Biodigestore, Bandiera Blu e Mercato ortofrutticolo: quando i settori che reggono l’economia della Piana del Sele diventano il banco di prova della politica
Capaccio Paestum non sta vivendo tre problemi separati. Sta guardando, nello stesso momento, tre facce della medesima questione: la difficoltà di governare un territorio ricchissimo, complesso, produttivo, ma attraversato da contraddizioni che non possono più essere rinviate.

Il primo caso riguarda il progetto del mega impianto a biogas in località Gaiarda, conclusosi con esito negativo dopo mesi di confronto pubblico, osservazioni tecniche e mobilitazione civica. Su Unico Settimanale la vicenda viene ricostruita come un passaggio delicato, nel quale cittadini, professionisti, residenti e associazioni hanno evidenziato criticità urbanistiche, ambientali, paesaggistiche e viabilistiche, con particolare attenzione alla vicinanza dell’impianto ad abitazioni, aziende agricole e strutture ricettive.

Il secondo caso è quello della Bandiera Blu. Capaccio Paestum, dopo la mancata conferma del 2025, resta fuori anche nel 2026 dal novero dei Comuni premiati. Nel 2025 ANSA aveva già riportato la mancata riconferma di Capaccio Paestum tra i cinque Comuni esclusi dalla FEE, ricordando che il riconoscimento si fonda su criteri legati alla qualità del mare, alla depurazione, alla gestione dei rifiuti e alla sostenibilità complessiva del territorio. Per il 2026, fonti locali riportano che, pur essendo le acque balneabili, non sarebbe stato raggiunto il livello di “eccellenza” su un numero sufficiente di tratti di litorale: su otto tratti, solo tre avrebbero ottenuto la classificazione richiesta.
Il terzo caso riguarda il Mercato ortofrutticolo di Paestum, nato nel 1973 come infrastruttura strategica della Piana del Sele e oggi sospeso tra sopravvivenza, delocalizzazione mancata e necessità di riqualificazione. Su Unico Settimanale si ricorda che il Consorzio ha acquistato circa 50.000 metri quadrati di terreno per trasferire il mercato fuori dal centro urbano, ma che tre diverse occasioni di finanziamento sono sfumate tra ritardi amministrativi, gare mai completate, domanda PNRR inviata in ritardo, contenziosi e tempi ormai scaduti.

Stiamo parlando di tre settori che trainano l’economia della pianura compresa tra i fiumi Sele e Solofrone: la zootecnia bufalina, il turismo balneare e la filiera agricola-ortofrutticola. Tre mondi che spesso vengono raccontati come comparti distinti, ma che nella realtà vivono uno dentro l’altro. Il refluo zootecnico non gestito correttamente non resta chiuso nelle stalle; può incidere sui suoli, sulle falde, sui canali, sui fiumi e, alla fine, anche sull’immagine turistica del mare. Il mare che perde riconoscimenti non penalizza solo gli stabilimenti balneari, ma l’intera reputazione della destinazione Paestum. Un mercato ortofrutticolo fermo, vecchio o irrisolto non riguarda solo gli operatori commerciali, ma la capacità del territorio di organizzare la propria produzione agricola.
Il nodo dei reflui bufalini è il punto più evidente. In un precedente articolo di Unico, dedicato all’impianto a biometano di Via Gaiarda, si ricordava che nella Piana del Sele si allevano circa 180.000 bufale, di cui oltre 40.000 nel solo territorio di Capaccio Paestum. Il comparto regionale conta circa 250.000 capi, 960 allevamenti, 95 caseifici DOP, oltre 30.000 addetti e un fatturato vicino al miliardo di euro. Ma a questa potenza economica corrisponde una criticità strutturale: oltre 3 milioni di chili di reflui al giorno, pari a circa 900 milioni di chili all’anno.

Per questo, sempre su Unico, veniva posta una domanda secca: o si riduce il numero dei capi bufalini rispettando rigidamente i limiti normativi, oppure si realizzano infrastrutture moderne capaci di ridurre l’impatto ambientale. Il biometano, in questa prospettiva, non è presentato come una moda ecologica, ma come una risposta industriale, agricola e ambientale a un problema ormai strutturale.

