«Da noi, ciò che dovrebbe essere normale amministrazione finisce troppo spesso per essere celebrato come qualcosa di straordinario.»
Questa frase torna inevitabilmente alla mente ogni volta che si parla della Fondovalle Calore, perché riesce a sintetizzare con grande efficacia una contraddizione che nelle aree interne conosciamo fin troppo bene, dove infrastrutture necessarie, collegamenti essenziali e interventi che dovrebbero rientrare nella normale programmazione di un territorio finiscono spesso per essere raccontati come risultati eccezionali, accompagnati da comunicati stampa, dichiarazioni solenni e annunci che rischiano di trasformare in evento straordinario ciò che dovrebbe invece rappresentare il normale esercizio della responsabilità pubblica nei confronti di comunità che chiedono semplicemente di poter vivere, lavorare e fare impresa disponendo di servizi e collegamenti moderni, sicuri ed efficienti.
La Fondovalle Calore, nel corso degli anni, è diventata molto più di una semplice strada, perché rappresenta una delle grandi questioni aperte della Valle del Calore e degli Alburni, un’infrastruttura chiamata non soltanto a migliorare gli spostamenti, ma anche a ridurre l’isolamento, facilitare l’accesso ai servizi, sostenere le attività economiche, favorire il turismo, migliorare la competitività delle imprese e creare condizioni territoriali più favorevoli per chi continua a vivere, investire e credere nei nostri paesi, ed è proprio per questo che dovremmo evitare di considerare ogni singolo passaggio amministrativo come se fosse già il raggiungimento dell’obiettivo finale, perché l’approvazione di un progetto, la conclusione di una procedura, il superamento di un contenzioso o l’annuncio di una nuova fase possono certamente rappresentare momenti importanti, ma per i cittadini il risultato reale arriverà soltanto quando l’infrastruttura sarà concretamente realizzata, pienamente utilizzabile e inserita in una rete capace di servire davvero i territori che da troppo tempo aspettano collegamenti adeguati.
La storia della Fondovalle Calore, infatti, non comincia con l’ultimo annuncio e non può essere raccontata soltanto attraverso gli atti più recenti, perché dietro questa infrastruttura esiste un percorso molto più lungo, fatto di attese, interruzioni, ripartenze, difficoltà burocratiche, problemi progettuali, passaggi amministrativi complessi e soprattutto di comunità che hanno continuato a chiedere che un’opera considerata strategica non venisse definitivamente dimenticata, mentre nel corso del tempo cambiavano amministrazioni, rappresentanti istituzionali, programmi, priorità e modalità di finanziamento, ma il bisogno di collegamenti moderni rimaneva sostanzialmente immutato e, contemporaneamente, i nostri paesi continuavano a confrontarsi con trasformazioni profonde, perché molti giovani partivano, numerose famiglie si trasferivano, alcune attività economiche chiudevano e tanti piccoli Comuni vedevano progressivamente ridursi popolazione, servizi e opportunità.
Per questo la Fondovalle non può essere considerata soltanto una questione di asfalto, viadotti o opere stradali, ma deve essere inserita in un ragionamento molto più ampio che riguarda il diritto alla mobilità, l’accessibilità dei servizi, la possibilità di raggiungere scuole e strutture sanitarie, la competitività delle imprese, la capacità di attrarre visitatori e investimenti e, soprattutto, la possibilità per chi vive nelle aree interne di non essere penalizzato semplicemente perché ha scelto di continuare a vivere nel proprio paese, perché una strada moderna non può certamente risolvere da sola il problema dello spopolamento, nessuna infrastruttura può sostituire il lavoro, la scuola, la sanità, i servizi, le opportunità economiche e una seria strategia territoriale, ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare quanto sia difficile costruire sviluppo in luoghi nei quali muoversi, raggiungere un’impresa, accedere a un servizio o accogliere un visitatore continua a essere più complicato di quanto dovrebbe essere in un territorio che vuole realmente competere e costruire futuro.
