Una riflessione sociologica ed economica sui rischi che nascono quando amicizie, cerchie ristrette e intermediazioni personali prendono il posto delle competenze, delle regole trasparenti e delle opportunità aperte a tutti.
Esistono parole che appartengono formalmente al passato, ma continuano a descrivere il presente con una precisione sorprendente. Una di queste è “Luigini”, l’espressione con cui Carlo Levi rappresentò non soltanto un personaggio, ma una particolare struttura del potere, fondata sull’intermediazione, sulla dipendenza e sulla capacità di controllare l’accesso alle opportunità senza necessariamente crearne di nuove.
Il termine deriva da don Luigino Magalone, personaggio letterario ispirato al podestà Luigi Garambone di Aliano, il paese chiamato Gagliano nelle opere di Levi. La figura del “Luigino”, tuttavia, supera presto il riferimento individuale e diventa un tipo sociale: colui che dipende dai livelli superiori del potere e, contemporaneamente, esercita la propria influenza su chi si trova più in basso; colui che non possiede necessariamente grandi ricchezze, ma riesce a rendersi indispensabile occupando lo spazio tra il cittadino e un’informazione, tra una competenza e una collaborazione, tra un progetto e la possibilità di realizzarlo.
Applicare questa categoria al Cilento non significa affermare che esista una classe chiaramente identificabile di “Luigini cilentani”, né rivolgere accuse indistinte ad amministratori, professionisti, associazioni, imprese o cittadini. Una simile generalizzazione sarebbe ingiusta e priva di fondamento.
Il luiginismo deve essere utilizzato come una lente interpretativa, capace di aiutarci a riconoscere alcuni rischi sociali ed economici che possono manifestarsi soprattutto nelle piccole comunità, dove le opportunità sono limitate, tutti si conoscono, il mercato del lavoro è fragile e una parte importante delle iniziative dipende da risorse pubbliche, progetti temporanei e decisioni istituzionali.
La domanda, quindi, non è chi debba essere definito “Luigino”, ma quali conseguenze produca un determinato sistema di relazioni: maggiore autonomia oppure maggiore dipendenza, apertura delle opportunità oppure chiusura delle cerchie, valorizzazione delle competenze oppure selezione attraverso amicizie e appartenenze.
Quando l’amicizia diventa un criterio di accesso
Le amicizie costituiscono una delle risorse più importanti delle piccole comunità. Nei paesi cilentani la conoscenza reciproca, la vicinanza tra le famiglie e la solidarietà personale riescono spesso a compensare la carenza dei servizi, a sostenere gli anziani, ad aiutare chi attraversa un momento difficile e a mantenere vivo un tessuto sociale che altrimenti rischierebbe di indebolirsi ulteriormente.
Il problema non è quindi l’amicizia, che rappresenta un valore umano e comunitario, ma il suo possibile utilizzo come criterio per stabilire chi possa accedere alle opportunità, chi debba essere informato per primo, chi meriti una collaborazione, chi possa ricevere visibilità e chi, invece, debba rimanere ai margini.
In sociologia si distingue spesso tra relazioni che tengono unito un gruppo e relazioni che costruiscono ponti tra gruppi differenti. Le prime rafforzano la fiducia interna, la solidarietà e il senso di appartenenza; le seconde permettono alla comunità di aprirsi, accogliere nuove competenze, creare collaborazioni esterne e ampliare le possibilità economiche.
Una comunità ha bisogno di entrambe.
Il problema nasce quando i legami interni diventano talmente forti da trasformarsi in muri verso l’esterno, creando cerchie nelle quali ci si fida soltanto degli amici, dei conoscenti o delle persone considerate vicine, mentre chi non appartiene alla rete viene osservato con sospetto, anche quando possiede preparazione, idee e capacità.
La domanda «che cosa sa fare questa persona?» rischia così di essere sostituita da domande completamente diverse: «Chi conosce? Con chi sta? A quale gruppo appartiene? Possiamo fidarci di lui?».
Quando questo accade, il territorio non seleziona più soltanto competenze, ma appartenenze.
