Parafrasando la celebre canzone “Pietre” di Antoine, resa famosa in Italia anche dall’interpretazione di Gian Pieretti nel 1967, potremmo oggi cantare:
Arriva il Carnevale e chiudono le scuole.
Bisogna votare e chiudono le scuole.
Fa troppo caldo e chiudono le scuole.
Passa il Giro d’Italia e chiudono le scuole…
“Sarà così finché vivrai, sarà così…”
L’elenco potrebbe continuare all’infinito, ma il messaggio implicito che passa è sempre lo stesso: la scuola è la prima istituzione sacrificabile, il primo presidio pubblico che può fermarsi senza troppi problemi, quasi fosse un’attività accessoria della vita collettiva e non uno dei suoi pilastri fondamentali.
Mentre il resto del mondo continua a lavorare.
Le bufale devono essere alimentate e munte.
Il casaro deve trasformare il latte in mozzarella.
Gli operai devono raggiungere i cantieri.
I negozi devono aprire.
Gli addetti ai trasporti, alla distribuzione, ai servizi essenziali devono essere al loro posto.
Perfino chi deve acquistare il pane o il latte deve uscire di casa.
Ma bambini, studenti, insegnanti e personale scolastico possono restare a casa.
È qui che si consuma, lentamente, una svalutazione culturale della scuola che rischia di diventare strutturale, soprattutto nel Mezzogiorno e nelle aree interne, dove il numero dei giorni effettivi di scuola spesso si assottiglia per una lunga serie di interruzioni, sospensioni, emergenze, festività allargate, ordinanze preventive e rinunce organizzative.
Eppure la scuola potrebbe essere protagonista proprio degli eventi che apparentemente la “disturbano”.
Da insegnante ho sempre provato a viverla così.
Se era Carnevale, organizzavo con i genitori il carro allegorico della scuola.
Se passava una corsa ciclistica, trasformavamo l’evento in occasione educativa, con escursioni in bici e attività all’aperto.
Se arrivava la neve, portavo i ragazzi a viverla direttamente.
Se il caldo di giugno rendeva difficile stare chiusi in aula, si andava al mare con alunni e famiglie, trasformando anche quel momento in esperienza educativa e comunitaria.
Certo, tutto questo è più faticoso.
Richiede organizzazione, responsabilità, dialogo con le famiglie, disponibilità personale.
Ma è esattamente questo il compito pedagogico della scuola: non limitarsi a “resistere” agli eventi esterni, ma trasformarli in occasioni di crescita.
Quando invece ogni circostanza diventa automaticamente un motivo per sospendere, chiudere, rinviare, fermarsi, allora la scuola perde lentamente autorevolezza sociale. E con essa si indebolisce anche la stima che studenti e famiglie dovrebbero nutrire verso l’istituzione scolastica.

Perché la scuola non è soltanto un servizio pubblico.
È il luogo nel quale una comunità costruisce sé stessa.
E quando una comunità smette di considerare centrale la propria scuola, comincia inevitabilmente a indebolire anche il proprio progetto educativo, civile e culturale.
È più faticoso tenere viva la scuola dentro la vita reale.
Ma senza rispetto e fiducia verso le istituzioni educative, l’intera comunità finisce per diventare più fragile, più disorientata e meno capace di costruire futuro.