C’è poi una parte di questa storia che merita di essere recuperata con maggiore attenzione, perché dietro la Fondovalle Calore ci sono anni di lotte, richieste, sollecitazioni, discussioni pubbliche, mobilitazioni e prese di posizione che non sempre hanno trovato nel racconto pubblico la stessa attenzione riservata agli annunci, alle ripartenze e alle inaugurazioni, mentre nel corso degli anni cittadini, rappresentanti istituzionali, associazioni e persone semplicemente legate al proprio territorio hanno continuato, con ruoli differenti, a chiedere attenzione, a denunciare ritardi, a sollecitare risposte e a ricordare che quella strada non poteva essere considerata un’opera secondaria, perché dietro il suo completamento esisteva una questione molto più ampia legata al diritto delle aree interne a non essere lasciate ai margini dei principali processi di sviluppo.
Non serve oggi costruire classifiche dei meriti, attribuire tutta questa battaglia a una singola persona o trasformare una storia collettiva in una competizione politica, perché sarebbe una semplificazione ingiusta rispetto a un percorso che appartiene prima di tutto alle comunità che hanno sopportato le conseguenze dell’isolamento e che, nel corso del tempo, hanno continuato a chiedere che quell’opera venisse finalmente portata avanti, ma bisogna riconoscere con onestà che molte opere pubbliche non arrivano all’attenzione delle istituzioni soltanto perché qualcuno, all’interno di un ufficio, decide di occuparsene, bensì anche perché fuori da quegli uffici esistono persone che continuano a scrivere, chiedere, protestare, sollecitare e ricordare che un territorio non può essere condannato alla marginalità soltanto perché si trova lontano dai grandi centri urbani.
Ed è proprio questa memoria che rischia di essere cancellata quando arriva il momento degli annunci, perché l’attenzione tende facilmente a concentrarsi su chi comunica il risultato del momento, mentre scompaiono dalla narrazione coloro che hanno continuato a tenere viva la questione quando non c’erano riflettori, fotografie o occasioni di visibilità, ed è per questo che le inaugurazioni hanno quasi sempre un palco e delle fotografie, mentre le lunghe battaglie che rendono possibili quelle inaugurazioni spesso non hanno né palco né memoria, anche se sono proprio quelle battaglie a raccontare meglio la determinazione di una comunità che non ha voluto rassegnarsi.
Un’altra questione fondamentale riguarda il rapporto tra il tempo delle istituzioni e quello delle persone, perché la pubblica amministrazione ha certamente bisogno di progettazioni, autorizzazioni, verifiche, controlli e procedure capaci di garantire legalità e correttezza, ma esiste anche il tempo reale delle comunità, che non può essere continuamente subordinato a processi amministrativi incapaci di arrivare a conclusione in tempi compatibili con le necessità di un territorio, perché esiste il tempo di chi ogni giorno deve raggiungere il lavoro, quello degli studenti che devono spostarsi per frequentare scuole e università, quello delle famiglie che devono accedere ai servizi sanitari, quello delle imprese che devono trasportare merci e prodotti, quello degli operatori turistici che cercano di accompagnare visitatori tra borghi, musei, sentieri e aree naturalistiche e, soprattutto, esiste il tempo dei giovani che devono decidere se costruire il proprio futuro nei luoghi in cui sono nati oppure cercarlo altrove.
Quando un’infrastruttura viene attesa troppo a lungo, quindi, non dovremmo limitarci a domandarci quanto tempo sia stato necessario per completare una procedura o superare un ostacolo amministrativo, ma dovremmo avere il coraggio di chiederci anche quante opportunità economiche sono state perse nel frattempo, quante attività non sono nate, quanti investimenti hanno scelto altri territori e quante persone sono partite perché non riuscivano più a immaginare qui una prospettiva concreta, perché il tempo amministrativo può essere spiegato attraverso gli atti e ricostruito attraverso i documenti, mentre il tempo perduto da una comunità, quando si traduce in partenze, chiusure, rinunce e occasioni mancate, è molto più difficile da recuperare.
