Con la nomina di Don Domenico, parroco a Felitto e Castel San Lorenzo, si aveva avuto la sensazione che la situazione si evolvesse verso un ritorno alla normalità … quantomeno alla situazione prima della crisi

Piaggine, un paese di pastori diventato un gregge senza “pastore”

Piaggine, sull’orlo della dissoluzione della sua vita religiosa riducendola ad una guerra tra popolo e curia vescovile e poi tramutatasi in scaramucce tra fazioni.

Attualità
Cilento martedì 14 gennaio 2020
di Moncil
Don John
Don John © Unico

Questa è la “Cronaca di un disastro annunciato...” Mi riferisco all’effetto domino che ha portato un intero paese, Piaggine, sull’orlo della dissoluzione della sua vita religiosa riducendola ad una guerra tra popolo e curia vescovile e poi tramutatasi in scaramucce tra fazioni. Il rischio è vedere dissolversi il senso di comunità che da decenni ha retto a tutte le composizioni e scomposizioni politiche della vita amministrativa che non sono state di poco conto.

Infatti, sotto il segno di don Aniello Palumbo lo spirito religioso, per quanto dilaniato, ha sempre mantenuto un minimo di vitalità religiosa resiliente sotto traccia che è emerso con un impeto imprevedibile quando è stato sollecitato da un sacerdote dotato di voglia di fare e spirito aperto: don John.
Al contrario, nel Natale del 2019 le anime disperse sul campo di battaglia oggi vagano senza approdare in nessun luogo che le possa ricomporre in “gregge” affidato alla cura di un pastore.

Infatti, sia il primo tentativo di insediare Don Loreto, parroco di Laurino e Campora, che la soluzione provvisoria di don Franco che regge le sorti della comunità religiosa di Villa Littorio, sono andati a vuoto.

Con la nomina di Don Domenico, parroco a Felitto e Castel San Lorenzo, si aveva avuto la sensazione che la situazione si evolvesse verso un ritorno alla normalità … quantomeno alla situazione prima della crisi.

Purtroppo, così non è stato! E così si procede a marce forzate verso il burrone oltre il quale c’è cronicizzazione del problema che, come è facile prevedere, condannerà una comunità a restare senza un pastore. Infatti, anche don Domenico, arrivato a Piaggine con le migliori intenzioni, ridiscende con un senso di frustrazione dall’Alta Valle verso Felitto e ha già fatto capire alle poche persone che si presentano in chiesa al suono delle campane che con questi numeri sarà impossibile dedicare tempo ed energie a Piaggine.

Intanto nel paese si è consumato lo “scisma” tra chi ha pensato bene di “accontentarsi” di aver “vinto” la battaglia contro Don Loreto e ottenuto l’arrivo di un sacerdote che non ispira sentimenti di rifiuto generalizzato come Don Domenico. Al contrario, altri hanno deciso di costituirsi in “sedicente” comunità di preghiera scollegata anche fisicamente dalla parrocchia e si riunisce per pregare nella sala del centro polifunzionale a poche decine di metri dal portone della chiesa di San Nicola.

Tutto ciò avviene senza che il vescovo, Ciro Miniero, abbia sentito il bisogno di recarsi nel paese per spiegare le sue decisioni, porsi in ascolto dei fedeli, effettivi o di complemento, per tentare di concordare una soluzione della crisi.

Dopotutto, è stato lui ad inviare, sia pur provvisoriamente don John a Piaggine per sostituire don Aniello. È sua la decisione di sollevarlo dell’incarico e destinarlo ad un’altra parrocchia (una delle due di Roccadaspide) a svolgere il suo magistero pastorale.

Le vie del “Signore” sono imperscrutabili, per cui, anche quella scelta dal vescovo Miniero senz’altro sarà utile alla chiesa diocesana e, ovviamente, al benessere spirituale dei Piagginesi. Ma cercare di capire come è stato possibile che un intero popolo si sollevasse per chiedere che un prete continuasse ad operare nel paese sarebbe stato utile a ponderare le scelte successive per evitare che a una, sia pur legittima, decisione calata dall’alto, ne seguissero altre che avrebbero fatto alzare ancora di più la tensione.

Oggi che la rassegnazione impera sia nei parrocchiani che si sono “arresi” sia in quelli che continuano a combattere con altri mezzi, lo scoramento è palpabile e rischia di creare fratture che nemmeno la politica è mai riuscito a rendere definitive.

Certamente, il tempo sa lavorare di “fino” e un punto di caduta minimo, prima o poi, si solidificherà. Ma se ciò può andar bene dal punto di vista formale, certamente non può essere accettabile sotto il profilo sostanziale di una comunità che per il 70% è composta da persone anziane e molte delle quali vivono in solitudine quel che resta della loro esistenza.

Infine, in cenno ai giovani, i pochi che ancora risiedono nel paese. I piccoli avrebbero bisogno di un luogo fisico che sai da complemento all’opera educativa della scuola. Ai più grandi si dovrebbe dare un’alternativa a passare il tempo libero davanti o dentro un bar e pure sono centri di aggregazione importanti per un piccolo borgo. A chi lavora serve un luogo che stimoli la partecipazione attiva alla costruzione del senso di comunità indispensabile per resistere in un’area lontana fisicamente e culturalmente dai grandi centri.

Certamente non è un parroco che può fare tutto ciò! Ma è altrettanto vero che un prete che abbia voglia di fare può smuovere le coscienze e porre in essere la costruzione di uno spazio vitale di confronto dove tutti hanno diritto di cittadinanza direttamente o per interposta persona.

Non è dalle colonne di un giornale che si può ipotizzare qualsiasi soluzione di un problema complesso come quello esposto. Ma è possibile mantenere viva la speranza che, prima o poi, chi ha voce in “capitolo” e rifacendosi all’esperienza millenaria della Chiesa possa assumere iniziative che spostino un po’ più avanti il punto di non ritorno che, purtroppo si avvicina inesorabilmente.

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