La RisurrezioneAscensione: Cristo non sale per lasciarci, ma per restare con noi
L’Ascensione del Signore non è la festa di un’assenza, ma il compimento di una presenza nuova. Gesù non sale al Padre per allontanarsi dai suoi, ma per entrare in una modalità più profonda, universale e definitiva di comunione con la Chiesa e con l’umanità. La sua gloria non chiude la storia: la apre alla responsabilità dei credenti.
La Risurrezione e l’Ascensione non sono due momenti separati, come se prima Gesù avesse vinto la morte e poi avesse lasciato la terra. Sono, piuttosto, due aspetti dello stesso mistero: il Cristo risorto è il Cristo innalzato, il Figlio che, avendo attraversato la morte, porta nella vita di Dio anche la nostra umanità.

Nella pagina degli Atti degli Apostoli, Luca si rivolge a Teofilo, nome che significa “amico di Dio”, “amato da Dio”, “colui che ama Dio”. Ma Teofilo non è soltanto un destinatario antico. È il nome nuovo di ogni credente che, riconoscente per le opere del Signore, desidera camminare nella sua volontà. Ognuno di noi, davanti al mistero dell’Ascensione, è chiamato a diventare Teofilo: uomo o donna che ama Dio e si lascia educare dalla sua Parola.
San Paolo, nella Lettera agli Efesini, chiede per i credenti uno spirito di sapienza e di rivelazione. Non si tratta semplicemente di capire qualcosa con la mente, ma di ricevere occhi nuovi per contemplare il mistero di Cristo glorificato. Solo una fede illuminata può comprendere che il Signore non è più visibile come prima, ma non per questo è meno vicino. Anzi, proprio perché è presso il Padre, può essere vicino a tutti.
Nel Vangelo di Matteo, sulla montagna della Galilea, Gesù affida ai discepoli il mandato missionario: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque…». Qui sembra emergere una apparente incoerenza: se tutto il potere appartiene a Cristo, perché mandare uomini fragili, dubbiosi, incerti? Perché affidare il Vangelo a mani deboli?
La risposta è nella sintassi dell’amore di Dio. Il Signore non trattiene per sé la sua potenza, ma la condivide. Non vuole agire senza di noi, ma attraverso di noi. Non cancella la nostra fragilità, la assume e la trasfigura. I discepoli dubitano, eppure vengono inviati. Non sono perfetti, eppure ricevono una missione. Non possiedono il mondo, ma portano nel mondo la presenza del Risorto.
L’Ascensione, dunque, non è un distacco. Cristo ascende per essere più vicino. È presente nella Chiesa, nei sacramenti, nella Parola, nei fratelli sofferenti, nei poveri, negli esclusi, nei piccoli gesti dell’amore quotidiano. È presente anche in un bicchiere d’acqua donato con cuore sincero, in una mano tesa, in una parola che consola, in un passo compiuto verso chi è rimasto indietro.
Per questo l’Ascensione è anche la festa della fede piena. Non ci chiede di guardare il cielo per evadere dalla terra, ma di riconoscere che proprio il quotidiano è il luogo in cui la gloria di Dio può farsi visibile. Il Cristo innalzato non ci sottrae alla storia: ci rimanda dentro la storia con occhi nuovi, con cuore nuovo, con responsabilità nuova.
Il credente diventa così una Bibbia viva. Le sue mani possono diventare le mani di Cristo; i suoi piedi possono camminare sulle strade del Vangelo; le sue labbra possono annunciare parole di pace; la sua vita può diventare pagina leggibile dell’amore di Dio. La Parola continua a farsi carne in noi, perché il mondo possa leggere il Vangelo non solo nei libri, ma nella vita concreta dei figli di Dio.
Cristo non è asceso per lasciarci soli. È asceso per rendere noi parte viva della sua missione. L’Ascensione è l’inizio della nostra responsabilità: essere nel mondo il prolungamento visibile dell’amore invisibile di Dio.