È proprio alla luce di questa lunga storia che oggi, davanti alla prospettiva dell’avvio del nuovo cantiere della Fondovalle Calore, la richiesta dovrebbe essere semplice, chiara e comprensibile a tutti, perché non abbiamo bisogno di un altro comunicato stampa che ci dica genericamente che i lavori partiranno presto, che il cantiere è imminente o che ormai manca poco, ma abbiamo bisogno di una data certa, pubblica e verificabile, dal momento che dopo anni di attese espressioni come “a breve”, “presto”, “in tempi brevi” o “nei prossimi giorni” non possono più rappresentare una risposta sufficiente per una comunità che ha il diritto di sapere quando le imprese entreranno concretamente nelle aree interessate, quando inizieranno realmente i lavori e attraverso quale cronoprogramma sarà possibile seguire l’avanzamento dell’opera, verificando nel tempo che gli impegni assunti vengano effettivamente rispettati.
Questo non significa negare l’importanza dei passaggi amministrativi già compiuti, perché la conclusione e l’aggiudicazione di una procedura rappresentano certamente fatti rilevanti e necessari, ma proprio perché siamo arrivati a questo punto è necessario distinguere con chiarezza ciò che è già avvenuto da ciò che deve ancora accadere, evitando di confondere un atto amministrativo con l’effettiva apertura del cantiere e chiedendo semplicemente che venga comunicato, quando formalmente disponibile, il giorno in cui i lavori inizieranno concretamente.
Non si tratta quindi di alimentare polemiche o di sminuire risultati reali, ma di passare dalle dichiarazioni alla certezza, dagli annunci ai fatti e dalla comunicazione istituzionale alla verifica concreta di ciò che accade sul territorio, perché un finanziamento, un progetto approvato, una procedura conclusa o l’annuncio di un cantiere rappresentano tappe importanti, ma per i cittadini il cambiamento comincia realmente quando i lavori partono e quando esiste la possibilità di conoscere in maniera chiara ciò che deve accadere, evitando che ogni nuova fase dell’opera diventi l’inizio di un’altra attesa indefinita.
La domanda, quindi, non ha bisogno di formule complicate e dovrebbe essere posta con la massima semplicità: quando parte realmente il nuovo cantiere della Fondovalle Calore? Non chiediamo l’ennesimo comunicato stampa che ci dica che manca poco, ma chiediamo una data e, insieme ad essa, un cronoprogramma pubblico e verificabile, perché dopo tanti anni di attese la trasparenza non è una concessione, ma una forma di rispetto nei confronti delle comunità interessate.
Il completamento della Fondovalle, tuttavia, non può essere affrontato separatamente dalla situazione delle strade che collegano i paesi alla valle, perché una moderna infrastruttura principale può svolgere pienamente la propria funzione soltanto se anche la rete che la alimenta è sicura, funzionale e adeguata alle esigenze di chi vive, lavora e investe sul territorio, e per Roscigno, Sacco, Bellosguardo, Corleto Monforte, Sant’Angelo a Fasanella e per gli altri centri degli Alburni e del Calore Salernitano la vera questione non è soltanto sapere che esiste una Fondovalle, ma poterla raggiungere attraverso collegamenti moderni che permettano a cittadini, lavoratori, imprese e visitatori di spostarsi senza dover affrontare continuamente difficoltà, interruzioni o condizioni della viabilità che finiscono per ridurre i benefici dell’infrastruttura principale.
Non avrebbe molto senso, infatti, realizzare una strada moderna lungo la valle e lasciare intorno ad essa una rete viaria fragile, perché la modernità non può fermarsi all’asse principale, ma deve raggiungere i paesi e trasformare la Fondovalle nella dorsale di un sistema territoriale più ampio, capace di mettere realmente in relazione le comunità, i servizi, le attività economiche e le opportunità, e soltanto quando questo collegamento tra asse principale e rete locale sarà realmente efficace potremo parlare di un’infrastruttura capace di esprimere pienamente il proprio valore economico e sociale.
