La lettera aperta di Nicola Nigro riporta al centro i quindici mesi dell’amministrazione Paolino. Il mancato dialogo, la rottura con gran parte dei consiglieri eletti e la formazione di nuovi equilibri erano già emersi negli articoli pubblicati da UNICO mentre la crisi maturava. Ma c’è una domanda che viene prima di tutte le altre: quando furono costruite le liste, sindaco e candidati chiarirono come sarebbe stata composta la Giunta in caso di vittoria?
Gaetano Paolino arrivò alla guida di Capaccio Paestum nel maggio 2025 con un risultato che sembrava non lasciare spazio a problemi di stabilità: 6.988 voti, il 57,63 per cento dei consensi e dieci consiglieri eletti nelle quattro liste collegate alla sua candidatura.

Quindici mesi dopo, quella maggioranza non esisteva più.
Il 24 agosto 2026 nove consiglieri presentarono contestualmente le dimissioni. Otto dei nove erano stati eletti proprio nelle liste che avevano sostenuto Paolino. Il prefetto sospese il Consiglio e avviò il procedimento di scioglimento ai sensi dell’articolo 141 del Testo unico degli enti locali, affidando provvisoriamente il Comune al commissario prefettizio Armando Gradone.
Fra il 57,63 per cento delle urne e il commissariamento c’è però una storia politica che non può essere liquidata con una sola versione.

La lunga lettera aperta che Nicola Nigro ha indirizzato a Paolino aggiunge ora un tassello importante. Nigro non parla da osservatore esterno: ricorda di avere sostenuto la candidatura, di avere sollecitato amici a votarla e afferma di sentire oggi il dovere di spiegare ciò che, dal suo punto di vista, è accaduto.
La sua tesi è sostanzialmente questa: Paolino sarebbe stato eletto grazie a una coalizione costruita nel segno della continuità con l’esperienza precedente, ma, dopo la vittoria, avrebbe progressivamente interrotto il rapporto politico con gran parte di quel gruppo, fino a governare grazie anche al sostegno di consiglieri che gli elettori avevano mandato all’opposizione.
Nigro chiama questo passaggio “Piano B”.
Ma prima di chiederci se sia esistito davvero un “Piano B”, forse bisogna tornare ancora più indietro.

Prima delle elezioni, che cosa si erano detti sulla Giunta?
È la domanda che oggi vorremmo rivolgere a Nigro, ma soprattutto a tutti i candidati delle quattro liste che sostennero Paolino e ai dieci consiglieri poi eletti.
Negli incontri formali e informali che precedettero la formazione delle liste si parlò di come sarebbe stata composta la Giunta in caso di vittoria?
Non è una curiosità.
Potrebbe essere la chiave per comprendere l’intera vicenda.
Sul piano giuridico non ci sono molti dubbi. L’articolo 47, comma 3, del TUEL stabilisce che nei Comuni con popolazione superiore ai 15 mila abitanti gli assessori sono nominati dal sindaco anche al di fuori del Consiglio comunale. Paolino aveva dunque pienamente il potere di scegliere una Giunta composta da esterni.
Ma una cosa è la legge. Un’altra è il patto politico con il quale si costruisce una coalizione.
Se Paolino aveva spiegato prima delle elezioni che, una volta eletto, avrebbe affidato gli assessorati a professionisti esterni, perché coloro che accettarono di candidarsi non manifestarono allora il proprio dissenso?
Se, invece, questa intenzione non fu mai dichiarata, perché una scelta destinata inevitabilmente a incidere sugli equilibri tra le liste, sui territori rappresentati e sulle aspettative degli eletti non venne affrontata prima del voto?
E se la risposta fosse un “ni”, allora probabilmente tutti fecero i conti senza l’oste.
Paolino poteva avere già in animo di esercitare fino in fondo una prerogativa che la legge gli riconosceva: sono stato eletto sindaco e scelgo io la squadra con cui amministrare.
I candidati, dall’altra parte, potevano avere dato per scontata una consuetudine politica molto diffusa: chi raccoglie più preferenze e rappresenta maggiormente le liste e il territorio parteciperà anche al governo attraverso la Giunta.
Quella consuetudine, però, non costituisce un diritto giuridico all’assessorato.
Costituisce, semmai, un’aspettativa politica. E proprio per questo avrebbe dovuto essere chiarita prima.
Già il 21 giugno 2025, commentando la decisione di Paolino di affidarsi agli esterni, UNICO aveva evidenziato che il sindaco stava scegliendo una strada diversa dalla prassi che normalmente porta a pescare gli assessori tra i consiglieri più votati.
Allora la scelta poteva apparire una scommessa.
Oggi quella domanda assume un peso molto diverso.

