La crisi diplomatica tra Marocco e Spagna che mostrò tutta la fragilità delle frontiere europee
L’immagine del corpo senza vita del piccolo Alan Kurdi, ritrovato su una spiaggia turca il 2 settembre 2015, impressionò l’opinione pubblica mondiale e divenne uno dei simboli più drammatici della crisi migratoria in Europa.

Foto sopra: La barriera di confine tra Ceuta e il Marocco, vista dal territorio spagnolo. Foto: Youtryandyoutry / Wikimedia Commons – CC BY-SA 4.0.
Foto di copertina: Ceuta e la costa marocchina viste dall’alto. Foto: Adam Cli / Wikimedia Commons – CC BY-SA 4.0.
La famiglia di Alan, in fuga dalla guerra civile in Siria, era arrivata in Turchia con la speranza di raggiungere l’isola greca di Kos e, successivamente, ricongiungersi con alcuni parenti stabilitisi in Canada. Alan, insieme ad altri migranti, perse la vita durante quel viaggio, a bordo di un gommone utilizzato dai trafficanti di esseri umani.
Bodrum, Lampedusa, Moria, Calais, Ventimiglia sono soltanto alcuni dei luoghi nei quali, negli anni, si sono infranti i sogni di migliaia di persone. Luoghi diventati simbolo delle difficoltà dell’Unione europea nel costruire un’effettiva solidarietà tra gli Stati membri e nell’affrontare la gestione dei flussi migratori attraverso una maggiore cooperazione, politiche di accoglienza adeguate e un sistema di regole realmente condiviso.
Tra queste crisi, quella esplosa a Ceuta nel maggio 2021 rappresentò uno dei momenti più significativi.
Le immagini fecero rapidamente il giro del mondo: una giovane volontaria della Croce Rossa che abbracciava un migrante appena arrivato dal Marocco; un sommozzatore della Guardia Civil spagnola che traeva in salvo dal mare un neonato.
Ceuta, città autonoma spagnola situata sulla costa settentrionale dell’Africa, affacciata sullo Stretto di Gibilterra e confinante con il Marocco, rappresenta uno dei più delicati punti di contatto tra Africa ed Europa.

Proprio per la sua posizione geografica, la Spagna ha realizzato nel corso degli anni un imponente sistema di controllo della frontiera, fatto di recinzioni, barriere e dispositivi di sorveglianza.
Il fenomeno migratorio verso Ceuta era presente già dalla fine degli anni Novanta, ma nella notte tra il 16 e il 17 maggio 2021 assunse dimensioni senza precedenti.
Circa ottomila persone riuscirono a entrare nell’enclave spagnola in poche ore. Il governo di Madrid schierò l’esercito e migliaia di migranti furono successivamente ricondotti in Marocco.
La maggior parte erano giovani marocchini.
Dietro quella improvvisa pressione migratoria apparve evidente anche la dimensione diplomatica della crisi.
Poche settimane prima, infatti, il governo spagnolo aveva consentito l’ingresso nel Paese, per ricevere cure mediche, a Brahim Ghali, leader del Fronte Polisario.
Ghali guida il movimento che rivendica l’indipendenza del Sahara Occidentale, ex colonia spagnola da decenni contesa tra il Marocco e il Fronte Polisario, che nel 1976 proclamò la Repubblica Democratica Araba dei Sahrawi.
La decisione di Madrid provocò una durissima reazione di Rabat.
La crisi di Ceuta mostrò così quanto il controllo dei flussi migratori potesse diventare anche uno strumento di pressione diplomatica.
Il caso marocchino si inseriva, del resto, in una dinamica già conosciuta dall’Unione europea.
Negli anni precedenti l’Europa aveva scelto sempre più spesso di affidarsi a Paesi di origine o di transito dei migranti, finanziandone le attività di controllo delle frontiere in cambio di una riduzione delle partenze verso il territorio europeo.
Una strategia sperimentata anche con la Turchia, attraverso l’accordo sottoscritto con l’Unione europea nel 2016.
La vicenda di Ceuta dimostrò quanto questo sistema potesse trasformarsi in un elemento di vulnerabilità politica.
Quando il controllo delle partenze viene affidato a Paesi terzi, infatti, la migrazione rischia di trasformarsi in uno strumento negoziale: maggiore collaborazione in cambio di risorse economiche, sostegno politico o concessioni diplomatiche.
È il problema dell’esternalizzazione delle frontiere europee.
Invece di affrontare strutturalmente il fenomeno migratorio, l’Europa ha spesso preferito raggiungere accordi economici con Paesi terzi affinché fossero questi ultimi a bloccare o limitare le partenze.
Una scelta che può produrre risultati nell’immediato, ma che rende l’Unione europea più vulnerabile sul piano politico e pone interrogativi rilevanti sulla tutela dei diritti e della dignità delle persone.
Nel 2021 il Marocco rivendicava il proprio impegno nella lotta all’immigrazione irregolare e considerava ancora aperta la crisi diplomatica con Madrid, accusata da Rabat di avere accolto segretamente il leader del Polisario.
Ceuta mostrò allora una realtà che continua a riproporsi: le migrazioni non sono soltanto una questione umanitaria o di controllo delle frontiere. Possono diventare anche uno strumento di pressione nei rapporti tra Stati.
Ed è proprio per questo che quella crisi, a distanza di anni, continua a rappresentare una chiave di lettura importante per comprendere ciò che accade oggi lungo le frontiere meridionali dell’Europa.




