Molti hanno ripreso ad emigrare ed il Cilento non recupera rispetto al resto di una Italia gravemente colpita dalla pandemia.

Perché Cristo non si fermi ad Eboli

La scorsa settimana un appello ha invitato i cilentani che hanno a cuore la propria terra di impegnarsi per evitare di essere tagliati fuori dalle grandi vie di comunicazione col nuovo progetto della Linea di Alta Velocità.

Cultura
Cilento domenica 21 febbraio 2021
di L.R.
Servizio fotografico di Paolo Monti
Servizio fotografico di Paolo Monti © Unico

La situazione nella nostra sub-regione si é ulteriormente aggravata. I politici si sono rivelati sempre meno all’altezza della situazione per un’azione confusa e conflittuale. La stagnazione produttiva é causata dal disinteresse per l’impianto di nuove tecnologie, persiste una struttura frammentata e statica, le politiche pubbliche invece d’incoraggiare, spesso ostacolano il progresso. Il resto lo determina una farraginosa giustizia, che genera oneri aggiuntivi per chi si propone di fare impresa, e una burocrazia lenta nel concedere permessi e costosa nell’espletare le procedure. Scoraggiante è l’elevata pressione fiscale sui contribuenti onesti e sulle imprese, scandaloso lo spreco di capitale umano per l’impossibilità d’immettere i giovani nel sistema produttivo. Poco esaltante è la percentuale dei laureati, mentre il fatto che tanti trentenni convivano ancora con i genitori - dato che tende ad aumentare – fa intravedere una dinamica demografica decrescente per il calo delle nascite e l’invecchiamento della popolazione. Non a caso, molti hanno ripreso ad emigrare ed il Cilento non recupera rispetto al resto di una Italia gravemente colpita dalla pandemia. 

Tutto ciò avviene anche perché intellettuali e ceto dirigente con crescente indifferenza abdicano alle loro responsabilità verso la comunità. Tanti non ricercano la verità come “aletheia” e, quindi, procedere allo svelamento denunciando l’inganno dei poteri forti dediti alla conservazione del primato col controllo del consenso. Sovente si prestano a depotenziare l’analisi critica dei meccanismi che soprintendono al funzionamento della società, espungono la pratica del giusto sul piano etico e di bello su quello estetico per proporre narrazioni funzionali agli interessi della casta, abili nel lavoro di selezione, destrutturazione e ricostruzione. Da qui la carenza di analisi critica, mentre si accredita un comodo scetticismo perché, se tutte le verità morali sono relative, si accetta un conformismo prono alla logica del mercato. 

La scorsa settimana un appello ha invitato i cilentani che hanno a cuore la propria terra di impegnarsi per evitare di essere tagliati fuori dalle grandi vie di comunicazione col nuovo progetto della Linea di Alta Velocità. La realizzazione della infrastruttura così come è stata concepita farà perdere un ulteriore appuntamento col progresso. Le conseguenze sono palesi; è sufficiente far riferimento alle vicende – singolarmente molto simili – verificatesi per il precedente tracciato ferroviario nella secondo metà dell’Ottocento! La reazione emersa sui “social” è stata ambivalente. Dai più dinamici ed ottimisti si sollecita una prese di posizione corale, espressione del contesto socio-culturale. Altri, probabilmente scottati da precedenti esperienze deludenti, paventano il disinteresse di chi, incapace di guardare al futuro, si impelaga in continue beghe quotidiane tollerando la insopportabile gestione di un territorio che vede in azione antagonista i suoi campanili. 

