Lunedì 14 settembre UNCEM, Slow Food, amministratori e produttori si confrontano sul futuro della castanicoltura. Il nuovo Presidio dei castagneti di Alpi e Appennini può diventare molto più di un progetto agricolo: una risposta all’abbandono dei territori montani
Il castagneto non è soltanto il luogo nel quale si producono castagne.

È lavoro.
È reddito.
È manutenzione dei versanti.
È paesaggio.
È presidio umano.
E soprattutto, nelle aree interne, è una delle condizioni che possono ancora rendere conveniente restare.
È da questa prospettiva che assume particolare significato l’incontro in programma lunedì 14 settembre, alle ore 19, a Roccadaspide, dedicato al valore economico, culturale e ambientale della castanicoltura campana.
Saranno presenti UNCEM, con il presidente regionale Vincenzo Luciano e il presidente nazionale Marco Bussone, e Slow Food, con la presidente nazionale Barbara Nappini.
Il confronto anticipa inoltre il lancio, previsto a Terra Madre a Torino, del Presidio Slow Food dei castagneti di Alpi e Appennini.
Un’iniziativa che può assumere un significato ben più ampio della promozione di un prodotto.
Perché intorno al castagno si gioca anche una parte del futuro delle nostre montagne.
Non si abbandona soltanto un castagneto

Quando un castagneto non viene più coltivato, non si perde soltanto una produzione.
Si perde innanzitutto una presenza.
Scompare chi puliva il sottobosco.
Chi manteneva accessibili le strade rurali.
Chi controllava i terrazzamenti.
Chi conosceva gli alberi uno per uno.
Chi si accorgeva immediatamente di una pianta malata, di un muro che cedeva, di un corso d’acqua ostruito.
L’abbandono agricolo e quello umano finiscono così per alimentarsi reciprocamente.
Meno persone significa meno manutenzione.
Meno manutenzione rende il territorio più fragile.
Un territorio più difficile da vivere produce altra partenza.
È lo stesso meccanismo che abbiamo incontrato tante volte osservando le aree interne del Cilento:
meno abitanti, meno servizi, minore attrattività, nuove partenze.
Il castagneto entra esattamente dentro questa spirale.
La terra senza chi la coltiva non si conserva da sola
Abbiamo spesso ripetuto che un territorio protetto non può essere considerato un grande museo naturalistico dal quale progressivamente scompaiono gli abitanti.
Vale anche per il castagno.
Possiamo proteggere il paesaggio sulla carta.
Possiamo riconoscerne il valore ambientale.
Possiamo inserirlo in programmi, marchi e itinerari.
Ma se non esiste più qualcuno che trae un reddito sufficiente dal prendersene cura, quel paesaggio prima o poi cambia, si degrada o scompare.
Un castagneto senza castanicoltore è destinato a diventare qualcos’altro.
Per questo il problema non può essere soltanto:
come valorizziamo la castagna?
La domanda vera è:
come rendiamo possibile continuare a fare il castanicoltore nelle aree interne?
Frutto, legno e servizi ecosistemici
UNCEM insiste da tempo sulla necessità di considerare insieme le diverse funzioni del castagno:
frutto, legno, servizi ecosistemici.
È una impostazione importante.

Perché il valore economico prodotto da chi mantiene un castagneto non coincide interamente con ciò che riesce a vendere sul mercato.
Quel produttore svolge contemporaneamente una funzione di presidio ambientale.
Mantiene vivo un paesaggio.
Riduce l’abbandono.
Contribuisce alla gestione dei versanti.
Preserva una biodiversità costruita nei secoli attraverso il rapporto tra uomo e natura.
Sono benefici dei quali gode l’intera collettività, mentre spesso i costi della manutenzione ricadono quasi completamente su chi possiede o coltiva il fondo.
È una delle grandi contraddizioni delle aree interne:
il valore prodotto dal territorio viene goduto da molti, mentre il costo della sua conservazione resta sulle spalle di pochi.
Il Presidio Slow Food può partire da qui
Il futuro Presidio Slow Food dei castagneti di Alpi e Appennini può quindi rappresentare qualcosa di più di una certificazione di qualità.
Può contribuire a riconoscere il castagneto come sistema.
L’albero.