Eppure il caso Gaiarda dimostra che non basta dire “biodigestore” per avere automaticamente la soluzione. Il problema non è solo tecnologico, ma territoriale. Dove si realizza l’impianto? Con quali dimensioni? Con quali garanzie? Con quali controlli? Con quale rapporto con residenti, aziende agricole, turismo e paesaggio? La società proponente, dopo lo stop, ha annunciato l’intenzione di riformulare il progetto e di aprire un tavolo permanente di concertazione con mondo accademico, ambientalisti, cooperative di allevatori, operatori turistici, enti locali e soggetti istituzionali.
Qui sta il punto politico: il territorio non può dire semplicemente “no” agli impianti, se poi non indica come intende gestire milioni di chili di reflui. Ma, allo stesso tempo, non può accettare qualsiasi impianto in qualsiasi luogo, solo perché il problema esiste. La sostenibilità non è una parola magica. È pianificazione, localizzazione corretta, trasparenza dei dati, controlli veri, responsabilità degli allevatori e capacità dell’ente pubblico di guidare il processo.
La Bandiera Blu diventa allora il secondo segnale d’allarme. Non è solo un vessillo da issare sui pennoni degli stabilimenti balneari. È un indicatore reputazionale. Dice al turista che quel territorio non offre soltanto mare, ma anche servizi, depurazione, gestione ambientale, accessibilità, informazione, qualità complessiva. La mancata conferma pesa perché Capaccio Paestum non è un comune costiero qualsiasi: è la Città dei Templi, uno dei nomi più riconoscibili del Mezzogiorno, un luogo in cui archeologia, mare, ospitalità, agricoltura e mozzarella dovrebbero comporre un’unica immagine di qualità.
Il dato riportato dagli operatori balneari è ancora più pesante: la questione non riguarderebbe la balneabilità in sé, ma il mancato raggiungimento dell’eccellenza richiesta dalla FEE su un numero sufficiente di tratti. Questo significa che il problema non può essere liquidato con la formula rassicurante “il mare è balneabile”. Il turismo competitivo non vive più solo di soglie minime. Vive di certificazioni, reputazione, percezione, recensioni, qualità misurabile.
Il Mercato ortofrutticolo, infine, racconta la terza occasione sospesa. Nato per sostenere i produttori locali e organizzare la filiera, oggi paga la mancata modernizzazione. Su Unico, il presidente Vittorio Merola ricorda che vent’anni fa le ditte concessionarie erano trenta, mentre oggi sono sedici; e che il mercato non dispone di una struttura moderna e certificata. Il dato più simbolico riguarda il carciofo: trent’anni fa si commercializzavano 50.000 cassette al giorno, oggi appena 50.
Anche qui non siamo davanti a una semplice questione edilizia. Il trasferimento del mercato da viale della Repubblica alla contrada Cerro, a ridosso dell’area PIP, è stato indicato su Unico come una delle opere capaci di parlare del futuro di Capaccio Paestum. In un articolo sulle opere realizzate e programmate, il trasferimento del Mercato ortofrutticolo viene inserito accanto a lungomare, parcheggi, pineta, ex Tabacchificio, viabilità, sottopasso ferroviario e servizi pubblici, cioè dentro una visione più ampia di città e territorio.
Il mercato è una infrastruttura economica, ma anche urbana. Lasciarlo in pieno centro abitato significa continuare a convivere con una funzione che meriterebbe spazi, logistica, parcheggi, certificazioni e collegamenti adeguati. Delocalizzarlo senza una visione, però, sarebbe solo spostare un problema. Riqualificarlo significa invece decidere quale ruolo deve avere ancora l’agricoltura nella Piana del Sele: produzione vera o semplice memoria di ciò che è stata.
Il filo che unisce le tre vicende è evidente. La bufala produce ricchezza, ma anche reflui. Il mare produce turismo, ma pretende qualità ambientale. Il mercato produce valore agricolo, ma ha bisogno di strutture moderne. Se ognuno difende il proprio pezzo senza vedere il sistema, Capaccio Paestum rischia di consumare le sue stesse eccellenze.
Il punto non è essere contro il biodigestore, contro gli allevatori, contro i balneari, contro il mercato o contro il Comune. Il punto è capire se esiste ancora una regia pubblica capace di tenere insieme ciò che la realtà tiene già insieme: stalle, campi, canali, mare, spiagge, templi, turisti, produttori, commercianti, residenti.
Perché la Piana tra Sele e Solofrone non può vivere solo di emergenze, ricorsi, rinvii, bocciature e occasioni perdute. Ha bisogno di una strategia che dica con chiarezza dove devono andare gli impianti, come devono essere controllati gli allevamenti, come si protegge il mare, come si recupera la Bandiera Blu, come si rilancia il mercato ortofrutticolo, come si mette l’agricoltura nelle condizioni di restare competitiva.
Capaccio Paestum è un gigante economico e territoriale. Ma un gigante senza visione rischia di inciampare nei propri piedi.
La sfida vera, allora, non è scegliere tra ambiente e sviluppo. È costruire finalmente uno sviluppo che non distrugga l’ambiente da cui dipende. Non è scegliere tra bufale e turismo. È impedire che la forza della bufala diventi il problema del mare. Non è scegliere tra centro urbano e mercato. È dare al mercato una sede moderna, e alla città una forma più ordinata.
Biodigestore, Bandiera Blu e Mercato ortofrutticolo sono tre campanelli d’allarme. Ma possono diventare anche tre punti di ripartenza. A una condizione: smettere di trattarli come pratiche separate e cominciare a leggerli per quello che sono davvero, cioè il banco di prova della capacità di Capaccio Paestum di governare il proprio futuro.



