Sapienza 6,12-16; 1 Tessalonicesi 4,13-18; Matteo 25,1-13
Siamo ormai alla conclusione dell’anno liturgico e la Chiesa invita a riflettere sugli avvenimenti ultimi, non per incutere timore, ma per valorizzare il tempo che ci è concesso. Spesso esso appare ambiguo: tocca a noi dargli significato, altrimenti scorre banalmente e rischiamo di viverlo come addormentati.
È quanto suggerisce la parabola delle dieci vergini, tutte invitate alle nozze da uno sposo che tarda ad arrivare. Tutte si addormentano, ma le cinque sagge hanno provveduto a procurarsi l’olio necessario per alimentare le lampade. È l’olio della costanza e della forza d’animo, che permette di attendere senza timore e con gioia il momento dell’incontro. La loro è una vigilanza fruttuosa perché vivono nella fedeltà all’alleanza con il Signore.
La liturgia della Parola esorta a coltivare un’attesa attiva e operosa. Vigilare significa lottare contro il torpore, la negligenza, la tentazione e il male. Sappiamo che Dio è presente nella nostra vita; a noi spetta discernere le sue venute, mantenendo viva l’attenzione alle sfide che il mondo ci pone.
Non è consentita la fuga. Occorre accettare queste sfide, impedire alla società di adagiarsi sulle posizioni conquistate e contrastare le tenebre, come fanno le luci poste sul candelabro.
È il significato del discorso escatologico che Matteo propone nel capitolo venticinquesimo, attraverso parabole nelle quali incontriamo servi fedeli e prudenti, vergini sagge e stolte, uomini che hanno paura di far fruttare i talenti ricevuti e altri che, con fiducia, si mettono in gioco per moltiplicarli.
Il Regno dei cieli è paragonato a una festa di nozze: un banchetto, la gioia, l’allegria, lo sposo e la sposa che sprizzano giovinezza. Ma nessuno conosce il momento in cui si apriranno le porte della sala. Perciò è importante saper attendere, anche quando la stanchezza rischia di avere il sopravvento.
Gesù, che conosce il cuore umano, non rimprovera alle vergini di essersi addormentate. Del resto, ha conosciuto il sonno dei suoi apostoli sul Tabor e nell’Orto degli Ulivi.

Il dramma comincia quando arriva lo sposo. Un grido sveglia tutte le giovani: alcune si scoprono previdenti, altre impreparate. La tragedia si consuma quando le porte vengono chiuse e lo sposo risponde a chi implora di entrare: «Non vi conosco!»
«Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».
Non è un invito alla paura, ma alla vita. È la dimostrazione della sapienza di chi sa leggere la storia e possiede la consapevolezza di essere collaboratore di Dio. Chi vigila non si accontenta delle proprie sicurezze, ma è pronto ad assumersi le responsabilità che gli competono, sapendo che non è possibile prendere in prestito i meriti altrui.
Oggi siamo invitati a riflettere sul nostro comportamento durante la prolungata attesa dello Sposo. Come vigilare per essere pronti ad accogliere Gesù Cristo?
Occorre prepararsi all’incontro, procurarsi l’olio di riserva, costruire la nostra casa interiore sulla roccia. A chi si è assopito per il ritardo dello Sposo viene rivolto l’invito a destarsi. Significativamente l’evangelista utilizza il verbo greco egheíro, che può indicare anche il risorgere.
La vigilanza diventa così un modo di vivere pienamente il presente, senza perdere di vista l’incontro al quale siamo chiamati.
O Signore, sciogli ogni durezza del nostro spirito. Aiutaci a metterci in cammino, a trovare olio sufficiente per riaccendere il desiderio e la passione per Te.
Siamo convinti che le occasioni della vita non si ripetano sempre: nelle relazioni con i fratelli, negli affetti, nella fede. Il rischio è perdere un’opportunità perché si è atteso troppo.
Fa’ che sappiamo mantenere accesa la lampada, per affrontare le ombre che nell’esperienza quotidiana insidiano la nostra festosa attesa dello Sposo, Gesù Cristo Signore, nostro Salvatore, l’Amante Amato nel circolo radioso della relazione divina.
Allora anche la notte più fitta non ci farà paura, consapevoli che la vita non è attesa di condanne, ma invito alla festa di nozze.
Questa fiducia ci rende pronti a sfidare l’oscurità. Possiamo assopirci perché stanchi o scoraggiati, come gli apostoli nel Getsemani, mentre Tu solo, sudando sangue, Ti preparavi all’estremo sacrificio.
A volte abbiamo la sensazione che la vita ci riservi soltanto fatica, preoccupazioni e dolori. Proprio allora l’annuncio del Tuo arrivo ci scuote e, con la lampada accesa, torniamo ad ardere di amore per Te.
Attraversando la soglia della sala del banchetto, ci predisponiamo a contemplare il Padre faccia a faccia, cuore a cuore.
Perché la vita del credente non è un’attesa vuota, ma il tempo prezioso nel quale preparare, giorno dopo giorno, la gioia dell’incontro.
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