Letture: Zaccaria 9,9-10; Lettera ai Romani 8,9.11-13; Vangelo secondo Matteo 11,25-30.
Breve riflessione di don Luigi Rossi sulla Liturgia della Parola.
Dopo il discorso missionario (Mt 10), il Vangelo presenta un clima segnato da tensioni, incomprensioni e contraddizioni. Perfino Giovanni Battista, dal carcere, manda a chiedere a Gesù: «Sei tu colui che deve venire?» (Mt 11,3).

Il dubbio del Battista diventa anche il dubbio di tanti uomini e donne di ogni tempo. È un momento di apparente scoraggiamento, ma Gesù non si lascia vincere dalla delusione. Si rivolge al Padre con la confidenza del Figlio, chiamandolo Abba, un nome che racchiude tenerezza, amore e misericordia. In quella preghiera Gesù manifesta la sua fede e rivela la profondità del suo rapporto con Dio.
Anche Paolo di Tarso sperimentò la difficoltà dell’annuncio del Vangelo davanti ai sapienti e agli intellettuali. Eppure la Buona Novella trovò accoglienza soprattutto tra i poveri, gli ultimi, gli scartati. La fede, infatti, non nasce come conclusione di una dimostrazione scientifica, ma dall’apertura del cuore. Chi vive con sincerità, trasparenza e fiducia nella Parola del Signore è più disponibile ad accogliere il dono della fede.
La vera felicità è l’orizzonte verso cui cammina il cristiano. Gesù è la guida piena di compassione che offre ristoro a chi è affaticato. Credere significa accogliere una luce che conforta e un amore che viene dall’alto.
Chi ripone tutta la propria sicurezza nelle capacità umane rischia di non sentire il bisogno della luce di Cristo. Al contrario, chi sperimenta la sofferenza, la fragilità e il limite è spesso più disponibile ad aprirsi a Dio. È il privilegio degli umili, ai quali il Signore rivela i misteri del Regno.
Le tre letture di questa domenica propongono una visione della vita profondamente diversa da quella del mondo. La pace prende il posto della guerra, la mitezza disarma la violenza, lo Spirito del Signore apre la strada a un’umanità nuova. I potenti sono chiamati a deporre la superbia, i ricchi a riconoscere la precarietà delle ricchezze, mentre la gioia autentica nasce dai valori del Regno di Dio annunciati dai profeti e portati a compimento da Cristo.
La logica del Signore parte dagli ultimi e raggiunge ogni cuore stanco. Gesù non propone un nuovo sistema filosofico né una morale più severa. Offre invece il conforto della sua presenza e invita tutti coloro che cercano Dio, desiderano contemplarne il volto e vivere in comunione con Lui.
Il suo invito è rivolto soprattutto a chi si sente oppresso da formalismi, rigidità e pesi che allontanano invece di avvicinare a Dio. È sorprendente constatare che i posti lasciati vuoti dai sapienti vengono occupati dai piccoli, autentiche colonne della storia della salvezza.
Gli incontri domenicali dovrebbero essere sempre celebrazione di speranza e libertà. Diversamente rischiano di ridursi a parole e gesti incapaci di farci entrare nella scuola di Gesù, che è scuola di vita e autentica Buona Novella.
Se nel Primo Testamento il giogo era rappresentato dalla Legge, quello di Gesù è l’amore, ossigeno che restituisce respiro alla vita. Non è privo di sacrificio, perché amare richiede sempre dono di sé, ma è un peso leggero perché condiviso con il Signore.
Solo chi conserva un cuore retto, trasparente e fiducioso può comprendere questa verità.
La fede non elimina la sofferenza, ma la illumina. Non cancella la fatica dell’esistenza, ma la rende più sopportabile perché la riempie della presenza di Dio.
La predilezione di Gesù per i poveri, i malati, i deboli e tutti coloro che non hanno possibilità di difendersi dall’egoismo umano trova sintesi nelle Beatitudini: beati i poveri, mentre il possesso egoistico delle ricchezze diventa motivo di serio richiamo.
La compassione è il sentimento che ci rende veramente figli di Abramo. Con cuore mite e umile seguiamo la scuola di vita di Gesù, che non offre una semplice dottrina, ma il racconto vivo della tenerezza di Dio.
Santa domenica a tutti.