Le maggioranze non si rompono soltanto quando vengono violati gli accordi. A volte si rompono perché, all’inizio, ciascuno era convinto di avere sottoscritto un accordo diverso.
La continuità: sulle opere o anche sul metodo?
Nigro insiste sulla continuità promessa durante la campagna elettorale.
Ricorda che molti cantieri erano già aperti e sostiene che Paolino si fosse presentato anche come colui che avrebbe completato il lavoro avviato dall’amministrazione precedente.
Ma anche qui occorre specificare.
Continuità di che cosa?
Delle opere pubbliche?
Del programma?
Della coalizione?
Del metodo politico?
Perché è possibile promettere di completare un’opera progettata dal predecessore e, contemporaneamente, voler governare con un metodo completamente diverso.
Se questo non fu chiarito, il primo equivoco potrebbe essere nato proprio lì.
Una parte degli eletti avrebbe interpretato la continuità come prosecuzione anche di un modello politico nel quale gli eletti partecipavano direttamente alla gestione amministrativa.

Paolino potrebbe averla interpretata esclusivamente come continuità delle cose da fare.
Due idee profondamente differenti.
Quello che UNICO scriveva già nel giugno 2025
Quando Paolino presentò la Giunta esterna, UNICO non contestò la legittimità della scelta.
Anzi.
Scrivemmo che il sindaco aveva deciso di esercitare pienamente il proprio potere di nomina. Ma contemporaneamente sottolineammo un problema: assessori dotati di competenze tecniche avrebbero dovuto riuscire a entrare rapidamente in sintonia con la città e, soprattutto, con i consiglieri eletti.
Non era una previsione di sventura.
Era un problema politico oggettivo.
Il consigliere comunale non è soltanto qualcuno che alza una mano in aula. Porta con sé voti, relazioni, territori, promesse fatte durante la campagna elettorale e un rapporto diretto con gli elettori.
Se lo si tiene fuori dalla Giunta, è ancora più necessario costruire un sistema stabile di confronto.
Ed è precisamente questo che, secondo Nigro, sarebbe progressivamente mancato.
La maggioranza che cambiò pelle

Il punto sul quale la testimonianza di Nigro incontra maggiormente la cronaca raccontata da UNICO riguarda la trasformazione degli equilibri consiliari.
Nigro sostiene che coloro che avevano contribuito alla vittoria furono progressivamente messi ai margini, mentre una parte degli avversari finì per sostenere l’amministrazione.
L’espressione “Piano B” appartiene a Nigro e, allo stato, non abbiamo elementi per affermare che esistesse un progetto preordinato.
Il mutamento della maggioranza, invece, è storia politica documentata.
Nel dicembre 2025 sette consiglieri eletti con Paolino sottoscrissero insieme a Simona Corradino una mozione di sfiducia.
La mozione fallì.
Ma da quel momento divenne evidente un paradosso: il sindaco restava in carica anche grazie al comportamento di esponenti che erano stati eletti contro di lui.
Ad agosto 2026 arrivammo all’8 contro 8 in Consiglio.
UNICO scrisse allora una frase che oggi appare ancora più significativa: i numeri per governare li avevano forniti gli elettori; erano stati consumati dalla politica, non dalle urne.
Nigro: “Ho provato a ricucire”
Per Nigro la parola decisiva è dialogo.
Nella lettera racconta di essersi attivato personalmente per tentare una ricomposizione.
Sostiene di avere parlato con alcuni consiglieri, riscontrandone la disponibilità, di avere coinvolto Paolo Paolino, fratello dell’allora sindaco, e di avere poi incontrato Gaetano Paolino in piazza Santini poco prima di Natale 2025.
Secondo il suo racconto, avrebbero dovuto rivedersi per preparare un incontro collegiale finalizzato a ricucire la maggioranza. La telefonata per fissare quell’appuntamento, però, non sarebbe mai arrivata.
È una testimonianza diretta di Nigro e come tale va considerata.

Per trasformarla in ricostruzione completa bisogna conoscere anche la versione di Paolino e degli altri protagonisti.
Ma è significativo che proprio in quei mesi UNICO registrasse una crisi sempre più evidente sul terreno del metodo, della rappresentanza e dei rapporti interni.
Paolino racconta un’altra storia
C’è, infatti, un’altra versione.
Quella dell’ex sindaco.
Nel bilancio pubblicato dopo la fine dell’esperienza amministrativa, Paolino sostiene di avere respinto pressioni, «forzature» e richieste che riteneva incompatibili con il proprio ruolo.
La sua narrazione non è quella di un sindaco che rifiuta il dialogo.
È quella di un sindaco che afferma di avere rifiutato di cedere a richieste considerate inaccettabili.
E accompagna questa ricostruzione con un lungo elenco dei risultati che rivendica nei quindici mesi di governo: risanamento finanziario, opere pubbliche, finanziamenti ottenuti, turismo, approvvigionamento idrico, interventi ambientali e percorso di stabilizzazione dei lavoratori Paistom.
Ecco quindi il vero conflitto interpretativo.
Per Nigro e per una parte degli ex consiglieri, il problema sarebbe stato la mancanza di confronto.
Per Paolino, il problema sarebbe stato il limite oltre il quale il confronto diventava condizionamento.
Sono cose molto diverse.
Ed è proprio su questa linea sottile che bisognerebbe finalmente entrare nel merito.
Che cosa chiedevano realmente i consiglieri?
Quali richieste erano politiche e quindi legittimamente negoziabili?