C’è poi un tema che riguarda direttamente la responsabilità politica e istituzionale, perché davanti alle difficoltà delle aree interne non possiamo continuare ad assistere a una lunga catena nella quale ogni livello amministrativo si limita a indicare un altro ente come soggetto competente, trasferendo continuamente altrove la responsabilità di trovare una soluzione, dal momento che è evidente che ogni istituzione possiede competenze differenti e che un amministratore comunale non può sostituirsi alla Provincia, alla Regione o allo Stato quando una materia appartiene ad altri livelli istituzionali, ma la distinzione delle competenze non può trasformarsi in un alibi per l’immobilismo, perché rappresentare una comunità significa anche costruire proposte, cercare interlocuzioni, sollecitare gli enti competenti, seguire i procedimenti, creare alleanze tra territori e mantenere alta l’attenzione fino a quando una necessità concreta non trova una risposta altrettanto concreta.
Chi ricopre una carica istituzionale non dovrebbe quindi limitarsi a spiegare che qualcosa dipende da altri o a inviare una richiesta per poi considerare concluso il proprio compito, perché il dovere politico di rappresentare un territorio consiste anche nel seguire quella richiesta, sostenerla, costruire consenso intorno ad essa, cercare interlocutori e continuare a chiedere risposte fino a quando il problema non viene affrontato, ed è proprio per questo che chi ricopre una responsabilità istituzionale non può girarsi dall’altra parte davanti ai problemi della propria comunità e non può limitarsi a chiedere agli altri ciò che dovrebbe contribuire a costruire, per quanto rientra nelle proprie possibilità e competenze, per la crescita economica e territoriale del luogo che rappresenta.
Amministrare non significa soltanto gestire ciò che già esiste, approvare atti, affrontare l’ordinaria attività amministrativa e mantenere in funzione i servizi esistenti, ma significa anche immaginare ciò che ancora manca, individuare le opportunità, progettare il futuro e utilizzare il proprio ruolo per fare in modo che quelle opportunità possano trasformarsi in realtà, perché in un territorio che perde abitanti, attività economiche e servizi, limitarsi a gestire ciò che rimane significa rischiare di amministrare progressivamente il declino, mentre ciò di cui abbiamo bisogno è esattamente il contrario, cioè di rappresentanti istituzionali capaci di creare condizioni nuove, attrarre risorse, costruire relazioni, proporre soluzioni e lavorare perché il territorio torni a produrre opportunità.
Per questo la domanda da rivolgere a chiunque ricopra una responsabilità pubblica non dovrebbe essere soltanto «di chi è la competenza?», ma anche «che cosa stai facendo, con gli strumenti e le possibilità che il tuo ruolo ti mette a disposizione, affinché questo problema venga finalmente affrontato e risolto?», perché chiedere l’intervento di altri livelli istituzionali è spesso necessario, ma non può diventare il modo attraverso il quale si trasferisce altrove ogni responsabilità politica per la crescita della comunità che si rappresenta.
Quando si parla di spopolamento delle aree interne si pensa quasi sempre, giustamente, alla mancanza di lavoro, ma una comunità non perde abitanti soltanto perché mancano opportunità occupazionali, perché le persone decidono di andare via anche quando diventa difficile raggiungere i servizi, quando le scuole si allontanano, quando l’accesso alla sanità diventa più complicato, quando fare impresa costa di più, quando spostarsi richiede tempi e difficoltà maggiori rispetto ad altri territori e quando un giovane percepisce che restare significa accettare una condizione di svantaggio permanente.