Dal diritto al favore
Il passaggio più delicato avviene quando ciò che dovrebbe essere percepito come un diritto o come il risultato di una selezione trasparente viene vissuto come un favore ricevuto da una persona influente.
Chi ottiene un’opportunità attraverso criteri pubblici e comprensibili non deve nulla a nessuno, perché ha partecipato a una procedura e ha dimostrato di possedere determinati requisiti. Chi, invece, ritiene di essere stato aiutato da un’amicizia o da una conoscenza può sviluppare una forma di riconoscenza che, nel tempo, rischia di trasformarsi in dipendenza.
Non è necessario che esista uno scambio esplicito. Non occorre che qualcuno chieda apertamente sostegno, silenzio o fedeltà. Può essere sufficiente la convinzione che una possibilità futura dipenda ancora dalla stessa relazione personale.
La libertà non viene cancellata, ma limitata dalla prudenza.
Si evita una critica, si rinuncia a porre una domanda, si accetta una decisione o si preferisce non esporsi, perché si teme di compromettere un rapporto che potrebbe risultare utile in seguito.
È in questo modo che il luiginismo può trasformare il cittadino autonomo in una persona riconoscente verso l’intermediario, sostituendo progressivamente la fiducia nelle regole con la dipendenza dalle relazioni.
Il potere prodotto dalla scarsità
Il luiginismo diventa più forte nei territori nei quali le opportunità sono poche, perché la scarsità aumenta il valore di chi riesce a controllarne l’accesso.
In una grande città, dove esistono numerosi datori di lavoro, differenti reti professionali e più possibilità di scelta, una singola persona difficilmente può controllare tutte le occasioni disponibili. In un piccolo paese, invece, anche un incarico temporaneo, una collaborazione, la partecipazione a un progetto, un’attività culturale o la conoscenza anticipata di un bando possono assumere un’importanza enorme.
Il potere del “Luigino” non dipende quindi soltanto dalla quantità di risorse che possiede, ma dalla rarità delle risorse alle quali permette di avvicinarsi.
Più il lavoro diminuisce, più cresce il valore dell’intermediazione.
Più le imprese diventano fragili, più le persone dipendono dai progetti pubblici.
Più le opportunità si restringono, più diventa potente chi può far credere di controllarle.
Si produce così un paradosso: il piccolo potere può trarre forza proprio dalla debolezza economica del territorio. Per questo potrebbe avere meno interesse a costruire una società completamente autonoma, nella quale cittadini, imprese e giovani riescano ad agire senza chiedere protezione.
Il costo economico della selezione attraverso le amicizie
Quando le amicizie e le appartenenze prendono il posto delle competenze, il primo danno economico consiste nella cattiva utilizzazione del talento.
La persona più preparata può rimanere esclusa, mentre chi appartiene alla cerchia ritenuta più affidabile può ottenere una responsabilità per la quale esistono competenze migliori. Il problema non riguarda soltanto l’ingiustizia subita dal singolo, ma il danno prodotto all’intera comunità, che rischia di ricevere servizi meno efficienti, progetti meno innovativi e iniziative incapaci di generare risultati duraturi.
Un giovane può aver studiato turismo, comunicazione digitale, archeologia, gestione d’impresa o nuove tecnologie, ma se comprende che le sue capacità contano meno delle amicizie possedute, riceve un messaggio capace di distruggere la motivazione: investire nella formazione potrebbe essere meno utile che investire nelle conoscenze personali.
In economia, questa situazione può essere letta come una cattiva distribuzione delle competenze, perché le persone non vengono collocate nei ruoli nei quali potrebbero produrre maggiore valore. Il territorio possiede capitale umano, ma non riesce a utilizzarlo; sostiene indirettamente i costi della formazione dei giovani, ma consegna ad altre città e ad altre regioni i benefici economici delle capacità acquisite.
Non si perde soltanto una persona.
Si perde un possibile imprenditore, un professionista, un innovatore, un contribuente, un consumatore e, forse, una futura famiglia.
