Per qualche ora il borgo antico di Roccadaspide torna ad essere il luogo dove le persone si incontrano, si salutano e si raccontano, seguendo il passo lento dei santi e della memoria.
Ci sono giorni nei quali un paese smette di essere semplicemente un insieme di case e strade e torna ad essere una comunità.
Accade durante le feste patronali, quando il sacro e il profano si intrecciano senza conflitti, convivendo in una rappresentazione collettiva che da secoli si rinnova uguale e diversa.
A Roccadaspide la processione di Sant’Antonio e San Vito attraversa il centro storico come un lungo racconto in movimento.

Le statue avanzano lentamente tra vicoli e piazzette, accompagnate da canti che riportano alla memoria nenie antiche, capaci di richiamare sugli usci e ai balconi anche quei pochi residenti che ancora abitano il borgo antico.
Gli attori sono sempre gli stessi e, allo stesso tempo, sempre nuovi.
Ci sono i parroci, don Cosimo e don Gianluca, i diaconi e i presbiteri. Ci sono i portatori, reclutati tra uomini dalle spalle robuste, chiamati a sostenere il peso materiale della devozione popolare. Ci sono i chierichetti, con le loro tuniche bianche e gli stendardi che riportano gli adulti ai ricordi dell’infanzia e a un tempo che sembra lontanissimo ma che, puntualmente, ritorna.
L’avanzare della processione è scandito dalle soste presso i tradizionali punti di ristoro, dove pane, companatico e bevande vengono offerti ai portatori. Gesti semplici che raccontano una cultura dell’accoglienza e della condivisione sopravvissuta ai cambiamenti del tempo.

Subito dietro emerge la figura del sindaco Gabriele Iuliano, con la fascia tricolore, accompagnato da assessori e consiglieri comunali. Le autorità civili seguono quelle religiose in una liturgia parallela che da sempre caratterizza le feste patronali dei paesi del Sud dell’Italia.
A fare da battistrada sono donne e bambini, mentre la banda musicale accompagna il cammino alternando marce e motivi tradizionali che segnano il ritmo dell’incedere processionale.
Ma forse la parte più interessante della processione si trova più indietro.
Dove le persone si incontrano, si fermano, si salutano, riprendono discorsi lasciati in sospeso mesi o anni prima.
Le processioni, in fondo, sono anche questo: una geografia delle relazioni.
Un’occasione per ritrovare amici, parenti e conoscenti.
Anch’io e Ginetta non mi sottraiamo a questo rito laico che accompagna quello religioso.
Antonella e Gina si accompagnano con Olimpia e Sisa; io e Gennaro andiamo per altre “vie” …
Scambio idee con Girolamo Auricchio, mi soffermo in una piacevole conversazione con Francesca Mauro, mi confronto con Franco Mauro e con la sua gentile consorte Rosalba. Con tanti altri ci si limita a un saluto veloce, ma mai banale.
Sono incontri che raccontano una vita trascorsa nello stesso paese e che restituiscono il senso di appartenenza a una comunità.
Al termine della processione l’assemblea si ricompone nella chiesa di Santa Maria della Speranza.
Le navate sono gremite. Molti restano in piedi. Altri seguono la celebrazione dal piazzale antistante.
Nel presbiterio, accanto a don Cosimo, c’è il fidato Gaetano. Il coro, diretto da Sabina Martiello, si supera nell’accompagnare la liturgia. Assente soltanto, per motivi di salute, Sergio Carrozza, presenza storica della corale.
Intanto, in Piazza XX Settembre, il comitato festa completa l’allestimento del palco che ospiterà il concerto serale.
È il momento in cui il profano riprende il proprio spazio senza cancellare il sacro.
La festa continua.
E continua anche per noi, che con Antonella, Gina e Gennaro concludiamo la serata davanti a una pizza e una birra al Nascondiglio e un gustoso gelato alla gelateria del bar “Potobello”.
Forse è proprio questa la forza delle feste patronali.
Non sono soltanto celebrazioni religiose.

Sono il luogo dove una comunità si riconosce, si racconta e si ritrova.
Quest’anno la scelta di riportare le celebrazioni legate a Sant’Antonio nel centro storico di Roccadaspide ha offerto una prospettiva diversa alla festa.
Per qualche ora il borgo antico è tornato ad essere il cuore pulsante del paese.
E, osservando quel lungo corteo di persone, voci e relazioni, è apparso chiaro che la vera processione non era soltanto quella dei santi.
Era quella di una comunità che, nonostante tutto, continua a camminare insieme.