Negli stessi giorni i vescovi della CEC hanno indirizzato una lettera ai fedeli per sollecitare con prudenza “coraggio creativo”. Collegare le due cose pare abbastanza naturale. Lo spiega la recente storiografia nell’analizzare le vicende della chiesa meridionale. Infatti, ha individuato i motivi del radicamento dell’identità cristiana ricostruendo la storia di intere diocesi. E’ il caso del percorso millenario di quella di Capaccio-Vallo, un dato che dovrebbe essere a conoscenza anche di chi oggi è chiamato a guidarla. La lettura degli accadimenti di lungo periodo ha posto l’accento sulle conseguenze collegate ai processi disgregativi successivi alla progressiva scomparsa di comunità rurali e pastorali e agli effetti di lunga durata sull’organizzazione economica di una società religiosa gelosa custode delle specificità territoriali e culturali, proiettate ben oltre le soglie dell'età moderna. Così si coglie l’effettivo carisma dell’essere meridionale - napoletano, partenopeo, casertano, beneventano, nocerino, salernitano, avellinese, cilentano -, gente imbevuta di solarità, erede di una grande sapienza, capace di forti speculazioni ed anche di duratura saggezza quotidiana, sensibile all’accoglienza e col dono di una feconda espressività religiosa. Incanalare questo potenziale può trasformare l’azione di animazione culturale in un felice recupero di valori distintivi, incanalandoli in una dinamica esperienza per superare una volta per tutte ostacoli che tendono a ridimensionarli. E’ una grande scommessa, alla quale si dovrebbe accompagnare l’impegno a far acquisire alla popolazione e non ai singoli soggettività sociale e protagonismo storico, vero antidoto alla prigione di una rassegnata passività. In tal modo s’impedisce il prevalere di forze e di esperienze disgreganti, che fanno intravedere un minaccioso futuro di livellamento, col rischio di privare il popolo della propria autenticità per la tendenza a ridimensionare l’essere a vantaggio dell’avere.

Nel confrontare la vita quotidiana delle diocesi con i programmi della CEI si possono fare scoperte interessanti, per esempio come i singoli vescovi hanno operato in riferimento agli orientamenti dell’episcopato. Sulla questione italiana e meridionale sono stati molti i documenti che hanno proposto diagnosi, ma se diventano soltanto volumi da sistemare in biblioteca servono a poco. 

Qual’è il posto nell’attuale temperie culturale, che considera sempre meno la chiesa locale un intrinseco punto di riferimento? Questi scenari obbligano a preparare nuovi programmi socio-ecclesiali e socio-politici. Intanto occorre chiedersi se la debolezza della chiesa e di cristiani non debba attribuirsi ad indifferenza, acuita dalla predisposizione ad piccolo cabotaggio culturale per una pigra volontà di conoscenza e di discernimento, che ha minato anche i risultati del Progetto culturale per il quale la Chiesa italiana ha investito molto. È giunto il momento di aiutare a riconoscere, apprezzare, stimare la sua presenza nel Mezzogiorno valutando il vissuto religioso e la dimensione pubblica della fede per tentare di superare una evidente doppia marginalità del Cilento all’interno del mondo cristiano e all’esterno nel contesto nazionale. 

Nella folta struttura di uffici della Curia di Vallo è presente anche quello della pastorale sociale. Potrebbe farsi carico di sollecitare una corale sensibilità per i problemi posti dai trasporti allo scopo di realizzare la comunione, stimolare la corresponsabilità, indurre i fedeli alla partecipazione nello spirito di solidarietà, tutti propositi che si leggono nell’Agenda Pastorale 2020-2021. E’ un modo per dimostrare di essere meno disponibili alla benedizione di nastri per l’inaugurazione di opere, spesso rivelatesi aleatorie, e più impegno profetico per mettersi in gioco senza paure, analizzando criticamente i problemi per esercitare l’indispensabile mandato di essere sale, altrimenti si diventa “scipiti” ed il territorio, privo di una dinamica classe dirigente, povero di risorse, isterilito da persistenti delusioni storiche, non si può permettere questa sciagurata evenienza. 

Un aiuto per espletare questa funzione è fornito dalla lettera della CEC citata in precedenza, Infatti, è esplicito l’invito ad essere “Sentinella”, come auspica il profeta Isaia (Is 21,11) capace di saper leggere in anticipo i processi che la storia sta animando pur rimanendo nell’oscurità di una notte che è arduo squarciare. E’ la rappresentazione figurata della nostra attuale situazione, ma a noi è demandato l’impegno a sollecitare la speranza, e vedere il ramo di mandorlo che si appresta a rifiorire, come sollecita Geremia (Ger 1, 11-12) perché avere questo tipo di “visioni” presuppone la creatività, consentendo alla chiesa locale di “ aprirsi a nuove forme di presenza ecclesiale” e, quindi, reimpostare la rotta verso l’Amore, opzione quanto mai necessaria per superare l’emergenza sanitaria, diventate dirompente emergenza sociale e, di conseguenza, una vera insidia per l’ambiente fisico e spirituale. La chiesa locale con in testa i vertici gerarchici potrà espletare questo ruolo se riesce a farsi concretamente carico delle domande della gente condividendone le sofferenze come ha fatto il Buon Samaritano.     

 lr

 

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