Le imprese che non nascono
Uno dei danni più gravi del luiginismo è anche uno dei meno visibili, perché non riguarda soltanto le imprese che chiudono, ma soprattutto quelle che non vengono mai create.
Un giovane può rinunciare ad aprire un’attività perché ritiene di non avere accesso alle reti giuste. Un imprenditore esterno può scegliere di fare investimenti altrove perché percepisce un ambiente poco trasparente. Un professionista può non presentare una proposta, convinto che le decisioni siano già state prese all’interno di cerchie ristrette.
Queste rinunce non compaiono nei bilanci, non producono fallimenti ufficiali e non diventano oggetto di statistiche locali, ma rappresentano occasioni di lavoro, reddito e innovazione perdute.
Un investitore non valuta soltanto la bellezza del paesaggio, il costo di un immobile o la disponibilità di finanziamenti. Osserva anche la chiarezza delle procedure, la stabilità delle decisioni, l’affidabilità delle istituzioni e la possibilità di competere senza dover cercare protezioni.
Un territorio nel quale le informazioni sembrano circolare soprattutto attraverso amicizie e conoscenze può essere percepito come poco prevedibile. L’imprenditore esterno teme che altri operatori possiedano vantaggi informali difficili da comprendere, mentre quello locale può scegliere di non crescere per evitare di entrare in contrasto con equilibri consolidati.
La conseguenza è un’economia meno dinamica, nella quale le imprese esistenti rimangono piccole e quelle nuove faticano a nascere.
La concorrenza sostituita dalla vicinanza
Un’economia cresce quando imprese, professionisti e associazioni vengono spinti a migliorare attraverso il confronto, l’innovazione e la valutazione dei risultati. Se invece la continuità delle opportunità dipende soprattutto dalla vicinanza personale, la concorrenza si indebolisce e le posizioni tendono a trasformarsi in piccole rendite.
Un soggetto coinvolto continuamente senza una verifica seria dei risultati può sentirsi meno incentivato a innovare, migliorare la qualità o contenere i costi. Un progetto può essere riproposto per consuetudine, non perché abbia dimostrato di produrre effetti significativi. Un’associazione o un’impresa possono occupare stabilmente uno spazio non perché offrano la soluzione migliore, ma perché fanno parte della rete già consolidata.
La concorrenza non deve essere interpretata come una guerra tra persone, ma come la possibilità di confrontare proposte differenti e scegliere quelle capaci di produrre maggiore valore.
Quando il confronto viene indebolito, diminuiscono la produttività, l’innovazione e la qualità complessiva delle iniziative, mentre aumenta la tendenza a proteggere ciò che già esiste.
Il piccolo potere finisce così per difendere attività fragili invece di creare condizioni nelle quali possano nascere attività più forti.
Il costo della sfiducia
La crescita economica non dipende soltanto dal denaro, dalle infrastrutture e dai finanziamenti, ma anche dalla fiducia.
Le persone investono, collaborano e assumono rischi quando ritengono che le regole siano comprensibili, gli impegni vengano rispettati e le opportunità non dipendano interamente da rapporti personali.
Quando si diffonde l’idea che per essere ascoltati sia necessario conoscere qualcuno, la fiducia nelle istituzioni diminuisce. Chi si considera escluso smette di partecipare, chi potrebbe collaborare diventa diffidente e ogni iniziativa richiede più tempo, più mediazioni e più rassicurazioni.
Questi passaggi producono costi economici reali, anche se non vengono registrati nei bilanci: ritardi, conflitti, progetti incompiuti, duplicazioni, occasioni mancate e incapacità di costruire collaborazioni durature.
Una comunità caratterizzata da fiducia diffusa riesce a cooperare anche tra persone che non si conoscono, perché condivide regole e obiettivi. Una comunità fondata esclusivamente sulle amicizie ristrette collabora soprattutto all’interno dei propri gruppi, mentre guarda con sospetto chi rimane all’esterno.
La fiducia nelle amicizie può quindi essere molto alta, mentre la fiducia nella comunità e nelle istituzioni rimane bassa.