Il frutto.
Il produttore.
Il sapere tradizionale.
Il paesaggio.
La comunità.
Il paese che gli sta intorno.
È una visione molto vicina a quella che dovrebbe guidare qualsiasi politica seria per le aree interne.
Non finanziare soltanto il prodotto finale.
Finanziare la permanenza.
Abbiamo imparato a finanziare le opere. Ora bisogna finanziare la vita
Nelle aree interne non sono mancati gli investimenti.
Abbiamo restaurato edifici.
Recuperato borghi.
Creato musei.
Realizzato sentieri.
Costruito infrastrutture.
A volte abbiamo avuto più difficoltà a capire chi avrebbe dovuto utilizzare tutto ciò una volta terminati i lavori.
È una riflessione che vale anche per l’agricoltura.
Possiamo finanziare il recupero di un castagneto.
Ma se dopo il recupero non esiste una filiera capace di remunerare chi dovrà occuparsene per vent’anni, rischiamo di avere finanziato ancora una volta l’intervento e non la funzione.
Abbiamo imparato a finanziare le opere.
Dobbiamo imparare sempre meglio a finanziare la vita che dovrà svolgersi dentro e intorno a quelle opere.
Nel caso dei castagneti significa sostenere chi raccoglie, trasforma, commercializza e mantiene il territorio.
Certificare anche la gestione
Dentro questa prospettiva entra il lavoro di PEFC Italia, impegnata nella certificazione della gestione forestale sostenibile e nella possibilità di certificare anche castagneti da frutto in attualità di coltura o sottoposti a recupero.
È un passaggio significativo.
La qualità non riguarda più soltanto ciò che viene raccolto.
Riguarda anche come viene gestito il territorio dal quale quel prodotto nasce.
E questo può diventare un elemento di valore aggiunto sul mercato.
La sostenibilità, se realmente riconosciuta economicamente, può smettere di essere soltanto un vincolo e diventare un’opportunità.
Roccadaspide e una filiera da ricostruire
All’incontro parteciperanno anche sindaci, operatori e lavoratori castanicoli.
Tra i contributi annunciati ci sono quelli dell’agrichef Bianca Mucciolo, per la rete dei castanicoltori Slow Food, e dell’agronoma Roberta Cataldo, impegnata nel progetto Castanea.
È importante che il confronto non rimanga confinato alle istituzioni.
Perché una strategia costruita senza ascoltare chi lavora quotidianamente nei castagneti rischierebbe di ripetere un errore già visto tante volte nelle politiche per le aree interne:
progettare il territorio senza partire da chi il territorio lo vive.
Il Piano nazionale che ancora manca
Sul tavolo rimane poi la questione del Piano nazionale della castanicoltura, che UNCEM sollecita da tempo al Ministero dell’Agricoltura.
Una strategia nazionale è necessaria proprio perché non siamo davanti a tanti piccoli problemi locali separati.
La crisi dei castagneti attraversa Alpi e Appennini.
E incontra quasi ovunque gli stessi fenomeni:
invecchiamento degli operatori, difficoltà di ricambio generazionale, frammentazione fondiaria, costi di gestione, abbandono e progressiva perdita di popolazione nelle aree montane.
Non sono problemi esclusivamente agricoli.
Sono problemi demografici e territoriali.
Restare deve tornare a essere conveniente
Alla fine, tutto conduce a una questione molto semplice.
Non possiamo chiedere alle persone di vivere in montagna soltanto per custodire il paesaggio che altri vengono a contemplare nel fine settimana.
Non possiamo chiedere a un giovane di recuperare il castagneto dei nonni facendo appello soltanto alle radici e alla passione.
Restare deve avere anche una convenienza economica.
La tutela non può essere costruita contro chi vive nei territori.
Deve essere costruita insieme a loro.
Perché il castagneto meglio conservato sarà sempre quello nel quale qualcuno ha ancora interesse a entrare la mattina e tornare il giorno dopo.
La vera infrastruttura sono le persone
Abbiamo detto altre volte che possiamo recuperare una scuola e poi scoprire di non avere più bambini.
Possiamo restaurare un palazzo e non sapere quale funzione assegnargli.
Possiamo realizzare un sentiero e perderlo pochi anni dopo perché nessuno ne garantisce la manutenzione.
Con i castagneti vale lo stesso principio.
Possiamo recuperare migliaia di alberi.
Ma senza persone che continuino a lavorarci avremo recuperato soltanto un pezzo di paesaggio per qualche anno.
La vera infrastruttura delle aree interne resta l’uomo.
La donna che coltiva.
Il giovane che decide di non partire.
L’impresa che trasforma.
Il commerciante che riesce a vendere il prodotto.
La famiglia che continua ad abitare il paese.
Da Roccadaspide una sfida che riguarda tutto l’Appennino
Per questo l’appuntamento del 14 settembre può essere importante.
Non perché un convegno possa risolvere i problemi della castanicoltura.
Ma perché può aiutare a cambiare prospettiva.
Il castagno non è il residuo di un’economia antica da conservare per nostalgia.
Può essere una delle componenti di una economia contemporanea delle aree interne, nella quale agricoltura, ambiente, trasformazione, turismo, gastronomia e servizi ecosistemici producano insieme reddito.
È questa la sfida.
Non conservare il castagneto mentre si svuota il paese.
Conservare il castagneto perché aiuti il paese a non svuotarsi.
Perché possiamo proteggere un bosco e perdere chi lo governa.
Possiamo salvare un albero e perdere chi sa coltivarlo.
Possiamo promuovere una castagna e assistere allo svuotamento della comunità che l’ha prodotta per generazioni.
Il futuro delle aree interne passa anche da qui:
fare in modo che tutela del territorio e diritto a viverci tornino finalmente a camminare insieme.
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