Per questo la viabilità deve essere considerata una componente essenziale di qualsiasi politica seria contro lo spopolamento, non perché una strada possa creare automaticamente occupazione o invertire da sola una tendenza demografica complessa, ma perché senza collegamenti moderni diventa molto più difficile costruire le condizioni nelle quali lavoro, turismo, impresa, servizi e investimenti possano svilupparsi, considerando che una strada da sola non farà tornare i giovani, ma un territorio isolato difficilmente riuscirà a convincerli a restare, una strada da sola non creerà imprese, ma un’impresa valuta anche l’accessibilità prima di scegliere dove investire, e una strada da sola non creerà turismo, ma un visitatore deve poter raggiungere con relativa facilità i luoghi che vogliamo valorizzare.
Pensiamo allora alle potenzialità di Roscigno Vecchia, del museo di Monte Pruno, delle Grotte di Castelcivita, dei sentieri degli Alburni e del Calore Salernitano, dei nostri borghi, delle aziende agricole, delle produzioni locali, delle strutture ricettive e dell’immenso patrimonio culturale, storico e paesaggistico che caratterizza questa parte della provincia, e comprenderemo immediatamente quanto una rete di collegamenti moderni potrebbe contribuire a trasformare luoghi oggi percepiti come separati in tappe di un’unica esperienza territoriale, perché il turismo delle aree interne non può continuare a essere affidato soltanto a eventi occasionali, fotografie sui social o iniziative isolate, ma per diventare economia stabile deve trasformarsi in una vera filiera fatta di accoglienza, guide, trasporti, prenotazioni, ristorazione, strutture ricettive, prodotti locali, percorsi culturali e servizi che permettano al visitatore di arrivare, muoversi tra più luoghi, fermarsi più a lungo e lasciare sul territorio una ricaduta economica più significativa.
Per fare tutto questo non bastano la bellezza dei luoghi e la buona volontà dei singoli operatori, perché servono organizzazione, coordinamento, servizi e soprattutto una visione capace di mettere in rete ciò che oggi continua troppo spesso a essere promosso separatamente, ed è in questa prospettiva che la Fondovalle Calore potrebbe diventare molto più di una strada e trasformarsi in un’infrastruttura economica capace di mettere in relazione turismo, agricoltura, artigianato, cultura, commercio e servizi, contribuendo a creare quelle opportunità di lavoro che rappresentano una delle condizioni indispensabili per contrastare seriamente lo spopolamento.
La domanda più importante, quindi, non dovrebbe riguardare soltanto il momento in cui la Fondovalle sarà completata, ma che cosa saremo capaci di fare quando finalmente avremo a disposizione collegamenti moderni e un territorio più facilmente accessibile, perché sarebbe un errore enorme aspettare per anni un’infrastruttura e poi scoprire, una volta realizzata, di non aver preparato nulla capace di trasformarla in sviluppo, mentre dovremmo già oggi domandarci se vogliamo utilizzare una strada migliore semplicemente per spostarci in maniera più agevole oppure se intendiamo sfruttare questa maggiore accessibilità per attrarre investimenti, sostenere le aziende agricole, migliorare l’offerta turistica, costruire nuovi servizi e mettere finalmente in rete i paesi degli Alburni e della Valle del Calore.
La differenza è sostanziale, perché una strada senza una strategia rimane soltanto una strada, mentre un’infrastruttura inserita in una visione territoriale può diventare uno strumento capace di creare sviluppo, lavoro e nuove opportunità, ed è proprio per questo che non possiamo aspettare il completamento dell’opera per iniziare a discutere su ciò che dovrà accadere dopo, ma dovremmo prepararci già adesso, costruendo reti tra Comuni, imprese, operatori turistici, produttori, strutture ricettive, ristoratori, guide, associazioni e soggetti capaci di progettare e promuovere una vera offerta integrata.