Lo spopolamento come selezione sociale
Lo spopolamento non è soltanto una diminuzione numerica della popolazione, ma anche un processo di selezione sociale che può allontanare proprio le persone più mobili, istruite e capaci di costruire alternative.
Chi possiede competenze spendibili altrove dispone spesso anche della possibilità di partire. Chi potrebbe chiedere maggiore apertura e introdurre innovazioni può scegliere l’uscita invece del confronto.
La partenza diventa così una soluzione individuale a un problema collettivo.
Il territorio perde proprio le persone che avrebbero potuto contribuire maggiormente al cambiamento, mentre la loro assenza riduce ulteriormente la capacità della comunità di rinnovarsi.
La diminuzione dei giovani produce inoltre effetti economici profondi, perché riduce la domanda di abitazioni, consumi e servizi, restringe la futura base fiscale, indebolisce le scuole e diminuisce la possibilità di mantenere attività commerciali e servizi essenziali.
Si crea un circolo vizioso: le poche opportunità favoriscono le partenze, le partenze restringono l’economia locale, l’indebolimento economico aumenta la dipendenza dalle risorse pubbliche e la maggiore dipendenza rafforza il ruolo degli intermediari.
Il luiginismo non rappresenta certamente l’unica causa dello spopolamento, che dipende anche dalla denatalità, dalla concentrazione dei servizi, dalla debolezza dei collegamenti e dalla maggiore attrazione esercitata dalle città. Tuttavia, può aggravarlo quando aggiunge alla mancanza di lavoro la percezione di non avere spazio, voce e possibilità di essere valutati per le proprie capacità.
Quando i finanziamenti non diventano sviluppo
Le risorse pubbliche sono indispensabili per il Cilento e per tutte le aree interne, ma il finanziamento rappresenta soltanto un mezzo, non il risultato finale.
Un edificio restaurato non costituisce automaticamente un’economia. Un museo non crea lavoro se non dispone di personale, orari certi, promozione, attività didattiche, biglietteria e collegamenti con le imprese. Un evento non genera turismo duraturo se i suoi effetti terminano insieme alla manifestazione. Un corso non produce occupazione soltanto perché consegna attestati.
Il rischio nasce quando il progetto viene considerato concluso nel momento in cui la risorsa viene spesa, senza verificare che cosa rimanga dopo alcuni anni.
Lo sviluppo dovrebbe essere misurato chiedendo quanti posti di lavoro siano stati creati, quante imprese siano state coinvolte, quali ricavi siano stati generati, quanti giorni funzioni una struttura e come l’attività continuerà dopo la conclusione del contributo.
Quando prevalgono la ricerca della visibilità, l’inaugurazione e la necessità di soddisfare determinati equilibri, può accadere che vengano privilegiati interventi facilmente comunicabili, mentre manutenzione, servizi, mobilità, connessioni digitali e sostegno alle imprese restano in secondo piano.
Il costo non riguarda soltanto il denaro eventualmente utilizzato male, ma anche le alternative sacrificate. Ogni euro destinato a un contenitore incapace di funzionare è una risorsa che non potrà essere impiegata per una strada, un servizio, un’impresa o un progetto capace di creare lavoro.
L’economia che attende il prossimo bando
Un finanziamento efficace dovrebbe lasciare sul territorio qualcosa che continui a funzionare anche dopo la fine del contributo: un’impresa, un servizio, una rete commerciale, una professionalità, una struttura sostenibile o una capacità amministrativa più forte.
Quando invece le attività esistono soltanto durante il periodo coperto dal progetto e scompaiono insieme alle risorse, il territorio ritorna al punto di partenza e comincia ad attendere il bando successivo.
Si produce movimento amministrativo, ma non necessariamente sviluppo.
In questo sistema, chi conosce le procedure, possiede relazioni e frequenta i luoghi decisionali può diventare l’intermediario indispensabile tra il territorio e le risorse esterne. Questa competenza potrebbe rappresentare una grande ricchezza, ma soltanto se viene utilizzata per trasferire conoscenze, aprire opportunità e rendere autonomi cittadini e imprese.
