Uniti dalla comune macro-famiglia dei dialetti meridionali intermedi, l’irpino e il riciglianese si incontrano oltre i confini geografici, inserendosi nella tradizione contemporanea che nobilita le parlate locali attraverso la reinterpretazione della grande poesia italiana.
.La varietà delle lingue e dei dialetti rappresenta uno strumento fondamentale per conservare la memoria e l’identità di un territorio. Questo legame tra espressione verbale e radici locali è emerso nel corso della presentazione del libro di poesie “Tra realtà e fantasia” di Vito Caponigri, che ho recentemente condotto a Ricigliano. Sullo sfondo delle suggestive montagne della vicina Basilicata, l’incontro si è rivelato un efficace confronto linguistico in cui la compresenza di italiano, dialetto locale e vernacolo di un diverso territorio hanno evidenziato la complessità culturale dell’area meridionale e messo a confronto differenti tradizioni orali e scritte.
Una programmata sequenza di letture ha inizialmente concentrato l’attenzione sui testi in lingua italiana del poeta Caponigri, declamati dal prof. Gennaro Ciampolillo: opere in lingua nazionale che riflettono su temi universali come l’amore, l’amicizia, la fede, il dolore della perdita, la spiritualità.
Il dibattito in seguito si è focalizzato sulla riscoperta del parlar materno locale, con la lettura da parte di Caponigri dei suoi componimenti scritti nel dialetto riciglianese e in cui il vernacolo, lungi dall’essere semplice parentesi di folklore, si è rivelato una lingua autonoma in grado di raccontare con vitale nitidezza la quotidianità locale.
Al riciglianese si è affiancato un altro idioma, presentato attraverso un originale esperimento di traduzione letteraria di Gennaro Ciampolillo, che ha declamato una versione in dialetto irpino del V Canto dell’Inferno di Dante: la celeberrima storia di Paolo e Francesca tratta dal suo libro Giron-zolando, traduzione della Divina Commedia che si fregia dell’introduzione del dantista Massimo Desideri. La lettura ha mostrato la forza e la precisione dell’irpino, una lingua con radici antiche, osche e latine, caratterizzata da parole tronche ed efficaci.
Un’ operazione di riscrittura, quella di Ciampolillo, che richiama altri riusciti esempi contemporanei. Penso a Dante Rampini e alla sua traduzione integrale delle tre cantiche in parmigiano; a Maria Teresa Pantani che in montanaro reggiano ha tradotto i canti più celebri dell’Inferno (è da rilevare che il suo “Un girtîn par l’infēren” presenta una reinterpretazione ruvida e profonda molto vicina per densità semantica ed emotiva a quanto proposto da Ciampolillo); a Paolo Demuru e alla sua traduzione integrale della Divina Commedia in gallurese; a Franco Narducci che ha trasferito parti dell’Infermo e del Purgatorio nelle sonorità del dialetto aquilano.
L’atto di portare la traduzione dantesca in lingua irpina all’interno di un paese in cui si parla un differente dialetto, come il riciglianese, genera un forte impatto culturale basato sull’incontro identitario, trasformando il dialetto da potenziale barriera geografica a vero strumento di scambio interculturale. Ciò non solo evidenzia le specifiche differenze fonetiche e morfologiche tra i territori, ma promuove il valore universale dell’idioma locale. Pur con le loro peculiarità, entrambe le parlate appartengono al ceppo dei dialetti meridionali intermedi: la loro convivenza ravvicinata con la codificazione dell’italiano ha mostrato come la pluralità linguistica sia la vera ricchezza per proteggere e far comunicare le diverse comunità e le loro culture.
ANTONELLA CASABURI





1 commento
Molto acuto…