La revisione arriva mentre il Cilento perde abitanti, la costa concentra turismo e seconde case e molti borghi faticano a mantenere scuole e servizi. Il Parco promette un nuovo equilibrio tra tutela e sviluppo. Il banco di prova sarà capire se le nuove regole riusciranno a proteggere non soltanto il paesaggio, ma anche le comunità che lo hanno costruito.
Dopo aver attraversato numeri, paesi, scuole, case, musei e opere pubbliche, possiamo tornare alla domanda iniziale:
a che cosa deve servire oggi il Piano del Parco?

L’11 luglio 2026 l’Ente Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni ha annunciato l’approvazione della proposta di revisione dello strumento di pianificazione. L’obiettivo dichiarato è trovare un nuovo equilibrio tra tutela ambientale e sviluppo socio-economico, assumendo anche lo spopolamento delle aree interne come questione da affrontare.
È già un cambiamento importante.
Significa riconoscere che conservare un territorio non può essere separato dalla possibilità di continuare ad abitarlo.
La nostra inchiesta ha mostrato un Parco tutt’altro che uniforme. Ci sono piccoli Comuni che perdono un abitante ogni tre, paesi con pochissimi bambini, scuole mantenute vive anche grazie alle famiglie immigrate. E c’è una costa dove turismo, seconde case e crescita edilizia non coincidono necessariamente con una maggiore presenza stabile di residenti.
Non esistono soltanto una costa ricca e un interno povero. Esistono molte geografie diverse dentro lo stesso Parco.

Per questo la revisione del Piano è decisiva: la proposta prevede una ridefinizione delle zone A, B, C e D e una cartografia più dettagliata, passando dalla scala 1:50.000 alla 1:10.000. Per le zone D, destinate alla promozione economica e sociale, sono state considerate anche le indicazioni dei Comuni.
Ma una zonizzazione non è soltanto una linea sulla carta.
Può decidere dove recuperare un edificio, ampliare un’attività, realizzare un servizio o avviare un investimento.
Sarebbe però sbagliato pensare che contrastare lo spopolamento significhi semplicemente allentare i vincoli.
Abbiamo incontrato Comuni che perdono abitanti mentre possiedono centinaia di case senza residenti. Abbiamo visto crescere il consumo di suolo mentre la popolazione diminuisce.

Costruire di più non significa necessariamente avere più abitanti.
Una casa destinata a una giovane famiglia non equivale a una seconda abitazione utilizzata poche settimane. Una struttura turistica aperta per gran parte dell’anno non produce gli stessi effetti di un insediamento esclusivamente stagionale. Recuperare un edificio esistente non è la stessa cosa che consumare nuovo suolo.
Lo stesso vale per gli investimenti pubblici.
Un convento restaurato, un museo inaugurato o un centro visita diventano sviluppo soltanto quando producono utenti, lavoro, servizi e attività continuative.
Nel frattempo evolve anche il sistema della tutela. Nel maggio 2026 la Regione Campania ha adottato misure di conservazione e Piani di Gestione per 31 siti Natura 2000 affidati all’Ente Parco.
Tutela e sviluppo continueranno quindi inevitabilmente a incontrarsi.
La domanda è come.
Forse, dopo trent’anni, dobbiamo ampliare lo stesso concetto di tutela.
Proteggere il Cilento significa impedire che vengano compromessi coste, boschi, fiumi e montagne.
Ma significa anche evitare che scompaiano le comunità che per secoli hanno costruito il paesaggio che oggi vogliamo conservare.
Un terrazzamento senza agricoltore scompare.
Un sentiero senza persone che lo percorrono si chiude.
Una casa senza famiglia diventa seconda abitazione o rudere.
Una scuola senza bambini chiude.
Il futuro del Parco non potrà quindi essere misurato soltanto negli ettari protetti.
Dovrà esserlo anche in famiglie che restano, bambini che nascono, giovani che ritornano, nuovi residenti, imprese che sopravvivono, terreni coltivati ed edifici realmente utilizzati.
La domanda che la revisione del Piano dovrà affrontare è come conservare un territorio senza trasformarlo nel museo della comunità che vi abitava?
Il Parco del futuro avrà certamente bisogno di tutela.
Ma avrà soprattutto bisogno di persone che abbiano ancora una ragione per viverci.
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