Le aree interne, del resto, non chiedono privilegi, non chiedono corsie preferenziali e non chiedono miracoli, ma chiedono semplicemente di poter disporre delle condizioni necessarie per vivere, lavorare e fare impresa senza essere continuamente penalizzate dalla propria posizione geografica, perché chi vive in un piccolo Comune ha gli stessi diritti di chi vive in una grande città, chi apre un’attività negli Alburni e nelle zone del Calore Salernitano dovrebbe poter competere senza partire da uno svantaggio infrastrutturale permanente e chi vuole restare dovrebbe poterlo fare senza sentirsi costretto a scegliere tra le proprie radici e il proprio futuro.
Per questo una strada moderna non dovrebbe essere raccontata come un regalo alle aree interne, ma come una normale infrastruttura necessaria a garantire equilibrio territoriale, pari opportunità e condizioni adeguate di sviluppo, ed è proprio qui che ritorna la frase dalla quale siamo partiti: «Da noi, ciò che dovrebbe essere normale amministrazione finisce troppo spesso per essere celebrato come qualcosa di straordinario.»
Forse il vero cambiamento inizierà quando smetteremo di considerare straordinario ciò che dovrebbe essere normale, quando gli annunci verranno seguiti da risultati verificabili e quando chi rappresenta il territorio comprenderà che il proprio compito non consiste soltanto nel raccontare ciò che dovrebbero fare gli altri, ma nel contribuire con determinazione, nei limiti delle proprie competenze e utilizzando fino in fondo gli strumenti del proprio ruolo, a costruire ciò di cui una comunità ha bisogno.
La vera inaugurazione della Fondovalle Calore, infatti, non sarà quella di un comunicato stampa, di una procedura conclusa o dell’ennesimo annuncio secondo cui il cantiere partirà presto, ma arriverà quando potremo finalmente utilizzare una rete viaria moderna, sicura e funzionale, realmente collegata ai nostri paesi, alle nostre imprese, ai nostri servizi e alle opportunità economiche che questo territorio deve essere capace di creare, e quando quel giorno arriverà sarebbe giusto ricordare non soltanto chi sarà presente davanti alle telecamere o al taglio del nastro, ma anche chi quella strada l’ha chiesta quando non c’erano riflettori, chi ha continuato a parlarne quando sembrava dimenticata, chi ha sollecitato le istituzioni, chi ha contestato i ritardi e chi non ha mai accettato che l’isolamento delle nostre aree interne dovesse essere considerato un destino inevitabile.
Perché la storia di un’opera pubblica non comincia il giorno in cui viene inaugurata, ma molto prima, nelle richieste, nelle battaglie, nelle attese, nella perseveranza di chi continua a chiedere risposte e soprattutto nella capacità di una comunità di non rassegnarsi quando le risposte tardano ad arrivare.
Adesso, però, siamo arrivati a un passaggio nel quale le parole devono lasciare definitivamente spazio alla concretezza, perché per il nuovo cantiere della Fondovalle Calore vogliamo una data certa e non un altro comunicato stampa privo di certezze temporali, vogliamo sapere quando inizieranno realmente i lavori, vogliamo un cronoprogramma verificabile e vogliamo che chi ricopre responsabilità istituzionali segua l’opera fino alla sua effettiva realizzazione, senza limitarsi a indicare ciò che dovrebbero fare gli altri o ad attribuire sempre altrove la responsabilità del futuro del territorio.
Le aree interne di questa parte del Salernitano hanno già aspettato abbastanza e non chiedono nulla di eccezionale, ma chiedono semplicemente quella normalità che troppo spesso, proprio qui, finisce per apparire straordinaria: collegamenti moderni, servizi accessibili, opportunità di lavoro, istituzioni presenti, amministratori capaci di assumersi responsabilità e una politica che impari finalmente a misurare il proprio valore non sulla quantità degli annunci, ma sulla concretezza, sulla qualità e sulla durata dei risultati, perché il futuro di un territorio non si costruisce con promesse ripetute nel tempo, ma con decisioni, opere e opportunità capaci di cambiare realmente la vita delle persone.




