno avuto il privilegio di percorrere insieme a lei il lungo viaggio della vita. Saranno loro a custodire il patrimonio più autentico della sua memoria, quello fatto di giorni ordinari, sacrifici silenziosi, sorrisi e affetti.
Io, invece, posso raccontare soltanto gli incontri sporadici.
Qualche festa di compleanno, una Prima Comunione, visite veloci, saluti gentili. Momenti brevi, vissuti nella naturalezza dei rapporti familiari, senza mai andare oltre quelle convenzioni che, talvolta, la vita costruisce fra persone destinate soltanto a sfiorarsi.
Oggi, però, tutto cambia.
Ora che la vita di Anna Maria ha chiuso i battenti.
Ora che il suo tempo si è compiuto.
Ora che Vincenzo, Sonia, Sara, Giuseppe, Vincenzo e Zoe, insieme a quanti le hanno voluto bene, si ritrovano improvvisamente più soli, reduci di un dolore che nessuno può condividere fino in fondo.
Arriva una brezza pungente.
È il vento della perdita, quello che giunge dalla terra e attraversa l’anima senza chiedere permesso. Spazza via le abitudini, rompe il ritmo dei giorni, mette sottosopra i pensieri e costringe ciascuno a misurarsi con il dolore.
Gli sguardi si abbassano.
Le parole diventano poche.
Gli occhi sembrano cercarsi oltre l’orizzonte, come se il mare potesse restituire ciò che ha appena portato via.

Chi resta continua il cammino con il peso dell’assenza, ma anche con la responsabilità del ricordo.
Perché, dopo il tempo del pianto, rimangono i gesti ricevuti, gli insegnamenti silenziosi, l’amore donato senza clamore. È questo il patrimonio che nessuna morte riesce a cancellare.
Le sue spoglie saranno accompagnate nell’ultimo, lungo viaggio da Crotone, dove Anna Maria si trovava in vacanza con la famiglia, fino a Salerno, la sua città.
La sua memoria, invece, continuerà a camminare nelle persone che l’hanno amata, nelle loro scelte, nei loro racconti, nella vita che continuerà a scorrere anche senza la sua presenza.
Ed è forse questo il significato più profondo dell’esistenza: lasciare una traccia così autentica da continuare a vivere nel cuore degli altri.