Diventa invece problematica quando serve principalmente a conservare l’indispensabilità di chi media.
Il vero sviluppo dovrebbe ridurre la dipendenza dall’intermediario, non renderla permanente.
Il campanilismo e la frammentazione economica
Il Cilento è composto da molti piccoli Comuni che, singolarmente, possiedono risorse limitate e difficilmente possono organizzare servizi complessi, promozione turistica continuativa, trasporti efficienti e politiche economiche capaci di creare lavoro stabile.
Nonostante questa evidenza, la collaborazione territoriale rimane talvolta più dichiarata che praticata, perché ogni paese tende a difendere il proprio progetto, il proprio evento e il proprio spazio di visibilità.
La difficoltà non nasce soltanto dal campanilismo, ma anche dal timore di perdere controllo. Collaborare significa condividere decisioni, risorse, responsabilità e riconoscimento, accettando che nessun Comune e nessun gruppo possa essere il centro di tutto.
Il piccolo potere può preferire il controllo completo di un progetto debole alla partecipazione condivisa a un progetto territoriale più forte.
Dal punto di vista economico, questa frammentazione produce duplicazioni, aumenta i costi e impedisce di raggiungere una scala adeguata. Ogni Comune realizza il proprio calendario, la propria comunicazione, il proprio portale e la propria iniziativa, mentre visitatori, imprese e lavoratori hanno bisogno di un sistema unitario.
Il turista non conosce i confini amministrativi e un’impresa non può crescere dentro un mercato composto da poche centinaia di abitanti.
Non cercare colpevoli, cambiare le regole
La risposta al luiginismo non consiste nell’individuare persone da esporre pubblicamente o nel trasformare la critica sociale in un’accusa indiscriminata.
Il luiginismo può essere riprodotto da chiunque ogni volta che cerca un’amicizia al posto di una procedura trasparente, accetta un vantaggio non accessibile agli altri, ostacola un’idea perché proviene da un gruppo differente o considera il successo di un concittadino una minaccia.
Per questo non basta sostituire le persone al comando. Se rimangono le stesse regole informali, le stesse cerchie chiuse e la stessa distribuzione delle opportunità, nuovi volti possono occupare le vecchie funzioni.
Occorrono informazioni pubblicate con anticipo, criteri verificabili, procedure aperte, valutazioni successive alla conclusione dei progetti e maggiore coinvolgimento di giovani, imprese, persone ritornate e competenze esterne.
Superare il luiginismo non significa cancellare le amicizie, ma trasformarle in ponti capaci di collegare persone, paesi e professionalità differenti, evitando che diventino porte riservate a pochi.
La scelta economica e sociale del Cilento
Il Cilento non è condannato allo spopolamento e alla marginalità, perché possiede paesaggi, storia, patrimonio archeologico, produzioni agricole, imprese, competenze e comunità capaci di costruire un futuro diverso.
Deve però scegliere se continuare a distribuire le poche opportunità esistenti attraverso reti ristrette oppure creare condizioni capaci di moltiplicarle.
La vera domanda non riguarda soltanto quanti finanziamenti arriveranno, ma quale economia e quale società nasceranno da quelle risorse: un territorio composto da cittadini autonomi o una comunità nella quale molti si sentono costretti a cercare protezione; un’economia aperta alle competenze oppure una somma di cerchie che difendono piccoli spazi; un sistema capace di produrre lavoro oppure una successione di progetti temporanei.
Carlo Levi aveva compreso che il piccolo potere può diventare una grande forza di conservazione non perché possieda una visione forte, ma perché occupa lo spazio tra le persone e la possibilità di agire.
Liberare quello spazio significa costruire una comunità nella quale nessuno debba cercare un’amicizia per esercitare un diritto, nessun giovane debba partire soltanto per vedere riconosciute le proprie capacità e nessuna impresa debba ottenere protezioni per poter competere.
Solo allora le amicizie torneranno a essere ciò che dovrebbero essere: una forza capace di unire le persone, non uno strumento per selezionare chi possa partecipare al futuro.




