È un fragore più assordante di quando, in un tempo remoto, il monte veniva “sparato”. Erano gli anni Sessanta del secolo scorso e gli artiglieri dell’Esercito Italiano, provenienti dalla caserma di Persano, risalivano la Valle del Calore per esercitarsi a colpire, con i cannoni, bersagli sistemati sul costone roccioso rivolto a mezzogiorno.
Oggi non si sentono più le esplosioni.
Eppure quel silenzio pesa molto di più.

Ci sono giorni in cui si decide di partire senza un programma preciso.

Si sale in macchina, si risale la Valle del Calore, si attraversa lentamente la piazza del paese e, quasi senza rendersene conto, si imbocca la strada che conduce verso i monti che circondano il centro abitato.
Forse è il bisogno di respirare.
Forse è il desiderio di ritrovare quel silenzio che, in montagna, riesce ancora a sussurrare all’orecchio nenie d’altri tempi.
Questa volta il viaggio comincia con Gina, silenziosa compagna di strada, mentre la piazza resta alle spalle e il paese continua la propria vita, ignaro dei pensieri che accompagnano il nostro cammino.
Lungo la salita incontro Vincenzo Marra, che percorre in senso contrario la strada che conduce al Santuario della Madonna del Vivo.
È il primo piagginese al quale chiedo lumi su quanto accaduto il giorno precedente, quando il parroco, don Ernesto, ha deciso di sospendere, a meno di ventiquattro ore dall’inizio, la “Comunità in Festa”, il raduno delle tre parrocchie ormai ampiamente pubblicizzato.
Le risposte sono prudenti.
Di certezze non ce ne sono.
Vincenzo ripete ciò che il parroco ha scritto nel comunicato diffuso attraverso i social e affisso in paese: sui pini che fanno ombra alla spianata del Vivo sarebbe stata riscontrata la presenza della processionaria, insetto che potrebbe provocare irritazioni cutanee.
Alle mie ulteriori domande non aggiunge altro.
In montagna non servono lunghi discorsi.
Ci si comprende con uno sguardo.
I monti e le colline che degradano verso la Piana del Sele, fino a Eboli, raccontano ancora oggi la storia della transumanza.
È impossibile osservare questi paesaggi senza immaginare le greggi che, per secoli, hanno percorso gli stessi sentieri.

Il belare delle pecore custodite nei recinti si mescola all’abbaiare dei cani da guardiania.
È una colonna sonora antica.
Di fronte, oltre i “baddi”, il Monte Cervati si erge in tutta la sua imponenza, là dove neppure i faggi riescono più a trovare spazio “vitale”.
La valle dove nasce il fiume Calore sembra sonnecchiare sotto un sole mitigato dalla tramontana che risale dal Vallo di Diano.
Sotto i pini che circondano il pianoro sottostante la chiesa della Madonna del Vivo, si avverte quasi freddo.
Pochi metri più in là il sole e il vento addolciscono il calore dell’estate.
Il Motola continua a sorprendere anche chi lo frequenta da sempre.
Ancora di più sorprende chi lo affronta per la prima volta a piedi, cercando con lo sguardo la piccola cappella della Madonna del Vivo, posta a 1.239 metri di altitudine.
Per individuarla bisogna puntare gli occhi verso il gruppo di pini che, a mezza costa, domina la montagna.
Seguendo con gli occhi la linea obliqua, il sentiero pedonale che attraversa il pendio, tra i rami, s’intravede appena la sagoma della cappella.

Il belvedere antistante si lascia intuire più che vedere.
Poi il pensiero ritorna, improvvisamente, a Rosanna Tommasino e Maria Antonietta Di Perna, due amiche e colleghe che ci hanno lasciati nell’arco di poche settimane.
Due maestre.
Due vite spezzate troppo presto.
La loro assenza rende ancora più intenso il silenzio di questo luogo.
Gina mi precede sulla strada.
Io continuo a camminare come se una parte della strada fosse “occupata”traccia£ di ricordi.
Giunti alla radura che precede l’ultimo tratto verso la cappella, compare il manifesto preparato da tempo per chiamare a raccolta la “Comunità in Festa”.
Sopra, con poche parole, qualcuno ha scritto:
“EVENTO RINVIATO”.
Null’altro.
Poco distante un foglio manoscritto informa che l’area è temporaneamente chiusa al pubblico per la “presunta” presenza della processionaria.
Ed è qui che il Monte Motola comincia a raccontare un’altra storia.
Una storia che nessuno avrebbe voluto ascoltare.

La presenza dell’insetto ha costretto il parroco a rinviare un appuntamento che avrebbe richiamato oltre cinquecento persone provenienti da Piaggine, Sacco e Villa Littorio: le parrocchie affidate alle amorevoli “cure” di Don Ernesto
La domanda, a questo punto, nasce spontanea …
La spianata che da oltre un secolo accoglie pellegrini diretti alla Madonna del Vivo potrà continuare a essere anche il luogo della “Comunità in Festa” oppure, per ragioni di “sicurezza”, sarà necessario ripensarne la collocazione?

E soprattutto: che cosa accadrà il prossimo 15 agosto?
Anche il tradizionale pellegrinaggio alla Madonna del Vivo sarà costretto a fermarsi oppure, nel frattempo, saranno individuate soluzioni che consentano di vivere in sicurezza uno degli appuntamenti religiosi più sentiti delle tre comunità?
Sarà il tempo a dare una risposta.
Intanto il ventofresco del nord supera la Sella d’Asino, attraversa il Vallo di Diano e la Valle del Calore, plana sulla Piana del Sele e corre verso il mare, tra Capri e la Penisola Sorrentina.
Poi, oltre al Cervati, ci sono gli altri monti che fronteggiano il Motola … Il Cervatello, Il Cavallo, il Sacro Monte di Novi Velia, il Chianiello, il Verna, il Soprano … fino al Monte Stella.
Una moto.
Un’automobile.
Un giovane a piedi.
Per pochi istanti il silenzio si interrompe.
Poi tutto ritorna come prima.
O forse no.
Perché il vero cambiamento non è quello che osserviamo tra i pini.
È quello che rischiamo di non vedere nei nostri paesi.
Le case si svuotano.
I giovani partono.
Le scuole perdono bambini.
Le comunità invecchiano.
La processionaria consuma lentamente i pini.
Lo spopolamento consuma lentamente i borghi.
Entrambi avanzano quasi senza fare rumore.
Eppure si fanno sentire molto più di quanto immaginiamo.
Il “monte bambino”, che un tempo riecheggiava perfino dei colpi dei cannoni, oggi continua a parlare.
Lo fa con il vento.
Con il silenzio.
Con la memoria.
E continua a ricordare alle comunità di Piaggine, Sacco e Villa Littorio che la speranza non è un sentimento astratto; essa è la capacità di continuare a salire fin quassù.
Di ritrovarsi.
Di pregare.
Di fare festa.
Magari proprio il prossimo 15 agosto, quando la processionaria avrà concluso il suo ciclo e il Motola tornerà ad accogliere i suoi pellegrini.
Perché le montagne insegnano una lezione che gli uomini dimenticano troppo spesso: le stagioni passano, le ferite si rimarginano, ma una comunità resta davvero viva soltanto se continua a camminare insieme.