Quali, secondo Paolino, erano invece inaccettabili?
E quali fatti documentabili sostengono le rispettive versioni?
Senza queste risposte, ciascuno può raccontare soltanto metà della storia.
Il “Piano B”: fatto o interpretazione?
Nigro torna ripetutamente su una domanda: quando sarebbe nato il “Piano B”, prima o dopo le elezioni?
È una domanda legittima.
Ma contiene già un’ipotesi che deve essere dimostrata: che un Piano B sia realmente esistito.
Quello che sappiamo è che la maggioranza originaria si divise e che il sindaco cercò successivamente i numeri necessari per continuare a governare.
Questo è un fatto.
Che ciò derivasse da un progetto elaborato anticipatamente è invece, almeno fino a quando non emergeranno elementi diversi, una interpretazione politica.
Ed è proprio per questo che la questione della Giunta iniziale diventa decisiva.
Se prima del voto non c’era stato un accordo chiaro sul metodo di governo, forse non serve immaginare un piano segreto per spiegare tutto ciò che accadde successivamente.
Potrebbe essere bastato un patto politico incompleto.
Articolo 141 e articolo 143: non confondiamoli
Anche sulla Commissione d’accesso occorre usare precisione.
La Commissione d’indagine fu nominata dal Prefetto il 16 maggio 2025 ai sensi dell’articolo 143, comma 2, del TUEL, per verificare eventuali forme di infiltrazione o condizionamento della criminalità organizzata.
Nigro sostiene che non sarebbe stato riscontrato «nessun atto da incriminare». La formulazione, però, è troppo netta per essere assunta come conclusione istituzionale.
Lo stesso Paolino parla, nel proprio bilancio, di misure di self cleaning, di prescrizioni e di una fase di monitoraggio.
La crisi che ha posto termine alla sua amministrazione segue invece una strada diversa: quella dell’articolo 141, conseguente alle dimissioni della maggioranza dei consiglieri. Il Prefetto ha infatti disposto la sospensione del Consiglio e avviato il procedimento per il suo scioglimento su questa base normativa.
Due vicende distinte.
Mescolarle non aiuta a capire.
Forse il problema è più grande di Paolino
Resta infine una questione che UNICO aveva già sollevato all’indomani della caduta.
Paolino non è il primo sindaco di Capaccio Paestum a vedere concludersi anticipatamente il proprio mandato per la dissoluzione della maggioranza consiliare.
La successione delle crisi suggerisce che dietro le responsabilità dei singoli possa esserci un problema più profondo: maggioranze molto forti nel giorno del voto e sorprendentemente fragili durante il governo.
Liste civiche costruite intorno ai candidati, partiti sempre meno capaci di mediare, consenso personale, preferenze individuali, aspettative di rappresentanza, rapporti tra Giunta e Consiglio.
Il caso Paolino contiene tutti questi elementi.
Per questo la lettera di Nicola Nigro è utile.
Non perché consegni una verità definitiva.
Ma perché costringe a riaprire domande che forse furono chiuse troppo presto.
La prima non riguarda il “Piano B”.
Viene prima.
Quando Paolino, i promotori della candidatura e coloro che accettarono di entrare nelle sue liste costruirono l’alleanza che avrebbe poi vinto con il 57,63 per cento, si dissero chiaramente come sarebbe stato esercitato il potere dopo la vittoria?
Se la risposta è sì, qualcuno successivamente ha cambiato idea.
Se la risposta è no, fu commesso un grave errore politico.
Se la risposta è “ni”, probabilmente ognuno fece i conti senza l’oste.
Paolino confidando nel potere di scelta che la legge attribuisce al sindaco.
Gli eletti confidando nella consuetudine secondo cui il consenso raccolto alle urne avrebbe trovato rappresentanza anche nella Giunta.
E allora il “Piano B” potrebbe essere arrivato dopo.
Oppure potrebbe non essere mai esistito.
Perché, qualche volta, non serve un piano per rompere una maggioranza: basta scoprire troppo tardi che coloro che l’avevano costruita non avevano mai concordato davvero le regole con cui governare insieme.




